I Giovani emo e taglia zero. Cosa possono dare i ragazzi cresciuti senza padre?

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 25 febbraio 2008, www.ilmattino.it

Qualche mese fa era di moda il tipo «emo», da emotional, emotivo, sensibile. Spalle tenute strette, come a riparare il torace già smilzo, frangetta lunga su un occhio, l’altro un po’ sgranato a scrutare il mondo, con aria tra l’annoiato e lo stupito. Fra l’autunno e l’inverno sono diventati ancora più pallidi, magrissimi, «taglia zero», anch’essi come le loro coetanee, pericolosamente ai bordi dell’anoressia. Sono gli adolescenti di oggi, i nostri fragili figli, nipoti, fratelli minori.
Completamente diversi dai loro fratelli maggiori, quei ragazzi tutti palestra e muscoli di qualche anno fa. Spacconi, quelli ancora frequentavano i sequel di Rambo ed erano assidui consumatori di solarium, da cui uscivano rossi come aragoste. Questi invece hanno tintarelle di luna come quelle cantate dalla prima Mina, si mettono volentieri a torso nudo ma per mostrare un petto delicato, un po’ da bimba, e l’unico tratto in comune coi palestrati è che entrambi sono rigorosamente glabri. O i peli non ci sono, o vengono rapidamente estirpati, con tecniche, sembra, definitive.
Naturalmente, il fenomeno di questi nuovi maschi ultrasensibili ed ultradelicati ha già le sue prime spiegazioni. Che invece di chiedersi il senso di questo mutamento nell’immagine maschile, cercano subito un colpevole. E lo trovano, naturalmente, nel sistema di comunicazione, in particolare nella moda, che sarebbe, appunto, colpevole di proporre un’immagine maschile «ultraleggera», simile a quella proposta alle donne, provocando quindi disastri analoghi. Non sembrano però accuse fondate.
Uno degli stilisti più popolari tra i giovani, Dolce e Gabbana, ha avuto successo proponendo come icone muscolosi calciatori in mutande nello spogliatoio. Mentre la trovata di Prada di mettere le gonne agli uomini è piaciuta a qualche commentatrice non giovanissima, ma ha lasciato il mondo maschile del tutto indifferente.
Stilisti e moda, in realtà, c’entrano poco con queste nuove immagini maschili. Al massimo interpretano, quando ci riescono, tendenze già in atto che loro, questo è vero, studiano e seguono con tecniche e personale molto più specializzato (i veri studiosi di tendenze), rispetto ai burocrati che cercano di fare la stessa cosa nei ministeri competenti.
Allora però quali sono le ragioni di questa nuova estetica maschile? La prima è il messaggio che questi corpi e visi emaciati mandano: non aspettatevi niente da noi. Come dice un proverbio diffuso in vari dialetti: «non c’è trippa per gatti». Da noi, sembrano dire questi ragazzi a genitori e insegnanti che li guardano un po’ ansiosi chiedendosi come cavarne qualcosa, avrete solo le nostre ossa.
Del resto questa moda è contemporanea ai «rannicchiati» hikikomori, quelli che si chiudono in camera, e non ne escono più. I nostri ragazzi «emo», a taglia zero, stanno però molto meglio di quei loro fratelli tendenti all’autosegregazione. Questi hanno una vita sociale, hanno dei contatti con gli altri, arrivano perfino ad innamorarsi. Tutto però in modo molto «light», leggero, poco impegnativo. Energia da dare agli altri ne hanno poca, quasi niente. Studiano poco, amano con misura, si appassionano pochissimo.
Anche se, in sintonia con lo stile «emo», piangono molto in fretta e sono facili alla commozione. Ma sono troppo fragili per farne qualcosa di importante: una passione, un progetto, un dono di sé.
D’altra parte, per dare energia maschile bisogna averla anche ricevuta. Come si confidavano i due protagonisti di Fight club, film di culto di qualche anno fa: «Siamo cresciuti senza padri, cosa possiamo dare?». Emotional, è già qualcosa.

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3 Responses to I Giovani emo e taglia zero. Cosa possono dare i ragazzi cresciuti senza padre?

  1. mimmo says:

    e chi sò figlio nun l’aggio capito….
    me veco attuorne tanti frate
    che pazzeano ‘nsieme a mme!
    m’appartenimme tutti quanti ò stesso Pate?
    …che m’è ‘mporta dò sapè
    io sto bbuono,me diverto
    nsieme cu tte…

    Gentile Dottor Risè,
    l’articolo di lunedi sul mattino mi ha fatto venire in mente questa bellissima poesia in napoletano(mi sà che nel trascriverla ho fatto qualche errori),dove i giovanissimi sono lasciati liberi di sognare tutto e di non avere niente.potenti e fragili.

  2. marco says:

    … e così mi pare che si delinei una nuova moltitudine di ragazze e donne che più che emancipate in realtà diventano disperate, che non sanno cosa fare della loro capacità di accogliere un “dare” che gli uomini non sono in grado di mettere in atto o ne hanno paura, quasi temessero di perdere qualcosa; la parola “gratuità” sembra essersi confusa con l’essere poco “furbi”.

  3. giovane says:

    vero, verissimo, lei Risè ha descritto molti giovani che vedo spesso a giro… magrissimi, si perdono nei pantaloni che cadono inevitabilmente giù, li vedi ma non senti la loro presenza, il volto ne felice ne triste ma smunto disilluso, mi fa effetti vederne così tanti non vedo nei loro occhi la voglia di futuro, infondo rispecchiano questa italia che spesso sa solo lamentarsi o piangere e quasi mai inventare e costruire.. vero verissimo, le scuole non bastano da sole ci vogliono due genitori che si impegnano, una madre e soprattutto un padre che quasi ci siamo dimenticati cosa sia da quanti pochi se ne vedono “sani” in giro

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