L’aborto, la famiglia ferita e una nuova speranza

(Intervista a Claudio Risé, a cura di Cristiano Gatti, da “Il Giornale”, 22 dicembre 2007, www.ilgiornale.it)

Certo si fa prima a lavare via tutto questo sangue domestico con un pratico luogo comune, classico armamentario da cronisti svogliati, genere «improvvisa esplosione di follia tra le mura domestiche». Ma sì: un bel raptus, una bella depressione, e passiamo pure agli altri titoli del nostro notiziario…
Purtroppo tutti quanti sappiamo che non è così semplice. La semplificazione aiuta a rimuovere gli incubi, ma non a comprendere. Sono grato a Claudio Risé – che dalla sua postazione di psichiatra e psicanalista è un acuto osservatore di umanità – per aver sgombrato molta nebbia. Per aver detto due o tre cose molto chiare. Per non essersi perso, come tanti suoi colleghi di grido, nelle chiacchiere da talk-show di metà pomeriggio o di prima serata. Chi abbia voglia di chiarire che cosa davvero stia succedendo nella famiglia italiana – vecchio o giovane, uomo o donna, di destra o di sinistra – può leggersi questa intervista.
Si può dissentire, ma non è tempo perso.

Risé, sorpreso da tanti delitti domestici?
«No. Ci siamo costruiti un certo modo di vivere: i nodi stanno venendo al pettine».

Quale il nodo più nodo?
«L’aborto. Siamo la prima società che ha legalizzato l’omicidio di un bambino. La stessa società che risparmia la vita a un criminale accertato, battendosi contro la pena di morte, uccide legalmente un essere indifeso».

Il risultato?
«Accettato l’aborto, nell’inconscio di uomini e donne passa l’idea della violenza quotidiana, intima, familiare. Se si può esercitare violenza su un essere inerme, il resto viene da sé».

Visione cristiana?
«Guardi, i più recenti studi francesi, cioè di un Paese veramente laico, attribuiscono alla legalizzazione dell’aborto un peso enorme. È come il nullaosta alla violenza. A quel punto, l’uccisione è accanto a te come un’opzione praticabile».

Crolla un tabù: l’intoccabilità della vita umana.
«Sì, crolla un tabù. Uso un termine che piace molto in quest’epoca: è lo sdoganamento della violenza. Oltre tutto, della peggiore: non è neppure quella dei combattimenti bellici o della pena di morte, ma è contro un bambino indifeso».

E la famiglia, come ci leghiamo al problema della famiglia?
«L’aborto trasmette in casa un virus: a livello inconscio, rende praticabile l’uccisione anche in un ambito intimo e domestico come la famiglia, luogo una volta considerato sacro e intoccabile. Se l’uccisione non è più percepita come uccisione, salta tutto: il sacro della vita, il sacro della famiglia».

Quando abbiamo deciso di demolire?
«Anni ’70. Casualmente, gli anni di aborto e divorzio. Curioso: mentre a livello sociale si combatteva per difendere gli interessi delle masse, cioè collettivi, con quelle leggi abbiamo messo sul piedestallo l’individuo.
Prima, le persone pensavano che fosse interesse di tutti non uccidere bambini e tenere unite le famiglie, perché questo contribuiva al benessere della società. Oltre la boa degli anni ’70, passa un’altra convinzione: quello che un individuo ritiene sia utile all’individuo, va fatto. Se c’è un impiccio come un nuovo bimbo, lo si rimuove. Se c’è un nuovo amore, o una nuova opportunità di lavoro, si cambia vita.
È la fine della famiglia: ogni stormir di fronda può essere causa sufficiente per disfarla. Basta la semplice stanchezza del legame: prima veniva superata nell’interesse superiore della famiglia, cioè della società, ora diventa occasione per andarsene».

E la violenza?
«Se la famiglia è fragile, se non è più sacra (anche in senso laico), la famiglia può essere distrutta in ogni momento. C’è spazio per l’opzione della violenza. Ciò che una volta era intoccabile, adesso è toccabilissimo.
Gli ultimi studi americani dimostrano che la maggior parte dei casi difficili – tossici, suicidi, carcerati, malati mentali – nasce tra i figli cresciuti senza padre, cioè in famiglie distrutte».

Dunque, vaghiamo tra le macerie degli anni ’70. Ma intravede una via d’uscita?
«Il malessere è forte. Però ci sono già importanti germi di cambiamento. Cresce il senso religioso. Il giudizio dei giovani su aborto e divorzio è molto più negativo di quello dei loro genitori: guarda caso, alle manifestazioni per gli anniversari di quelle leggi c’erano pochissimi ragazzi.
In America c’è un fortissimo recupero del matrimonio indissolubile. I giovani non credono all’idea del matrimonio smontabile dalla sera alla mattina. O è per sempre, o niente. La verità è che i ragazzi non vedono nei miti degli anni ’70, i miti dei loro padri e delle loro madri, una via praticabile. È una via esaurita».

Che via prenderanno, loro?
«Negli anni ’70 si sono smontate strutture sociali che stavano in piedi da secoli. Ne è nata una crisi di disperazione. Ma da questa crisi uscirà qualcosa di solido. Di nuovo.
Il mondo senza valori di fine Novecento è ormai il mondo dei vecchi. Di quelli che l’hanno costruito. Gli ultimi rimasti a difenderlo».

