I giovani. Una risorsa trascurata dal Paese, espropriata dei valori e privata del futuro

(Intervista a Claudio Risé, da “il Giornale della Libertà”, 4 gennaio 2008, www.ilgiornaledellaliberta.it)

Claudio Risé: «Una politica che non sa più dare né obiettivi né educazione»

L’immagine dei giovani che emerge dalle indagini sociologiche è quella di una generazione senza speranze: non credono più nella possibilità di conquistarsi uno spazio commisurato alle proprie qualità all’interno della società.
Secondo un’indagine condotta da Renato Mannheimer lo scorso anno, i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro sono affetti da scarsa ambizione, tanto che sei su dieci preferiscono un lavoro sicuro, anche se meno retribuito, a uno meno sicuro con migliori prospettive di reddito.

Questa mancanza di ambizione e di voglia di accettare le sfide non è segnale che esiste una condizione giovanile irrisolta nel Paese?
Claudio Risé: Se in un Paese intere generazioni mostrano, come accade in Italia, scarsa ambizione e poca fiducia nella propria affermazione, ciò significa soprattutto due cose. La prima è che forse al momento possibilità di sviluppo non esistono, o sono scarsamente visibili, e poco presentate dal modello di cultura dominante. La seconda è che nella formazione di queste nuove generazioni c’è un forte deficit educativo.
Educazione, diceva la filosofa francese Simone Weil, è fornire ai giovani degli obiettivi. Ebbene questi obiettivi non vengono più forniti, né dalla scuola, di livello penoso in ogni suo grado, né dalla famiglia, che a sua volta non è stata stimolata dalla classe politica ad una visione elevata, sia personale che sociale. L’apatia e l’intimo scoraggiamento dei giovani ha origine nella miopia dell’attuale classe di governo, che non ha l’ampiezza e la forza di visione per motivarli e dare loro degli obiettivi.

Da un sondaggio effettuato dal nostro giornale è emerso che quasi l’80% dei giovani si sente trascurato e non capito da chi fa le scelte per il futuro del Paese (Governo e classe politica). Come va interpretato questo sentimento? Come il segnale di una mancata assistenza da parte del mondo degli adulti o come il segno che le nuove generazioni sono state abituate – a torto – a pensare che nella vita esista sempre e comunque un sistema “assistito”?
C. R.: Non bisogna confondere l’assistenzialismo con l’educazione, intesa, come ho detto prima, come “proposta e illustrazione di obiettivi”. L’assistenzialismo è mortale, ma l’educazione è indispensabile. Nei grandi Paesi liberali, soprattutto anglosassoni, non c’è assistenzialismo, ma c’è molta insistenza sui valori fondanti la società, la libertà, la democrazia, il lavoro, l’innovazione. Valori transpersonali, condivisi da tutta la società, dunque per certi versi “religiosi”, anche se di una religione laica.
Nella nostra classe dirigente politica, soprattutto ed in modo plateale nella sinistra (col suo “relativismo” ossessivo), è proprio la proposta di valori e prospettive, e quindi l’educazione, che è mancata. Da questo punto di vista è normale – a mio avviso – che i giovani si sentano “abbandonati”, perché gli adulti hanno mancato nella parte più importante della loro funzione di introduzione delle nuove generazioni alla vita adulta. Questa mancanza non è stata, è vero, rimediata dal governo di centro-destra. Tuttavia i due governi Berlusconi (dei quali il primo assai breve) sono stati due parentesi in una lunga fase di centro sinistra che è incominciata nel 1960, con il rovesciamento, da parte delle piazze sobillate dai sindacati, del governo democratico di Ferdinando Tambroni, e non è ancora finita.
Questo vero e proprio regime, che ha continuato a controllare tutti i più importanti centri di potere dello Stato, a cominciare dalla magistratura, anche durante i governi Berlusconi, si è caratterizzato anche per la sua caratteristica scelta di privilegiare gli obiettivi materiali di chi è interno al regime stesso, rispetto agli interessi più ampi di tutto il popolo, e delle sue giovani generazioni. Le sue politiche previdenziali, ma anche quelle educative (e le rivolte sindacali contro la riforma Moratti), ne sono l’esempio più evidente.
Ecco perché quando i giovani dicono di essere stati abbandonati hanno nella sostanza ragione, qualsiasi significato essi diano a ciò che dicono.

