La sfida di San Silvestro

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 31 dicembre 2007, www.ilmattino.it

Notte impegnativa, quella che viene. Si fa festa, si dà il via ai botti, si buttano via vecchie cose, ma dietro tutta questa attività gioiosa c’è una speranza: che molte cose cambino. Che quanto di vecchio e stantio c’è nella vita personale, e collettiva, se ne vada. Che a mezzanotte cominci un tempo nuovo. Per questo, nell’impero romano, il dio di questa giornata, e del mese che inizierà, era Giano, dio dai due volti, il vecchio, che guarda all’indietro, e il giovane, che guarda avanti.
La crescita felice del nuovo dipende dal farsi da parte del vecchio. Questo tema, vanno scoprendo neuroscienziati e psicoterapeuti, si colloca al centro dell’esperienza della felicità nell’essere umano. Strettamente legata alla volontà e capacità di cambiare: lo dimostrano le ricerche più diverse, da quelle sul cervello, a quelle sugli affetti e sulla psiche.
L’essere umano è in continua crescita e mutamento, ed è tanto più felice quanto più asseconda questa sua vocazione. Che non significa buttar via quello che è stato, bensì rinnovarlo, in continuazione, come appunto il cervello. Lo sperimentiamo ogni giorno, in ogni campo. Ad esempio nell’amore.
Ogni storia d’amore ci chiede di reinventarla sempre, di guardar l’altro con occhi nuovi, di sapere, anche, trasformarci ai suoi occhi, mostrando nuovi aspetti di noi, e del mondo. Quando ci stanchiamo di questo “lavoro”, impegnativo ma indispensabile, la storia d’amore diventa ripetitiva, noiosa, sempre eguale a se stessa.
La stessa cosa succede in campo economico: nelle grandi aziende, ma anche nei più modesti bilanci famigliari. La ricchezza, o semplicemente il benessere, dipende dall’innovazione, da nuove idee, nuove iniziative, che generano nuovi introiti. Oltretutto, siccome anche il mondo intorno a noi cambia in continuazione, anche noi, come famiglia o come Paese, siamo costretti a cambiare, a mettere a punto nuove conoscenze, intraprendere nuove strade.
Qui il tema della felicità, che dipende dal cambiamento, si incrocia con quello del sapere, dell’apprendere, da cui dipende la capacità di crescere. Anche da questo punto di vista San Silvestro, questa notte che si spenzola dentro un altro anno, in un altro tempo, è molto impegnativa. Siamo davvero disponibili a scrutare nel buio, ad immaginare quel che verrà? Quanto siamo veramente curiosi, o quanto preferiamo ripetere le stesse cose, mantenere le stesse convinzioni, gli stessi pregiudizi?
Crediamo che la vita sia una cornucopia colma di regali, magari inquietanti e complicati, ma sempre interessanti, o preferiamo chiudere porte e finestre prima che il nuovo sia troppo scomodo e impegnativo?
In altri termini: quanto siamo davvero vitali, o quanto opportunisti e poco curiosi di ciò che accadrà?
Questi interrogativi ci riguardano personalmente, ma anche collettivamente. Quando il New York Times dice che l’Italia è un paese triste (speriamo che sbagli), è perché il suo corrispondente crede che la conservazione prevalga sul cambiamento, la paura sull’innovazione, la ripetizione di ciò che è stato sulla passione per imparare nuove cose. Quando gli abitanti del Triveneto, in una ricerca resa nota oggi, si dicono pessimisti sul futuro, è perché hanno l’impressione di essere intrappolati in una stagnazione coatta, di non poter cambiare come vorrebbero, di essere prigionieri di una macchina burocratica che li immobilizza.
Se, però, un passaggio (della vita o dell’anno), che dovrebbe segnare un cambiamento segnala solo la ripetizione dell’esistente, nasce la depressione.
E’ questa la sfida di San Silvestro. Vedremo quale dei due volti di Giano vincerà.