Fonte: [Il Giornale]

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46 Responses to L’aborto, la famiglia ferita e una nuova speranza

  1. Ho letto stamani la Sua intervista sul Giornale e l’ho ritagliata: sono verità elementari e Lei le dice con grande efficacia. Eppure tante persone che si ritengono normali, hanno la sfacciataggine di proclamarsi nello stesso tempo abortisti e abolizionisti della pena di morte.
    Complimenti, con affettuosi auguri di buon Natale.

  2. Marco Maggi says:

    >Accettato l’aborto[…] Se si può esercitare
    >violenza su un essere inerme, il resto viene
    >da sé
    La violenza domestica, per esempio sulle
    donne, ha avuto un incremento sensibile
    dopo l’approvazione della legge sull’aborto?
    O quando le donne hanno cominciato a
    emanciparsi?

    >Basta la semplice stanchezza del legame: >prima veniva superata nell’interesse >superiore della famiglia, cioè della società, >ora diventa occasione per andarsene
    Esagero un po’: prima veniva superata per
    la comodità del maschio di avere vicino una
    donna “serva” e la paura della femmina di
    restare sola e senza reddito. E il clima di
    veleno quotidiano e odio represso tra due
    persone che dovrebbero separarsi ma non
    no fanno, che effetti ha sui figli? Esempio: anche nelle famiglie non separate i figli
    maschi sono costretti a provare, e fallire, il
    ruolo di vice-marito.

    >[…]alle manifestazioni per gli anniversari
    >di quelle leggi c’erano pochissimi ragazzi.
    Forse perché si danno per acquisite, o
    piú semplicemente manifestare importa a
    nessuno.

  3. Amedeo says:

    Può darci qualche riferimento bibliografico sugli studi francesi che cita? Grazie.

  4. zauberei says:

    Sinceramente – questa disinvoltura nel far aderire il politico allo psichico, mi raccapriccia un po’. Ed è deleteria e pericolosa e trovo quest’intervista poco scientifica. a beneficio di ulteriori lettori e della disciplina psicologica che ha vita parecchio travagliata, vorrei ricordare che prima di poter affidarsi a delle ricerche – che bisogna sempre citare con esattezza – bisogna controllarne lo statuto epistemologico, quanto cioè esse sono libere dalla teoria che desiderano confermare, la quale è sempre culturalmente determinata.

    L’aborto rientra nella categoria del doloroso, in chi lo vive. Ma è una specie di doloroso umano, anteriore all’umano, sul quale Risè la legge ha il potere di limitarlo a tale, o a trasformarlo in tragedia, come quando era illegale e le donne crepavano di infezione.

    E se c’è qualcosa di arcaico, e ferino, e pericoloso per la società è il vizio dell’anatema piuttosto che l’abitudine alla riflessione

  5. Redazione says:

    E’ lei, zauberei, che anatemizza una riflessione (la mia), certo critica, per toglierle dignità. E’ pratica diffusa nei paesi, come l’Italia, dove è in corso una regressione culturale che ne arcaicizza (appunto) il pensiero ed il livello del dibattito. L’ho già sperimentato nel dibattito sul mio libro Cannabis, dove le informazioni scientifiche sui danni della sostanza sono state colpite da anatema perché – si è detto- “criminalizzanti” la cannabis. Lei si arroga il diritto di chiamare anatema una riflessione che non coincide con la sua. Io però confermo che l’autorizzazione legislativa non toglie il carattere “tragico” ad un omicidio, quello commesso con l’aborto. Autorizzandolo, la legge non fa che rendere la tragedia (in parte) inconscia, e quindi ancora più pervasiva. La spinge ad un livello sotterraneo, da cui riemerge nella violenza familiare.
    Claudio Risé

  6. enrico pagano says:

    Ottimo Rise’. la zauberei dovrebbe evitare paroloni che non impressionano nessuno e che non fanno altro che significare l’evidente nulla che vi sta dietro.
    se invece voleva solo provare ad esprimere cultura e riflessione, meglio abbandonarsi alla natura e alla sua legge che, con estrema semplicita’, ci intima: non uccidere.

  7. johnny says:

    Sono perplesso. Puo’ esserci del vero in quanto scritto dal dottor Rise’: ma non sarei cosi’ categorico, ne ottimista. La storia e’ un ciclo di rivoluzioni e restaurazioni. Non penso che ritornare a prima degli anni 70 risolva il problema in maniera definitiva.
    Quanto all’aborto non son daccordo che ci sia – visto che all’uomo la paternita’ viene imposta senza tante storie, anche per furto di sperma – e comunque non puo’ decidere niente ne pro ne contro.
    Il giorno che ci sara’ un minimo di scelta per l’uomo l’aborto sara’ secondo me legale.
    Sulla leggittimita’ e’ tutto da vedere e da aprire altri post. Ma dato che MAI l’occidente levera’ l’aborto (semmai lo chiamera’ omicidio legalizzato come vorrebbe Ferrara?), si estenda al piu’ presto LA VOCE ANCHE ALL’UOMO sulla singola scelta RIFIUTARE o TENERE LUI una paternita’ che la donna rifiuta.