A differenza di quello che accade all’estero, in Italia il ruolo di ammortizzatore sociale non viene assolto dallo Stato, ma dalle famiglie. Per un ragazzo che non trova lavoro o lo perde, la famiglia rappresenta l’unica ancora di salvezza: è questo il sistema che pone le basi per la permanenza in casa di tanti trentenni, salvo poi chiamarli ironicamente “bamboccioni”?
C. R.: La famiglia in Italia supplisce ad un’intrinseca debolezza della struttura dello Stato e dei suoi addetti, non paragonabile a quella di nessuno dei grandi Paesi europei. Di fronte ad uno Stato incerto e spesso vessatorio (ricordiamo anche recenti casi giudiziari, sfociati in clamorosi errori, e vittime innocenti), la famiglia gioca un ruolo spesso difensivo, in assenza del quale l’individuo sarebbe del tutto solo.
Questo sistema è stato chiamato negli anni ‘50 da un sociologo nordamericano, Banfield, “Familismo amorale” (perché fa prevalere gli interessi della famiglia su quelli della Comunità); e per certi versi anche lo è. Tuttavia esso corrisponde in gran parte, e soprattutto nelle regioni meridionali, all’amoralità ed assenza dello Stato, nel suo ruolo positivo di onesto difensore e propulsore degli interessi privati e pubblici.
Il ruolo positivo dello Stato non ha finora potuto affermarsi pienamente in Italia, sia per la relativamente giovane età dello Stato italiano (poco più di un secolo e mezzo), sia per i lunghi “regimi” che vi hanno impedito un pieno sviluppo della democrazia, tra i quali il quasi cinquantennale centro-sinistra. L’importanza della famiglia italiana è stata poi caricata di oneri impropri con assurdi dispositivi giudiziari, come la sentenza della Corte di Cassazione di pochi anni fa che prevedeva l’obbligo della famiglia (o meglio il padre di un figlio quarantenne che viveva con la madre separata), di mantenere il figlio finché non avesse trovato un lavoro di suo pieno gradimento. A questo va aggiunta la grave mancanza, culturale e valoriale, di un’educazione, familiare ma anche pubblica, che metta al primo posto il valore dell’emancipazione dell’individuo, attraverso una formazione con prove adeguate, che lo liberino dalla tendenza infantile alla dipendenza, per dargli piena coscienza della propria identità, e dei propri obiettivi.
Insomma, la never ending story della dipendenza dell’italiano, dalla famiglia, ma anche e soprattutto dallo Stato, è stata promossa dallo Stato stesso, e dalla sua caratteristica di democrazia gravemente incompiuta, rispetto agli standard occidentali. E’ quindi particolarmente odioso (ma rappresentativo del basso livello di sensibilità democratica) che proprio un ministro dello Stato italiano insulti un intero gruppo sociale, quello dei giovani ancora dipendenti dalle famiglie, che contribuisce comunque a pagare il suo stipendio.

O forse a determinare questo fenomeno è quello che Umberto Galimberti definisce nichilismo, facendo riferimento alla mancata costruzione di un’identità da parte dei giovani come impedimento all’ingresso nel mondo degli adulti? Quali sono le condizioni che possono spingere i giovani a “partecipare”?
C. R.: L’identità si costituisce misurandosi con obiettivi ampi proposti dalla società (ma il modello di cultura relativista, appunto, non li propone), e riconoscendo la propria appartenenza ad una tradizione culturale, civile, religiosa, di cui ancora il relativismo nega il significato e la funzione.
Ecco perché il soggetto della tarda modernità ha spesso un’identità debole, accompagnata da un molto promosso “pensiero debole”, che è in realtà un gravissimo handicap, sia sul piano individuale che collettivo. Soprattutto se visto in un’ottica globalizzata, dove ci si deve invece confrontare con tradizioni e pensieri forti, a partire dall’Islam.

In questa “crescita incompiuta” che caratterizza i ragazzi, che responsabilità ha la mancanza di autorità (a scuola, in casa, etc.) frutto della cultura del Sessantotto? Quanto pesa l’eredità di quegli anni – nei quali, sostiene Edmondo Berselli, si è interrotto il processo di riforma che era in atto nella società italiana – sulle nuove generazioni? E in che modo?
C. R.: La mia tesi è diversa. Per me il ‘68 è stato un moto di protesta contro la corruzione (privata e pubblica) e la mancanza di ideali che aveva caratterizzato i precedenti 8 anni di centro sinistra. Il richiamo ad un comunismo di cui erano ancora poco conosciuti i crimini era un modo giovanile di contrapporre un mondo immaginario “puro”, ad un altro di cui erano visibilissime miopie e disfunzioni, più o meno quelle di oggi.
La riforma della società italiana, avviata negli anni ‘50 da statisti di livello e formazione internazionali come Einaudi, La Malfa, De Gasperi, l’aveva già interrotta l’avvento nel 1960 del tristemente provinciale centro sinistra, con comportamenti e direttive simili all’Unione di oggi.

Di fronte a una generazione che si sente “lasciata in panchina”, che impatto psicologico hanno scelte politiche volte a scaricare sui ragazzi i costi dei privilegi dei padri, come ad esempio la riforma del welfare?
C. R.: Quelli bravi spesso emigrano, come dimostra la composizione dell’emigrazione giovanile verso USA e UK, gli altri si deprimono, molti finiscono nella spirale nichilista dell’ultrasinistra.

Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro libro “Contro i giovani” sostengono che gli under 40 di oggi rischiano di essere “una generazione di perdenti”, destinata ad avere una vita più difficile di quella dei loro padri. Si stanno creando le basi per uno scontro generazionale?
C. R.: E’ già in atto. Le misure previdenziali e del Welfare di questo governo sono un modo per mettere i vecchi (spesso reduci da formazioni obsolete ed assistenziali) al caldo e al riparo, affamando, ora e dopo, i giovani.

Considerato che le nuove generazioni sono una risorsa fondamentale per il futuro del Paese, che pericoli ci sono per il futuro dell’Italia?
C. R.: Quelli già rilevati, dell’arresto del rinnovamento e sviluppo, e scivolamento tra i Paesi meno sviluppati. La Spagna ci ha già sorpassato, la Grecia ci tallona, ma quando, fra poco, esploderà il cancro dei servizi, della pubblica amministrazione, dei trasporti, della scuola, rischia di esser davvero troppo tardi.

Le sembra che i giovani siano in grado di porsi come futura classe dirigente del Paese? E che possibilità hanno i 35enni di oggi di rientrare in gioco prima che per loro sia “troppo tardi”?
C. R.: Mi sembra che per ora gli unici centri formativi adeguati ad un mondo globalizzato siano poche grandi imprese, e molte aziende medio piccole ad elevata cultura tecnologica e di mercato. Ai giovani consiglierei molta formazione (aziendale e scientifica) internazionale, e molta attenzione alla politica interna, per essere pronti a fare dell’Italia una vera, moderna democrazia liberale, appena l’occasione si presenti.

Fonte: [il Giornale della Libertà]

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