Religione: oppio dei popoli, o fondatrice dell’Io?

Claudio Risé, da “Tempi”, 7 febbraio 2008, www.tempi.it

Edoardo Boncinelli ha fatto sul “Corriere della Sera” della scorsa settimana un’interessante sfuriata contro la religione. Molto di ciò che dice è però smentito dalla semplice osservazione della vita quotidiana. Secondo Boncinelli «la religione rassicura e deresponsabilizza». L’accusa di “deresponsabilizzazione” alla persona religiosa colpisce chi lavora, come me, con la sofferenza delle persone. Boncinelli argomenta: «In tutte le religioni, e soprattutto in quella cattolica che ci riguarda più da vicino, ciascuno si deve comportare bene per far piacere a Dio e non incorrere nella sua ira».
Ma è veramente, e soprattutto, così? La nostra religione è davvero comportarsi in modo da compiacere qualcuno che non vedi mai, perché lo temi? O non piuttosto l’incontro con un divino di cui percepisci l’amore per l’uomo, e che ti compiace e ti accompagna nel tuo cammino? Dio non è quella caritas di cui parla papa Benedetto, e di cui l’uomo fa l’esperienza nei suoi molteplici incontri con Cristo, dall’Eucarestia all’incontro col povero, a quello col bambino, a quello con la persona amata? Di che Dio lontano e terribile parla questo scienziato “laico”, che afferma pre/giudizi assunti come dogmi di una fede non verificata nella realtà dell’esperienza psicologica?
Nel lavoro analitico, ad esempio, è di evidenza quotidiana che l’analizzando cristiano, ne sia o no pienamente conscio, sente la responsabilità del condividere l’essenza di questo Dio, appunto quell’amore di cui egli ha dato testimonianza, e vive l’allontanamento da esso come una negazione del proprio Sé, e quindi come un malessere. Mentre viceversa sperimenta il ritrovamento dell’amore, per sé e per l’altro, come l’espressione della propria identità più piena.
Il pregiudizio antireligioso di Boncinelli, come di altri, non può negare l’esperienza di un ricercatore laico come Freud che, pur con tutta la sua avversione per le pratiche religiose, riconosceva però che al centro del nucleo più profondo della propria personalità c’era molto probabilmente la sua identità ebraica. L’esperienza religiosa, insomma, non è semplicemente consolante o rassicurante (il che avrebbe comunque la sua importanza), è fondativa dell’identità, e della personalità che attorno a quell’Io si organizza.
L’esperienza religiosa cristiana poi, come ha osservato Jung (la cui posizione religiosa è notoriamente discutibile e discussa, dal punto di vista dell’ortodossia), ha semplicemente cambiato l’uomo, proprio introducendo nella sua storia una centralità della forza del sentimento d’amore, che non ne è più uscita. Anche Freud, senza riferirsi a Cristo, riconosceva che la forza dell’Eros, dell’amore, e il suo riconoscimento da parte della civiltà occidentale, ha modificato la relazione dell’uomo con le proprie pulsioni, e quindi la sua storia.
Tutto questo c’entra forse poco con Kant, che Boncinelli cita a più riprese, e anche con l’Illuminismo, per lo meno inteso come fenomeno storico e ideologico, e non come metodo per far chiarezza, aiutandoci con la razionalità, e quindi con l’osservazione di tutto ciò che accade e delle diverse esperienze. È però questa la realtà della psiche, che presiede agli affetti, ai comportamenti dell’essere umano.

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6 Responses to Religione: oppio dei popoli, o fondatrice dell’Io?

  1. un articolo bellissimo
    grazie claudio,
    grazie infinite

  2. ivano says:

    Segnalo in
    http://mediacampaign.org/faith/kids.pdf

    un articolo con dati dell’American Psychological Association secondo cui la religione svolge un ruolo decisivo nel proteggere i giovani dalle droghe e in particolare dalla cannabis/marijuana
    ivano

  3. Marco Maggi says:

    Articolatissimo!

    C’è da aver timore ad affrontare l’argomento del significato e ruolo dell’essere “timorati di Dio”, ci sono talmente tante cose da dire e domande difficili…

    C’è, però, una considerazione pertinente sulla psiche: esiste un meccanismo mentale che ci porta a mentire a noi stessi per giustificarci.

    Prima facciamo una cosa, poi ne costruiamo una giustificazione, quindi, a volte, diciamo all’altro: “ma l’ho fatto per te!”

    Chiediamo all’altro l’accettazione di una situazione anche se, prima, non ci siamo chiesti davvero quale conseguenza stavamo per imporgli.

    In questa logica esiste l’autoassoluzione preventiva: “ti voglio bene, quindi quello che faccio è giusto”, che viene affrontata e ribaltata dall’Illuminismo: “osservo le conseguenze, quindi stabilisco quali azioni sono pericolose e la prossima volta ci penso perché ne sono responsabile”.

    Non è da escludere del tutto che, in persone che hanno ricevuto una educazione religiosa, ci sia la spinta del tipo: “faccio senza pensare perché io ho… fede”.

  4. Francesco says:

    Lo sappiamo da sempre, però c’era bisogno di qualcuno che trovasse le parole per dirlo.
    Grazie.

  5. Redazione says:

    Per Marco. Nel Cristianesimo la verifica pratica, anche delle conseguenze delle proprie azioni, è una tratto costante, fin dai Vangeli. Sul rapporto fede-ragione-consapevolezza poi, Benedetto XVI ha incardinato gran parte del suo pontificato, proprio per questo molto attaccato dalla posizione scientista che si pretende unica depositaria della ragione. Claudio

  6. Marco Maggi says:

    @Claudio “Nel Cristianesimo la verifica pratica, anche delle conseguenze delle proprie azioni, è una tratto costante, fin dai Vangeli.”

    Nessun dubbio. Ma l’aspetto rilevante dell’argomentazione, secondo me, non è l’indicazione delle Scritture o la posizione ufficiale delle Chiese, ma quale meccanismo si innesca nella psiche di chi dice a se stesso “io ho fede”.

    Chi vive un autentico sentimento di fede si fa carico di un grande peso e lo porta consapevolmente. Ma non tutti i “dicenti” sono così…

    @Ivano “la religione svolge un ruolo decisivo nel proteggere i giovani dalle droghe”

    Non metto in dubbio la veridicità dei fatti, ma sono cattivello: gli adolescenti che “considerano importante la religione”, essendo adolescenti, hanno identità in via di formazione; allora a tenerli lontani dalla decadenza è un autentico sentimento di fede, o il dover “rendere conto” a un ministro del culto che è vissuto come succedaneo del padre?

    In mancanza d’altro, avere un succedaneo del padre è bello e ti fa star bene.

    Lo dico in termini che suonano esagerati, però: l’inconscio esiste.

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