  8. Redazione says:

    Per Amedeo. Da un punto di vista più generale c’è tutta la vastissima produzione su ciò che Michel Foucault ha chiamato la biopolitica, e il biopotere, vale a dire la tendenza affermatasi nella modernità all’estensione dell’intervento da parte dello Stato nella vita, nella sua riproduzione, nelle sue manifestazioni. “La formula della biopolitica sarà, secondo i casi: “far vivere/lasciar morire o far vivere/far morire”” (Lebovici). Tutti i temi dell’aborto, dell’eugenetica, dell’eutanasia, rientrano evidentemente in questo campo, dove la produzione è continua, anche se in tono molto laico, per la grande influenza che Foucault continua ad avere sulle scienze umane in Francia. Una posizione molto originale ma di crescente influenza, l’ha poi il sociologo della famiglia Paul Yonnet, che mette la nascita del “bambino desiderato” attraverso la pratica dell’aborto e del controllo della natalità all’origine delle patologie narcisistiche dell’occidente contemporaneo.

  9. Redazione says:

    il commento precedente, in risposta ad Amedeo, è mio.
    Claudio Risé

  10. armando says:

    E’ dovere di tutti chiamare le cose col proprio nome. Un aborto è la soppressione di una vita umana, non una “interruzione volontaria di gravidanza”, come viene chiamato per nascondere una verità scomoda. Edulcorare il linguaggio per dissimulare i concetti è l’opposto dell’invocazione alla “responsabilità individuale”, come si usa dire con una formula ormai solo rituale. E poichè le leggi hanno anche, sempre, un valore pedagogico, quando si usa un linguaggio dissimulato si spinge a legittimare moralmente l’azione che si vuole regolare. Ma è solo apparenza, perchè in realtà si opera una rimozione che non rimane senza conseguenze nel profondo della psiche individuale e collettiva. Non solo di quella femminile ma anche di quella degli uomini. Perchè fare un figlio è questione che riguarda anche i padri. Credo che questi, aborto=uccisione e nascita=convolgimento di entrambi i genitori, debbano essere i punti di partenza su cui ragionare per riconsiderare la questione nel suo complesso, non con volontà punitiva (considerare illegittima un’azione non significa immediatamente sanzionarla), ma al contrario per mettere ciascuno nella condizione di assumersi una scelta davvero consapevole e sempre tenendo ben presente che il diritto di vivere è primario e non subordinabile ad altri, salvo naturalmente che non costituisca pericolo di morte per la madre. Quì si evidenzia un’altra insopportabile ipocrisia, laddove il concetto di benessere e di salute materna è assunto in una accezione così ampia e generica da dilatarlo all’infinito. Chiudo con le parole che Pasolini, antiabortista convinto, scriveva a Moravia nel lontano 1975, in piena polemica sulla legge 194 in via di approvazione o approvata da poco: “Bisogna a tutti i costi creare il precedente incondizionato di un genocidio solo perchè lo status quo lo impone?”
    armando

  11. nautilus says:

    Giacchè vogliamo “chiamare le cose col loro nome”.
    Allora, l’aborto entro il terzo mese è “la soppressione di una vita umana”. Quindi anche la pillola del giorno dopo lo è. Lo è anche l’infanticidio. E anche l’assassinio di un ragazzo di vent’anni.
    Eppure queste soppressioni non le chiamiamo tutte con lo stesso nome.
    Chiunque è capace di valutare la differenza enorme che corre tra l’assunzione della pillola del giorno dopo e l’uccisione di un ventenne.
    Ma se entrambi sono “soppressioni di una vita umana”, qual’è la differenza ?
    Perchè ben diverse sono le conseguenze sulle persone coinvolte: la donna che prende la pillola del giorno dopo sarà tanto se vi dedicherà un pensiero, la madre che perde il ragazzo ne ha la vita distrutta, anzi, è tutta la vita di una famiglia a esserne completamente sconvolta.
    Ecco, chiamare questi due avvenimenti in modo diverso a me sembra proprio necessario per chiarezza, se poi “chiamar le cose col proprio nome” vuol dire mettere insieme cose molto diverse, mi pare solo dimostrazione di un intento ideologico.
    D’altra parte parlare correttamente di “interruzione di gravidanza” non significa negare che questa interruzione comporti la soppressione di una vita, seppure solo in potenza.
    Nè credo che le donne che compiono questo passo lo ignorino, cosa sono, decerebrate ?

  12. johnny says:

    anche installare quel dispositivo (spirale?) che impedisce l’ovulazione: allora e’ omicidio!

  13. ma.ni. says:

    Ci ho provato con tutto me stesso, ma proprio non sono riuscito a trovare il collegamento tra l’aborto e le violenze domestiche. Nonostante le spiegazioni che lei tenta di dare, continuano a sembrarmi due problemi troppo distanti tra loro. Dire che la legalizzazione dell’aborto sia un’autorizzazione all’uso della violenza mi pare decisamente eccessivo. Quanto al divorzio ritengo che ci siano famiglie tenute insieme dalla sola volontá di non traumatizzare i figli che sui figli hanno procurato traumi ben piú gravi di quelli che si sono voluti evitare e nelle quali é nata e cresciuta quella violenza intrafamiliare di cui si sta parlando.