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4 Responses to La sfida di San Silvestro

  1. nautilus says:

    Bravo prof Risè, articolo davvero stimolante.
    La felicità proverrebbe dal cambiamento. A dir la verità è storia risaputa: l’uomo è per sua natura incontentabile, appena raggiunge un traguardo subito se ne pone un altro.
    Ricordo questo aforisma:”E’ frustrante non conseguire i propri obiettivi, ma i veri guai cominciano quando li hai ottenuti”
    Il cambiamento porta dunque la felicità (ovviamente quindi provvisoria), ma la sete di cambiamento ci rende inquieti, insoddisfatti e infelici.
    A livello più volgare e dannoso: vogliamo le novità. Appena abbiamo la macchina nuova già non ci dice più niente e ne sognamo un’ altra, ed ecco il consumismo in cui ci dibattiamo,
    inseguendo la felicità in oggetti sempre più nuovi e costosi e in definitiva inutili.
    Lei dice, giustamente:”Che non significa buttar via quello che è stato, bensì rinnovarlo, in continuazione, come appunto il cervello..”
    Purtroppo spesso quello che è stato, amori compresi, diventa merce avariata da smaltire.
    Gli abitanti del Triveneto, che vogliono ? Erano dei morti di fame, hanno fatto i quattrini ma logicamente non basta, hanno paura di tornare indietro come di star fermi, vogliono di più perchè così richiede la loro energia vitale, chi si ferma è perduto. Ma per andar dove ?
    Si dice non conta la mèta ma il viaggio, che però sempre più spesso diventa la corsa del topo.
    Il cambiamento può essere la nostra felicità ma anche la nostra catena.
    Nel frattempo ci si può illudere che sia la burocrazia la nostra prigione, e non la nostra natura.

  2. Redazione says:

    Gli abitanti del Triveneto, come tutti gli altri italiani, non erano dei “morti di fame”, ma dei poveri che sono diventati ricchi col loro lavoro e la loro tenacia. Non credo che vogliano chissà cosa, ma treni che viaggino, scuole che funzionino, le cose che vogliono tutti, e che sono compito specifico dello Stato, i cui funzionari, a partire dai politici, sono lautamente pagati per fornirle. Non credo affatto che la burocrazia sia la nostra natura: sembra piuttosto la perversione di molti, legata a precisi privilegi. Claudio Risé

  3. ivano says:

    Sono d’accordo con Risé: persone che si danno da fare e ottengono ciò che si sono guadagnate, perché chiamarli morti di fame?. Ma certo poi vengono tradite dallo Stato. L’esempio della scuola mi pare calzante: la Lombardia e il Veneto con gli Asburgo avevano le migliori scuole tecniche professionali d’Europa. Su questo sapere è caduto un vergognoso silenzio, quasi un disprezzo, tutto cancellato, scuole che non preparano nessuno, ditte che vorrebbero tecnici chiamano i presidi per sentirsi rispondere picche perché i ragazzi sono formati con tecnologie di venti anni fa, formazione professionale che chiude le porte in faccia a ragazzi che davvero farebbero un mestiere e sono obbligati ad andare in scuole superiori cui non tengono. E poi si inventano le nuove leggi sui “debiti scolastici da saldare” in cui non crede nessuno, tanto meno chi ha inventato le leggi, che nella scuola non ci è mai andato.
    ivano

  4. nautilus says:

    No, ma il mio “morti di fame” era un complimento al Triveneto ! E’ storia che fossero regioni povere che alimentavano l’emigrazione e son riuscite a diventare il “nord-est”, tanto di cappello !
    E anche sulla burocrazia, certo che è tutto quel che dice lei, volevo solo dire che i guai peggiori ce li procura la nostra natura di mai contenti.
    E’ la caratteristica che ha permesso il progresso dell’umanità ma è anche una prigione.
    Sulla scuola poi: credo che in quel che dice Ivano ci sia molto di vero. Da sessantottino volevo una scuola di buon livello umanistico e scientifico per tutti, ma se ci sono ragazzi che la rifiutano, e sarebbero invece bravi in una buona scuola tecnica ?
    Altro caso in cui l’ideologia dovrebbe far posto alla prassi.

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