La passione globale per l’identità e l’antisemitismo

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 11 febbraio 2008, www.ilmattino.it

La difesa dell’identità è la passione della postmodernità globalizzata, epoca in cui ad ognuno accade di vivere accanto al diverso, scoprendone le differenze. Che però suscitano spesso intolleranza e avversione. Ci si stupisce, a torto, che l’ostilità al diverso sia praticata anche dagli intellettuali. Come invece dimostra la richiesta da parte dell’intellettuale islamico Tarik Ramadan, di boicottare il prossimo salone del libro di Torino, dedicato quest’anno alla letteratura ebraica.
Ramadan ha trovato subito l’appoggio di esponenti della cultura e della politica, anche se lui stesso al salone del libro dell’anno scorso aveva potuto attaccare Israele, senza contraddittorio. Sempre in ambienti intellettuali, sgrammaticati, sembra maturata la “lista nera” contro docenti della Sapienza a Roma “appartenenti alla lobby ebraica”, comparsa su un circuito, Il cannocchiale, che riunisce i blog di sinistra.
E’ dunque attiva anche in Italia una cultura dell’intolleranza, che si oppone strenuamente alla presenza del diverso, dell’altro. Il fenomeno non è nuovo: anche l’antisemitismo tradizionale (massima manifestazione del rifiuto del diverso) ha avuto i suoi ideologi, i suoi intellettuali, persino i suoi “scienziati”.
L’antisemitismo, fenomeno antico, con sue caratteristiche specifiche, non può essere equiparato alla rivendicazione delle differenze identitarie che caratterizzano la postmodernità. E’ inoltre evidente, in queste manifestazioni di intolleranza antisemita, il collegamento con la campagna internazionale oggi in atto per la “cancellazione” dello Stato d’Israele dalla carta geografica del mondo.
Anche la nuova ondata di antisemitismo tuttavia, prova clamorosamente il fallimento delle strategie finora praticate per evitare, nella tarda modernità, manifestazioni di discriminazioni e di rifiuto della diversità. Che si sono poi risolte, soprattutto, in una specie di galateo di buone maniere: il “politicamente corretto”, in base al quale la diversità non andava innanzitutto nominata, sperando che in questo modo non fosse rilevata, e quindi neppure osteggiata. Si è immaginato un mondo di esseri “neutri”, le cui diversità non erano, in fondo, significative, sperando così di evitare i conflitti.
Le ultime disposizioni del Ministero dell’Istruzione inglese, che aboliscono il riferimento al padre e alla madre, per non mettere in imbarazzo i figli di omosessuali, derivano da questa strategia di ipocrisia identitaria. Che non solo non protegge i gruppi che vorrebbe tutelare, ma li mette ancora più in pericolo, perché, per farlo, viola l’identità degli altri (in questo caso le coppie eterosessuali, ed i loro figli), preparando così nuovi potenziali conflitti.
Tarda, e postmodernità propongono invece un’altra direzione. Nell’identità risiedono i valori fondamentali dell’essere umano, e il suo interesse alla vita. Essa non va dunque “neutralizzata”, o coperta dal politicamente corretto, ma onorata, ed anche presentata agli altri nella sua specificità e nel suo valore.
Ciò significa però che chi nega l’identità e il valore di un’altra identità, di un’altra tradizione culturale, come fa il signor Ramadan cercando di impedire agli scrittori israeliani di presentarsi a Torino, mette a rischio la convivenza civile nel mondo moderno, globalizzato. Nel quale occorre difendere non solo le “nuove” identità sessuali, ma quelle che derivano dalle tradizioni culturali o religiose di sempre, cui appartiene la grande maggioranza delle persone. Quella ebraica, quella cristiana, quella islamica. Dal loro rispetto dipendono la pace, e la stessa umanità.

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2 Responses to La passione globale per l’identità e l’antisemitismo

  1. Marco Maggi says:

    “… galateo di buone maniere: il “politicamente corretto”, in base al quale la diversità non andava innanzitutto nominata, sperando che in questo modo non fosse rilevata, e quindi neppure osteggiata.”

    Vero e inquietante.

    Ho l’impressione che, in generale, nell’analizzare questi fenomeni ci sia un’idea non corretta: l’assumere che gli intolleranti abbiano una consapevolezza diversa dalla nostra, ‘loro pensano cose che noi non pensiamo e hanno motivazioni che noi non abbiamo e non conosciamo’. In questo modo, in un certo senso, queste persone vengono legittimate.

    La mia opinione è che la cosa si possa ridurre a termini piú terra terra: ci sono quelli che usano l’intolleranza come valvola di sfogo e quelli che cavalcano la situazione per affermarsi.

    Se stiamo tutti fermi qui e ci guardiamo in faccia, succede niente e io non riesco ad avvantaggiarmi; ma se convinco tutti a correre nella stessa direzione, durante la corsa posso fare lo sgambetto a qualcuno e farmi largo; l’attenzione di tutti è nella corsa, quindi non si capisce bene che cosa sto facendo. È un po’ come invadere il Tibet.

    Il tipo, lì, sta gridando dobbiamo “invadere il Tibet”; non è che nei paesi islamici ci sia nient’altro a cui pensare…

  2. armando says:

    Verissimo. Dal rispetto e dalla difesa delle identità religiose tradizionali, ossia delle differenze, dipende la convivenza nella pace. L’esatto contrario di quello che dicono i sostenitori del meticciato, etnico, religioso o sessuale che sia. Dal rispetto e dalla difesa dell’identità maschile e di quella femminile, dipende l’incontro fecondo e bello fra i generi. Dalla loro omologazione e confusione discendono invece la competizione e la “guerra”, da cui alla fine non ci saranno veri vincitori, solo veri perdenti.
    armando

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