  14. antonello says:

    a me non sembra eccessivo affatto: basta vedere immagini o fotografie di quel che accade al feto durante l’aborto o cosa ne resta dopo l’aborto, basta informare le persone su come viene eseguito l’aborto ed è chiaro che trattasi di autorizzazione alla violenza. Mi stupisce davvero, e non trovo risposta a questo: alla cecità della nostra società di fronte a ciò che è la realtà. Non siamo lontani da Primo Levi quando raccontava della cecità e del silenzio del popolo tedesco di fronte all’inferno messo dall’uomo sulla terra
    antonello

  15. paolo says:

    «Occorre più che mai il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, senza cedere a compromessi di comodo o alla tentazione di autoinganno»: questa l’esortazione di Giovanni Paolo II nell’Evangelium vitae.
    La legalizzazione e promozione della cultura di morte negli ordinamenti politici odierni, ha del tutto precarizzato la vita: siamo tutti dei “sopravvissuti” alle “libere volontà” delle nostre madri. Lo stesso è accaduto con il matrimonio divorziabile obbligatorio per legge, di cui si vorrebbero accorciare ulteriormente i tempi.
    La cultura di morte si posa sulle sabbie mobili delle volontà, dei bisogni, degli interessi, di pallide e deboli “coscienze individuali” (la coscienza del piccolo Io aggressivo e pauroso).
    Chiuso il discorso sull’aborto (perché si è voluto chiudere il discorso, tabuizzarlo), la violenza è divenuta ordinaria normalità e la disperazione sua compagna.
    Grazie per il suo coraggioso nominare.

  16. nautilus says:

    Sul “Foglio”: tre paginate di lettere contro la violenza dell’aborto, tutte rigorosamente di uomini. Qua, esattamente lo stesso. Come mai ?
    Credo la risposta sia una sola: le donne sono violente, anzi natural born killer.

  17. Redazione says:

    Non è vero che le lettere su Il Foglio di oggi erano tutte di uomini e per esperienza personale posso testimoniare che il movimento per la vita è ricchissimo proprio perché animato da moltissime (sovente la maggioranza) donne.
    Considero comunque un ottimo segnale che uomini e padri tornino a coinvolgersi e ad impegnarsi responsabilmente su questo terreno antropologico fondamentale. Uno dei compiti principali del padre è infatti la custodia della vita.
    Saluti.

    Paolo Marcon

  18. nautilus says:

    Contando bene avete ragione, ieri (a cui mi riferivo) erano 71 uomini e 14 donne, oggi 72 a 21. Nel blog 11 a 1.
    Una disparità che comunque mi pare innegabile, come la si spiega ?

  19. Redazione says:

    Non sono dati significativi su cui ragionare.
    Da quel che so e vedo e sento, io credo invece che stia finalmente crescendo (anche tra le nuove generazioni, come ricorda Claudio Risé in questa intervista), un nuovo spirito critico su questi temi rimossi per decenni dall’ideologia.
    E mi pare proprio che questo spirito critico accomuni uomini e donne (e fra gli uni e le altre, soprattutto chi più ha recentemente elaborato originali riflessioni sulle rispettive identità), credenti e non credenti, persone di diverso orientamento politico.
    Che poi la parola maschile, oggi, possa risaltare di più, questo è la logica conseguenza di decenni di deresponsabilizzazione dell’uomo rispetto alla generazione della vita e dello “svanimento” del significato della paternità, in gran parte inflitto per legge di stato e per altro verso espressione di uno smarrimento dell’uomo stesso, le cui cause vengono da molto lontano.

    Paolo M.

  20. L’Associazione Maschi Selvatici, costituita da padri, uomini, insegnanti, educatori…, nella stima e apprezzamento rispetto a quanto da lei qui proposto, segnala la propria adesione alla moratoria sull’aborto. Con la sottostante abbiamo aderito alla moratoria proposta da Il Foglio e implicitamente le esprimiamo solidarietà:

    Spettabile Redazione de Il Foglio ed Egregio Direttore,

    l’Associazione Culturale Maschi Selvatici, con la presente, aderisce con stima e convinzione all’iniziativa sulla moratoria dell’aborto da Voi proposta. La nostra associazione, costituita da uomini, padri, mariti, educatori e insegnanti, che hanno intrapreso da anni un percorso di ricerca della autenticità e della dignità del genere maschile, nel desiderio di onorare la sacralità e la novità della vita si batte, fin dal suo nascere, per la difesa del più debole, e il bambino non ancora nato lo è, senza che ciò significhi disconoscimento dei diritti individuali e della libertà, che non possono esistere o definirsi tali quando il loro prezzo è l’annullamento del diritto primario di ogni essere umano, quello di vivere.
    Cordiali saluti, I Maschi Selvatici http://www.maschiselvatici.it

  21. Trovo agghiacciante la spiegazione data da Nautilus:

    “Ma se entrambi sono “soppressioni di una vita umana”, qual’è la differenza ?
    Perchè ben diverse sono le conseguenze sulle persone coinvolte: la donna che prende la pillola del giorno dopo sarà tanto se vi dedicherà un pensiero, la madre che perde il ragazzo ne ha la vita distrutta, anzi, è tutta la vita di una famiglia a esserne completamente sconvolta.
    Ecco, chiamare questi due avvenimenti in modo diverso a me sembra proprio necessario per chiarezza, se poi “chiamar le cose col proprio nome” vuol dire mettere insieme cose molto diverse, mi pare solo dimostrazione di un intento ideologico.”

    La dignita’ di una vita viene “misurata” in funzione delle “persone coinvolte” e non per il valore in se.

    Questa frase esprime con molta chiarezza la totale assenza di empatia per una vita umana, da rispettare indipendentemente dalla relazione che ha con noi. Questa e’ la porta spalancata sulla violenza di ogni tipo. Il metro di giudizio e’ totalmente narcisistico: il valore della vita e dunque la definizione della violenza e’ totalmente soggettivo.

