Il rischio del ricordo

Claudio Risé, da “Liberal”, n. 44, dicembre 2007-gennaio 2008, www.liberalfondazione.it

La trasformazione (e quindi anche la cura, la terapia, la politica intesa come innovazione e sviluppo) è fondata sul ricordo, o sul progetto? Naturalmente su entrambi. E’ però inutile nascondersi che in ognuno di questi ambiti (la terapia come la politica), si tende a scegliere una delle due cose.
Nelle psicoterapie è un continuo oscillare tra il feticismo del ricordo e del romanzo familiare, e la banalità del pensiero positivo. Nella politica o si sprofonda nella necrofilia delle costituzioni immutabili e nel culto delle procedure consolidate (caso di scuola quello della sinistra italiana), o in un vitalismo che continua a rifiutare il tema del passato e delle radici, e quindi non riesce mai a metterle.
Questa raccolta di saggi di Paul Watzlawick, studioso e terapeuta scomparso nella primavera di quest’anno è di notevole aiuto per mettere a fuoco con originalità e intelligenza il campo di indagine evocato da questi interrogativi. (Paul Watzlawick, Guardarsi dentro rende ciechi, Scritti scelti con cinque saggi inediti, a cura di Giorgio Nardone e Wendel A. Ray).
Watzlawick, austriaco di Villach, ai confini col bellunese, studiò filosofia a Venezia, divenne psicologo analista all’Istituto Carl Gustav Jung di Zurigo, per lavorare poi al Mental Research Institute di Palo Alto, ed insegnare psichiatria e scienza del comportamento alla Standford University.
Questi saggi, ricchissimi (anche se con qualche ripetizione), ripropongono al pubblico italiano due questioni fondamentali. Una è quella del ricordo, che si trascina dietro l’altra, quella del campo di energie, o del sistema, come l’autore lo chiama, in cui il ricordo è maturato, e delle coincidenze significative che lo costellano. L’altra è quella di uno sguardo diverso al lavoro trasformativo (per me sia quello terapeutico che quello politico), che sappia riconoscere il senso positivo, e di direzione, fornito dall’esperienza dell’insuccesso, e sostituire alla spasmodica ricerca dell’insight risolutore, lo spazio per mutamenti spontanei, e per esperienze correttive.
La critica di Watzlawick dell’utilità del ricordo è evidentemente paradossale, ma comprensibile di fronte al feticismo dell’insight che ha paralizzato tante correnti psicoterapeutiche, dalle più classiche alle più nuove. Ma soprattutto permette di spostare l’attenzione dal singolo evento, che non è quasi mai causa di qualcosa di psichicamente rilevante, alle strutture comunicative, che accompagnano invece la formazione della personalità, e i suoi disagi.
Watzlawick insiste giustamente sul “doppio legame” e sulla sua capacità di produrre scissioni; ma strutture comunicative sono anche quelle simboliche ed archetipiche, nelle quali si costellano quelle coincidenze significative di cui si era già occupato Jung, che col fisico premio Nobel Wolfgang Pauli, aveva messo a punto la teoria della “sincronicità” tra evento fisico ed evento psichico.
Watzlawick è attento ad evitare ogni percorso che possa affermare regole non falsificabili. E’ un suo diritto, tanto più che c’è già, invece, chi ha osato farlo. Non era questa la sua ambizione: tutt’altro. «Non voglio essere un guru» – dichiara – «voglio essere un meccanico che disinnesca meccanismi umani inceppati».
Claudio Risé

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One Response to Il rischio del ricordo

  1. giovane padre says:

    in particolare condivido:

    il ricordo non è tutto, ma non solo nel senso che va condiviso equamente ed in armonia col progetto formativo (creando quindi un ponte, un percorso passato-presente-futuro), ma anche questa frase che cito “spostare l’attenzione dal singolo evento, che non è quasi mai causa di qualcosa di psichicamente rilevante, alle strutture comunicative, che accompagnano invece la formazione della personalità” cose che ho riscontrato personalmente nelle mie varie sperimentazioni tra cui lo “auditing” di r.hubbard o il metodo “arkeon” di v.c.moccia (e ce ne sono tanti altri) che puntano troppo sul classico “singolo evento, singolo trauma” che quasi sempre non c’è creando spesso solo frustrazione nella persona che non riesce a capire, non riesce a prendere tra le mani i materiali giusti da elaborare. (cerca un nodo mentre si tratta invece di una rete di nodi.. tra l’altro una rete è molto più “avvolgente”)

    Allargare quindi il discorso non solo a “singolo evento” ma a “contesto formativo”, “ambiente di crescità e strutture comunicative” consente alla persona che si cala nel passato di operare più concrete osservazioni e dunque più verosimili e fruttuose elaborazioni sul proprio passato.

    Nel mio psicobolario (http://psicobolario.wiki.zoho.com/) scrivo due semplici definizioni sul tema – BAMBINI: una spugna nuova e porosa che diventa del colore del liquido nel quale la immergete – IMPRINTING: L’auto-adattamento e adeguameto del nostro cervello all’ambiente circostante. Il cervello (organo centrale e direttivo del corpo) si configura e prende forma (identità) relazionandosi con tutti gli stimoli esterni a se stesso.

    La frase di Watzlawick “Non voglio essere un guru, voglio essere un meccanico che disinnesca meccanismi umani inceppati” mi ricorda invece il filosofo indiano Jiddu Krishnamurti che ha sempre dichiarato la stessa cosa e del quale condivido alcune intuizioni che mi hanno letteralmente “liberato” da alcuni schemi fissi e troppo cristallizzati di pensare (per chi volesse approfondire su questo filosofo consiglio “la ricerca della felicità” libro breve che illustra semplici pensieri)

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