Trasformare la violenza maschile è un compito religioso: non bastano codici e conferenze

Claudio Risé, da “Tempi”, 13 dicembre 2007, www.tempi.it

Molti lettori sanno che ho dedicato gran parte degli ultimi 20 anni alla psicologia dell’uomo, al padre come iniziatore alla vita, alla relazione tra il maschio, il dono e il sacrificio di sé, alla sua spinta spirituale. Negando la quale è destinato a sprofondare nel fango, o a perdersi tra gli oggetti, le cose.
Come la metto, allora, con i padri che uccidono mogli e figli, o ne abusano, coi mariti e fidanzati che non sanno donare alle loro donne la libertà che pur loro appartiene, con quelli che minacciano: “Se mi lasci ti uccido”, e poi lo fanno?
Le lettere che ricevo, a decine, con corredo di atti giudiziari, certificati medici, ricevute dei dormitori pubblici; che raccontano le tragedie del mondo sommerso dei separati, uomini che dopo aver ricevuto l’atto giudiziario della moglie che chiedeva la separazione hanno perso tutto, moglie, figli, beni, lavoro, in situazioni di palesi ingiustizie giuridiche, falsità peritali di illustri professionisti, sciocchezze sottoscritte da operatrici sociali incompetenti o di parte, illustrano solo zone dello sfondo normativo e sociale del malessere maschile, ma non giustificano certo tanto orrore. Né ci avanza nella comprensione della questione il tener conto che (come non solo gli psicologi sanno), alla violenza maschile, più fisica, si contrappone una (sovente assai più sistematica), violenza femminile, psicologica, verbale, intrisa di doppi messaggi, i cui effetti sulla psiche dell’uomo sono spesso devastanti.
Tutto ciò è vero, ed il fatto che media e dibattito culturale lo tacciano non contribuisce certo a migliorare la situazione.
Il punto centrale è però un altro. Ed è che nel grande bla bla sull’eguaglianza dei sessi, e sulla “correttezza politica” che doveva regolarne le relazioni, non si è tenuto conto che l’uomo ha una vocazione sacrificale, da cui passa la sua realizzazione, e la sua felicità. Si è fatto finta, insomma, che Gesù Cristo non fosse un maschio (infatti, anche dal punto di vista teologico, molti hanno detto che non era poi così importante. E provate a trovare un rosario, recente, sul quale la persona sulla Croce sia inequivocabilmente un uomo, e non una figura androgina, come quella dipinta non molti anni fa nella Chiesa di San Francesco, ad Assisi).
Si è voluto pensare che la Croce, salvifica esperienza certo universalmente umana, non riguardasse in prima istanza proprio l’uomo, il maschile, e la relazione Padre-Figlio. Nella quale il padre amoroso è colui che non evita al figlio l’esperienza della croce e del sacrificio, ma ve l’accompagna, trasmettendogliene il significato. L’energia maschile, la sua passione, il suo slancio verso il mondo e verso l’altro, deve attraversare l’esperienza del sacrificio, per non ripiegare su se stessa e trasformarsi in egoismo, pretesa infantile, cieca aggressività. Per non ridiventare la funesta “ira del Pelìde Achille”, destinata al massacro se (anche lì) una dea, Pallade Atena in persona, non lo convincesse della necessità di contenerla, per trasformarla in qualcosa di più grande.
La forza maschile, cari socio-psicologi, pone in realtà un problema religioso: quello della sua trasformazione, in sacrificio e dono transpersonale. Non pensiamo di cavarcela con conferenze, e articoli del codice.

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2 Responses to Trasformare la violenza maschile è un compito religioso: non bastano codici e conferenze

  1. Come sempre sulla psicologia del maschile Claudio Risé ci costringe ad andare più avanti, a lasciare le analisi troppo superficiali per confrontarci con l’aspetto metafisico del problema. L’identità maschile passa attraverso il riconoscimento che solo nel sacrificio è possibile dare senso alla violenza che abita il maschile. A questo proposito mi permetto di segnalare un mio contributo in http://www.paoloferliga.it/materiale.asp?materiale=36

  2. armando says:

    La negazione della paternità di Dio e della maschilità di Cristo, a cui ha abbondantemente contribuito anche il mondo cattolico,ci dice Claudio Risé, hanno contribuito a farci perdere di vista il fulcro del problema, e con esso la possibilità di soluzione. L’accusa di oscurantismo e di maschilismo rivolta con rabbia alla religione cattolica da tanta parte del mondo laicista e femminista si trasforma in un boomerang per le donne, produce psicosi e induce a credere di risolvere il problema dell’uso della forza maschile criminalizzando l’intero genere. Diventa allora “obbligatorio” dilatare cifre e numeri ed usarli in senso terroristico.
    “La prima causa di morte delle donne è la violenza maschile”, si sente dire ogni giorno anche da ministri della repubblica. Ma nel 2004 gli omicidi in ambito domestico sono stati complessivamente 187, di cui 59 maschi e 128 femmine, 14 delle quali, a loro volta, uccise da donne, come d’altronde 21 dei maschi assassinati. Penso che solo considerando il problema in tutti i suoi aspetti, a partire da quello fondamentale che ci propone Claudio Risé, e rispettando la verità dei fatti, si possa cercare la soluzione. Dubito però che si arrivi a qualcosa finchè la società tutta non tornerà a comprendere la centralità del padre e non riconoscerà nella relazione padre/figlio, la stessa natura e lo stesso senso salvifico di quella fra il Padre e il Figlio divini.
    Come ha invece compreso Cormac McCarthy nel suo ultimo bellissimo romanzo, La strada.
    Armando

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