    Eliminare un padre dalla famiglia per qualcuno e’ un bene, un diritto inalienabile. Perche’ un padre morto non stupra. Violenza pura.

  22. antonello says:

    I Giovani italiani ed europei in marcia contro l’aborto a Parigi

    Lo CSEN francese, il corrispettivo del MPV italiano in Francia, ha invitato ufficialmente i giovani italiani del Movimento per la vita (tramite Leo Pergamo e Carlo Casini) ad andare alla 4° marcia nazionale per la vita a 30 anni dalla legge sull’aborto:

    il 20 gennaio a Parigi- ore 14,30 a Place de la Republique- Marcia per la vita

    E’ una marcia per la vita, che dice no all’aborto insieme alla Francia e agli altri paesi d’Europa, a 30 anni dalla nostra legge 194 che noi non abbiamo votato e a 60 dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo

    Questo lo slogan degli organizzatori: 30 ans ça suffit! en marche pour la Vie! Che più o meno suona così: dopo 30 anni basta! In marcia per la Vita!

    “Poiché i malvagi fanno lega tra loro per costituire una forza… è necessario che gli onesti facciano altrettanto” (L. Tolstoj)

    Programma:

    Partenza in pullman venerdì 18 Gennaio ore 23.00 da Milano Centrale, arrivo a Parigi nella mattina nata del 19 gennaio( è prevista la partenza di pullman anche da Firenze); Ritorno in Italia domenica 20 Gennaio partenza verso 17.30-18 (dopo la Marcia) e rientro previsto nella notte tra il 20 e il 21; Prezzo del pullman circa 70€ a persona; Per l’alloggio siamo in attesa di informazioni: saremo ospiti presso strutture a prezzo contenuto

    LE ISCRIZIONI DEVONO PERVENIRE ENTRO E NON OLTRE IL 6 GENNAIO aElisabetta Pittino (Responsabile Giovani MPV LOMBARDIA)

    lisa.pittino@tele2.it (cell. 3497747513 o 030314584) o a Diego Negrotti di Cremona (diego.negrotti@gmail.com)

    Skype: elisabetta.pittino

    Ecco il link del sito del CSEN francese e della marcia

    http://www.csen.info/

    4ème MARCHE POUR LA VIE

    30 ans ça suffit! en marche pour la Vie!

    Tout enfant conçu doit avoir la chance de pouvoir naître.
    Mais aujourd’hui, en France, on peut légalement supprimer la
    vie d’un enfant dans le ventre de sa mère, jusqu’à sa naissance !
    Avec le Comité pour Sauver l’Enfant à Naître
    et les autres associations du Collectif
    «30 ans ça suffit ! en marche pour la vie ! »*

    Grande Marche Nationale
    pour la défense de la vie humaine

    Dimanche 20 janvier 2008 à Paris

    Rendez-vous à 14h30 – Place de la République

    Vers une véritable révolution culturelle

    *Associations du Collectif : ACPERVIE-SOS Maternité, Aocpa-CHOISIR LA VIE,

    MOBILISATION GÉNÉRALE
    POUR LA DÉFENSE DE LA VIE
    L’avortement légalisé : un constat accablant

  23. nautilus says:

    Sì signor Baldassari, io mi assumo la responsabilità di considerare il valore di una vita ANCHE in relazione alle vite di altri e non un valore assoluto di per sé. Chi attribuisce un valore assoluto alla vita (il che suona bene, lo ammetto) e mette così sullo stesso piano lo zigote e il ragazzo di vent’anni, per me è solo un fanatico o è fuori dal mondo.
    Non voglio offenderla, lei ha il diritto di accusarmi di fanatismo relativista.
    Io per la vita, e come vede la chiamo anch’io così, accetto una scala di “precedenze”, come ho già scritto: zigote, embrione, feto, neonato e ventenne pur essendo tutti “vita” non li metto sullo stesso piano e volerlo fare mi sembra fanatismo.
    Il riferimento alla “relazione” con i viventi (non parlo solo dei familiari) per me serve proprio a creare quella gerarchia di precedenze, senza la quale effettivamente dovendo scegliere fra la vita di un ventenne e uno zigote non si saprebbe che fare.
    Siccome lei estremizza il mio pensiero (l’esempio del padre) mi prenderò la libertà di portare alle estreme conseguenze anche il suo: lei fra un embrione e un ventenne, trovandosi per assurdo a sacrificarne uno per salvare l’altro, non saprebbe chi scegliere. Tanto, sono vite equivalenti.
    Il mondo non funziona così, in modo del tutto naturale e a-ideologico si è già dato quella scala di precedenze di cui parlo.
    Le madri abortiscono a milioni, già infinitamente meno commettono infanticidio, nessuna uccide un figlio di vent’anni.
    Sig. Baldassari, questo è il mondo reale. Come lei dice viene usato un metodo di giudizio per la vita soggettivo, è vero, senza che questo spalanchi le porte alla violenza inumana cui lei fa cenno.
    Le fa comunque orrore ? Ha diritto di tentare di cambiarlo ma è come opporsi al vento con una mano.
    Immagino una sua possibile risposta: salviamole tutte queste vite !
    E potrei anche essere d’accordo, ma non posso metterle tutte sullo stesso piano.
    E poi l’altra grande questione: già ci pensano le madri a praticare questa selezione da sempre, vogliamo impedirglielo ? Come ? Tornando ai buoni vecchi metodi d’una volta, carabinieri, ferri da calza o cucchiai d’oro ? Sanzionando l’aborto sul piano morale ?
    Sul Foglio ho letto centinaia di pareri (in buona maggioranza di uomini) che si scagliano legittimamente contro l’aborto: ce ne fosse uno che ipotizzi cosa fare per eliminarlo. E la ragione c’è, non è possibile.
    Perché la verità vera è che una donna non può essere obbligata a crescere dentro di sé una vita che non vuole.

