Senza papà si vive male. Cominciano ad accorgersene anche i giudici

Claudio Risé da “Il Giornale”, 26 febbraio 2008, www.ilgiornale.it

Senza papà si vive male. Spesso, ci si può anche uccidere, come hanno dimostrato anche negli ultimi mesi diversi casi di cronaca in Italia. Anche per questo, due anni fa, si riuscì a varare, con una decina di anni di ritardo rispetto agli altri Paesi d’Europa, la legge sull’“affido condiviso”, che stabiliva, sia per il padre che per la madre, che genitori si rimane a tutti gli effetti, anche dopo la separazione/divorzio. Certo si sapeva già che i giudici avrebbero impiegato molto tempo prima di convincersi ad applicarla, come i matrimonialisti di grido non avevano mancato di avvertire.
Una legge così, disturbava pesantemente troppi interessi: le liti giudiziarie che hanno per oggetto i minori coinvolti in una separazione hanno un giro d’affari degno di una multinazionale, e gli studi legali che la gestiscono non hanno nessuna intenzione di liquidarla.
Ancora più forte però, era il grave colpo che quella legge infliggeva all’onnipotenza, fino ad allora mai messa veramente in dubbio, della madre sul destino del figlio, qualsiasi fossero le cause della separazione, e le virtù e i difetti rispettivi dei genitori.
In oltre il 95% dei casi era sempre la madre l’affidataria dei figli. La percentuale è poi scesa lentamente dal 1998 in poi, quando i padri hanno cominciato a rivendicare l’affidamento in modo più deciso, ma nella grande maggioranza i figli continuano ad essere affidati alle madri. I padri li vedono poco, e quando le madri sono d’accordo. Se non lo sono, ed accade molto spesso, il tempo del papà tende allo zero, così come ben poco sanzionata è l’opera di demolizione della figura paterna, a cui molte madri si dedicano con impegno, spesso per giustificare davanti ai figli il fatto di aver voluto la separazione: le donne che la chiedono sono più del doppio dei mariti.
La legge sull’affido condiviso ha cercato di far smettere di guardare alla separazione come alla semplice cacciata più o meno definitiva dei padri dalla vita dei figli. Lo ha fatto anche per evidenze statistiche, ormai manifestatesi negli oltre trent’anni di legislazione divorzista.
Negli USA, ma non solo, i figli cresciuti in case dove il padre non c’era più sono da molti anni nel drappello di testa di tutti i comportamenti fortemente devianti: dai suicidi, alle carcerazioni, alle tossicodipendenze, alle gravidanze minorili, agli atti di violenza, alla follia. In Inghilterra Gordon Brown ha detto un paio di mesi fa che nessun Paese ha un futuro se i padri non possono occuparsi dei figli che hanno generato.
In Italia, però, si continuava a far finta di niente, seguendo la moda del padre “usa e getta”, tramontata in America da più di vent’anni. La sentenza della corte d’Appello di Firenze segna finalmente una svolta. Il figlio ha diritto al padre, a vederlo, a frequentarlo. E il padre ha il diritto-dovere di occuparsi di lui, nei modi previsti dal giudice al momento della separazione.
Chi rompe il delicato rapporto tra genitore e figlio, paga. Perché in caso contrario a pagare, con costi ben più elevati, è il figlio, nella sua stessa vita.

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