  24. Redazione says:

    Per Nautilus. Sulle “precedenze”, dietro alle quali ci sono probabilmente delle gerarchie delle vite da salvare, lascio la responsabilità a lei, visto che si sente di prendersela. Sulla questione dell’obbligo invece tengo a dire che per quanto mi riguarda (ma Ferrara ha detto lo stesso), non è questo il punto. La questione non è la pena, ma la consapevolezza del delitto. L’innocenza non è per (quasi nessuno di) noi. E’ però necessario prendersi la responsabilità della propria colpevolezza, e che leggi e dispositivi normativi non funzionino come cancellìno delle coscienze (e delle intelligenze).La moratoria che io auspico è quella della rimozione delle conseguenze dell’aborto, e degli ingredienti da falsa coscienza che l’accompagnano. La legalizzazione dell’aborto in Occidente, e in Italia, è stata generalmente realizzata nell’ambito di un pensiero ideologico che, in quanto tale, ha avuto (come sempre ha) esiti reificanti (nei confronti del concepito e del bisogno di maternità/paternità), e schizogeni (nel senso mostrato da Gabel nella sua critica dell’ideologia). Non si tratta, dunque, di mandare in galera nessuno; ma di uscire , tutti, dalla galera-manicomio dell’ideologia, per porsi invece in modo autentico, dunque tragico, e sinceramente sofferente, di fronte a questa terribile prova della vita. Claudio Risé

  25. nautilus says:

    Posso dire che su quanto lei sostiene dr. Risè ho idee che contrastano fra loro.
    Da una parte trovo il suo discorso giustificato sul piano puramente morale, dall’altra penso che criminalizzare le donne che secondo me già soffrono moltissimo in una scelta del genere, sia sbagliato. Come ho scritto prima, solo una decerebrata o in completa malafede può credere di compiere un atto irrilevante come forse certa ideologia tende a sostenere.
    Capisco, lei vuol togliere gli alibi ideologici e su questo in linea di principio sarei d’accordo, ma non vorrei mai che ciò si risolvesse in un danno effettivo a carico delle donne stesse.
    In definitiva (e qui sarò senz’altro in disaccordo con lei) io sono per lasciare alle sole donne la responsabilità di confrontarsi con questa tragica questione, i bambini in pancia li portano loro.

  26. Caro Nautilus (non so se signor o signora) la sua gerarchia tra le vite umane e’ totalmente soggettiva e per quanto “naturale” tra gli umani, sta proprio alla radice della bestialita’ violenta.

    Infatti, la prima legge della natura e’ quella del piu’ forte, che sopprime il piu’ debole quando non si trova in empatia con l’altro.

    Quindi la madre che puo’ uccidere il figlio lo fara’ se non si sentira’ in empatia, giustificandosi ritenendo “inferiore” o “non-necessaria” la vita dell’altro. Si dice che chi commette infanticidio voglia suicidarsi, uccidendo la proiezione del se nel figlio. Piu’ banalmente, chi non si sente di difendere la vita’ sempre e in ogni caso, anche sacrificando la propria, non fa che “gerarchizzare” la vita secondo la propria empatia nei confronti del prossimo. Dunque uno sconosciuto o un nemico si possono, anzi si devono uccidere (mors tua vita mea) secondo quel pensiero relativista che e’ la radice di ogni violenza.

  27. Redazione says:

    Nautilus: “i bambini in pancia li portano loro.” Sì ma, come ricorda Apollo nell’Orestea: “L’uomo mette il seme”. Gesto da cui discendono affetti, legami profondi, e precise responsabilità, personali e sociali. Vedi: http://www.claudio-rise.it/documento_per_il_padre.htm

  28. Carmelo says:

    E’ chiaro che l’uccisione di un ventenne e quella di un embrione hanno riverberi emotivi profondamente diversi. Anche io, essendo chiamato a scegliere (in una situazione assolutamente surreale), tra un ventenne e un embrione probabilmente sceglierei di salvare il ventenne (forse perchè mi sentirei emotivamente più in colpa se facessi la scelta contraria). Il punto però, mi pare, non è questo.
    La ragione dell’uomo, per la sua stessa struttura, è chiamata a cercare la verità delle cose. Quando la ragione indaga su quella “cosa” chiamata vita umana, dopo aver esaurito tutti i fattori che può misurare, deve ammettere la presenza di un fattore che li eccede tutti: cioè deve riconoscere che la vita umana è mistero.
    Questo mistero esige rispetto dal suo inizio (scientificamente definibile: concepimento) fino alla sua fine naturale (anch’essa scientificamente definibile).

    Comunque nel suo intervento, a me pare, il prof. Risè (mi corregga se interpreto male) non intendeva nè criminalizzare le donne che decidono drammaticamente di abortire, nè caldeggiare una posizione proibizionista nei confronti dell’aborto, bensì sottolineare,dal suo punto di vista di psicoterapeuta (e quindi di osservatore privilegiato), i danni devastanti che l’aborto ha sulla psiche individuale e collettiva.
    Anche la moratoria di Ferrara (che non vuole l’abolizione della legge 194) vuole essere, per altro verso,una presa di coscienza collettiva sulla “tragedia sociale” dell’aborto.
    Il discorso di Nautilus sulle presunte gerarchie delle vite umane, per quanto importante, sposta il livello della discussione su un altro piano.
    Cordiali saluti e buon anno.
    Carmelo G.

  29. Redazione says:

    La ringrazio per aver raddrizzato la barca. E’ esattamente così (come ho cercato di dire negli interventi precedenti). Non saprei neppure se definire “morale” il piano del mio discorso, o, con un profilo più modesto, di “igiene mentale”. Anche se poi la mancanza di quest’ultimo può provocare fenomeni moralmente devastanti, sul piano individuale e collettivo. Claudio

  30. paolo says:

    Tutta la società, le istituzioni, gli uomini e le donne dovrebbero muoversi francamente a favore della vita, allora ci sarebbe uno sguardo forte, univoco, non ambiguo, aperto alla vita anche nelle sue tragedie (le ferite e la morte), capace di sottrarre la vita dal discorso di potere in cui continuamente viene cacciata e violentata, al riparo dell’ideologia edulcorante.

  31. enrico pagano says:

    Due precisazioni.
    La prima di sostanza: il rispetto della vita umana dal concepimento alla morte naturale, non e’ fanatismo, ma semplicemente coerenza.
    La seconda di metodo: quando si disquisisce su temi cosi’ delicati, complessi e importanti troverei piu’ corretto non celarsi dietro un nome di fantasia.

  32. nautilus says:

    Ciao Carmelo, ripensavo che la scelta fra embrione e ventenne non è poi così surreale: non vorrei sbagliare ma a suo tempo si è disquisito se fosse accettabile sacrificare un embrione per trarne cellule staminali al fine di curare un fratello già nato e affetto da malattia genetica.
    Il caso è ipotetico ma non surreale e io non avrei dubbi, piuttosto che condannare il vivente a una vita di sofferenze sarei dispostissimo al sacrificio dell’embrione, in conseguenza della questione delle precedenze.
    Per quel che attiene alla tesi del prof. Risè sulla violenza in famiglia hai ragione, infatti nei miei interventi non ho mai inteso discutere di questo (parendomi una sua rispettabile opinione sulla quale mi limito a non concordare), ma con certi interventi che mi sono sembrati basati più sull’ideologia che sui fatti reali.
    Devo invece dire che Risè sulla questione dell'”igiene mentale” mi ha aiutato a chiarirmi le idee e tendo ad essere d’accordo con lui.

    Sig. Pagano, io non ho la minima idea di chi si celi dietro il nome di Carmelo, l’unica cosa che m’importa è che dice cose interessanti.
    Sono arrivato a questo blog con un link da “lipperatura” dove uso sempre lo stesso nick, non vorrà che mi metta a cambiare a seconda dell’argomento, poi chi mi riconosce più ?

    Saluti a marco baldassari, sono un signore. Speriamo.

  33. paolo says:

    Per chi se lo fosse perso, vi segnalo da “Il Foglio” di oggi:

    La moratoria sulla vita si può fare. Eccome. Non è uno scatto di umore etico, è una prospettiva realistica
    in:
    http://www.ilfoglio.it/articolo.php?idoggetto=37365

  34. johnny says:

    io aderisco alla moratoria SE SOSPENDE L’ABORTO: non se gli cambia nome.
    E non e’ vero quello che dice la Roccella (giorni fa sul foglio) che per poter far si che il padre assuma lui la paternita’ bisogna fare la banca del dna. Basta una dichiarazione e semmai il dna. Volevo vedere se avete visto queste incongruenze di “gente che sta navigando sulla vs barca) ma e’ contro il “manifesto per il padre”.

  35. nautilus says:

    Sul Foglio continua la notevole disparità fra le lettere a favore della moratoria mandate da uomini rispetto a quelle delle donne.
    Azzardo un’interpretazione: che i maschi tendano a identificarsi nel bambino (brr, se mia madre avesse abortito..), le femmine nell’atavica sofferenza delle madri portatrici d’un figlio non voluto.
    Tanto i maschi coinvolti potevano cavarsela con la fuga, le femmine pagavano per tutti.

  36. Caro Nautilus,

    i maschi (padri) tendono a NON identificarsi con il bambino, e dunque lo vedono come il proprio figlio, da proteggere come individuo. Sta nella missione del maschio.

    La donna tende a vedere il bambino (e tanto maggiormente il feto) come estensione corporea del proprio se. Per questo la donna ha difficolta’ a considerare il feto come un essere umano distinto da se stessa.

    Proprio per questo il maschio-padre ha il compito di porre un limite all’onnipotenza della madre sul figlio.

  37. nautilus says:

    Mah caro Marco, può essere, siamo nel campo delle ipotesi e qui rimarremo, comunque la tua mi pare abbastanza plausibile.
    Poi che ne debba discendere il diritto del maschio di LIMITARE (scusami ma non capisco in che modo) il potere della madre sull’embrione (e non sul figlio nato, su cui il potere è uguale) beh, questo è tutto un altro discorso.

  38. ivano says:

    Mi sembra importante nell’ambito del discorso sulla moratoria aborto e anche sulla paternità, quanto detto dal Consiglio Episcopale permanente come messaggio per la prossima Giornata per la vita (febbraio 2008).

    Il titolo del documento è Servire la vita

    http://s2ew.mpv.glauco.it/pls/mpv/V3_S2EW_CONSULTAZIONE.mostra_pagina?id_pagina=103

    di cui riporto la seguente

    “il dramma dell’aborto non sarà mai contenuto e sconfitto se non si promuove la responsabilità nella maternità e nella paternità”

    mi sembra interessante perché in realtà le voci più criticate e accusate di tono ideologico (es Benedetto XVI) sono quelle che hanno invece meglio recepito i dati scientifici, le evidenze dela fenomenologia sociale etc

    Insomma sono proprio queste voci le più attente a tutto quella che ricerche e statistiche ci dicono sul come evitare i mali peggiori del nostro tempo (es la droga tra i giovani, l’aborto, ,.-). Tutti dati che invece i politici in genere neppure leggono e nominano.
    ivano

  39. Paolo S says:

    Certo che invocare in modo generico una nozione ambigua come quella di sacro, associandola in modo altrettanto generico alla famiglia permette di eludere un bel numero di problemi concreti e specifici.
    COme se sacro fosse disgiunto da violenza. Mah.
    Mi piace anche notare come il concetto di responsabilità, la cui moderna connotazione giuridica andrebbe adeguatamente analizzata ed eventualmente decostruita, viene allegramente usato in ambito cattolico per rifarsi a quel chimerico “diritto naturale” che si fonda alla fin fine su un “dettato divino”. Mah.

  40. Redazione says:

    Guardi Paolo S. che il giusnaturalismo nasce nei Paesi protestanti, dove è tuttora più fiorente che da noi, e conta tra i suoi aderenti atei assolutamente eminenti. Non tutti pensano che la natura sia emanazione divina, ma ai più (anche al pensiero scientifico, che infatti le cerca) sembra possedere leggi precise. Così per il Sacro, la cui natura, manifestazioni ed effetti è descritta in intere biblioteche, nelle quali il pensiero cattolico non ha, ad oggi, il posto più importante, per lunghe e complesse ragioni, del tutto ignote a chi ragiona sulla base di slogan ideologici.
    claudio risé

  41. Paolo S says:

    Condivido abbastanza la sua lezioncina di risposta. Ma mi permetta di osservare che puzza di slogan proprio la sua sintesi in apertura di intervista: “Siamo la prima società che ha legalizzato l’omicidio di un bambino.”, seguita poi da “Accettato l’aborto, nell’inconscio di uomini e donne passa l’idea della violenza quotidiana, intima, familiare. Se si può esercitare violenza su un essere inerme, il resto viene da sé”.
    Probabilmente è la stringatezza dell’intervista a rendermi fastidiosi gli avvicinamenti che lei compie.
    Che l’intoccabilità della vita sia un tabù (ipotesi del giornalista che lei avalla), mi sembra ipotesi tutta da verificare: antropologicamente, storicamente, politicamente mi sembra che siano sempre esistite eccezioni.
    Grazie per l’attenzione e il confronto civile.

  42. enrico pagano says:

    Perche’ il ministro della Salute insiste tanto per la commercializzazione di una pillola abortiva, la RU486, che ove in uso, oltre ad eliminare il figlio, ha gia’ ucciso molte volte anche la mamma?

    Ne e’ a conoscenza ? Ne dara’ adeguata notizia ?

    Enrico Pagano – Milano

  43. johnny says:

    comunque ognuno ha i suoi peccati. tutti dobbiamo farci un’esame di coscienza e guardare a cio’ che la ragione ci dice, con gli strumenti post moderni che abbiamo.
    Non abbiamo altro strumento che la ragione, che sia ragionevole……
    Per cui ben venga il dibattito sulla 194 per migliorarla: ma vengano prese in considerazioni tutte le implicazioni ed i soggetti in discussione. dobbiamo uscire dai dogmi e dalle ideologie del secolo scorso: e mettersi una mano sulla coscienza. Senza ragione e rispetto delle idee/scelte altrui: vivremo sempre nell’incubo novecentesco della prepotenza arbitraria di chi si arroga il potere di decidere, senza spiegazione, per gli altri.

  44. Matteo says:

    Segnalo quanto dichiarato dall’Associazione Medici Cristiani della Catalogna, ed in particolare dal suo Presidente Fernando García-Faria, che sembra andare nella stessa direzione di quanto da Lei qui indicato:

    “con l’aborto la violenza si produce al primo stadio della vita e viene diffusa in tutta la società”.

    in: http://www.zenit.org/article-13061?l=italian

  45. Redazione says:

    Per Johnny: ok il rispetto delle idee/scelte altrui. Ma e quelle del piccolino ancora dentro la pancia? Come possiamo impedirgli di esprimere quali siano, appena potrà? Claudio

  46. johnny says:

    caro rise’,
    ho letto della sua scesa in campo nelle file di ferrara. Ho letto che difendera’ la 194. Pensa di spingersi un po’ piu’ in la’, come mi pare di aver letto sul manifesto per il padre (cioe’ di limitare gli aborti, se non altro quelli non terapeutici dei primi tre mesi) e di difendere anche i diritti del padre, o si “accontentera’” della battaglia culturale dell’elefantino?

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