Il disprezzo del maschile fa ammalare la società

Claudio Risé, da “Avvenire”, 29 febbraio 2008, www.avvenire.it

Vi descrivo le foto della campagna “Contro la violenza sulle donne”, affidata ad Oliviero Toscani, che campeggiano da ieri sull’ultimo numero del settimanale “Donna Moderna”, oltre che sui siti internet dei principali quotidiani. A sinistra un bambino completamente nudo, con sopra la testa il proprio nome: Mario, impresso su una striscia nera e sotto i piedi la scritta: carnefice, anche quella su un graffito nero-sporco. A destra una bimba ricciolina, anche lei nuda, con sopra la testa la scritta: Anna, sempre su una striscia nera, e sotto i piedi la scritta: vittima (sempre sul nero). La pelle bianca dei bambini contrasta con il nero sporco delle scritte, e la violenza delle due parole: carnefice, vittima.
Quei due bambini sono già due vittime. Bisogna avere un cuore ben duro per non provare pietà per queste creature innocenti, esposte sulla stampa nude in un tempo di pedofilia fuori controllo, per veicolare un messaggio di odio fra i due sessi. Quello dei carnefici, i maschi, e quello delle vittime, le femmine. Designati come tali fin dall’infanzia.
Perché, il loro status di carnefice, e di vittima, è evidentemente impresso nella loro appartenenza di genere. Un marchio in questo caso scritto sotto due creature prepuberi, ma che, secondo la violenza contro l’infanzia applicata in manifesti recentissimi, potrebbe essere stampato su un braccialetto da neonato: Mario, maschio, carnefice.
In un’intervista sul settimanale, alla domanda: «Perché non è Anna a diventare carnefice?», Toscani risponde: «Un po’ dipende dal sangue, dal DNA, non c’è dubbio». La spiegazione conferma, ma è pleonastica. Quando sotto una figura umana, caratterizzata dal colore della pelle, o dal sesso, si scrive: carnefice, il messaggio è: quelli con quella pelle, o quel sesso, sono carnefici.
Messaggi di questo tipo dovrebbero far diminuire l’insopportabile violenza maschile? Ne dubito fortemente. Sarebbe la prima volta che una campagna di discriminazione razziale, fin dall’infanzia, rende più mansueto il gruppo discriminato.
I maschi sono già disperati, per non poter salvare i loro figli dall’aborto quando la madre decide altrimenti, per non poterli crescere se si separano, per la moda di discredito sociale che accompagna il loro genere. Infatti, il suicidio tra i maschi è tre volte più frequente che tra le femmine: nel 2004 (ultimo dato disponibile), in Italia vi hanno ricorso 924 femmine contro 3.154 maschi. (Anche le donne uccise da maschi, purtroppo, sono state il triplo degli uomini uccisi dalle donne: 114, contro 21).
Al di là di questi dati estremi, ma ugualmente significativi, è di stamani il risultato di un’indagine organizzata da una brava psicologa, Gianna Schelotto, in una serie di scuole, da cui è risultato che 6 su 10 ragazzi (il 62%) tra i 14 e i 16 anni preferirebbero risvegliarsi donne. Buon segno? Non tanto.
Antropologia, sociologia, e psicologia, misurano come il malessere identitario alimenti i comportamenti più nefasti. L’uomo tranquillo e generoso è quello che sa bene che la sua identità ha un valore, e il mondo lo riconosce.
Il “male bashing”, il disprezzo del maschile, genera solo insicurezza, e devianza. Donne, uomini, e certamente i bambini innocenti spregiudicatamente utilizzati per veicolarlo, hanno tutto da perdervi.

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20 Responses to Il disprezzo del maschile fa ammalare la società

  1. Milo Riano says:

    Premessa: Avevo scritto questa lettera prima di leggere il suo articolo per l’ Avvenire. Gliela spedisco così, senza modifica, per testimoniarle la mia stima.

    Caro professore Risé, approfitto di questa lettera per esprimerle la mia gratitudine: devo molto a lei e ai suoi libri.
    Lo sa che lei è l’ unico, nel panorama nazionale, a interessarsi di identità maschile? Sarà per questo che è così difficile vederla in TV?

    Mi chiamo Milo, ho 30 anni e convivo con una ragazza che amo profondamente. Siamo due giovani che lavorano e ci sentiamo pronti per mettere su famiglia. Un paio di giorni fa, leggendo insieme il giornale, ci siamo chiesti: “e se nascesse maschio?”

    Un articolo sul Corriere della Sera riferisce di una ricerca, senza alcuna pretesa scientifica, dicono, condotta dalla psicologa Gianna Schelotto per conto dell’ osservatorio nazionale per la salute della donna di Milano e il circolo “I Buonavoglia” di Genova. Il titolo, a tutta pagina, diceva: “I temi dei ragazzini: meglio essere donne” [1]. Lo studio viene fatto al fine di smentire lo stereotipo “dei maschietti che non ammirano le coetanee”. Sembra che più di 6 ragazzi adolescenti su 10 sarebbero contenti di svegliarsi femmina.

    La psicologa esulta, io invece sono molto preoccupato.

    I ragazzi sarebbero contenti di svegliarsi femmine perché così “sembrerei più sveglio”, perché “ora che sono una donna posso anche considerarmi intelligente”, perché “loro sono meglio di noi”, ma anche “preferisco restare uno un po’ tonto che pensa solo al pallone alle cose non intellettuali”…

    La psicologa sostiene che questo dimostra che i giovani maschi hanno rispetto per le donne; secondo me, invece, questi ragazzi non solo non hanno stima di sé ma disprezzano il loro genere: è una cosa inquietante!

    Perché i giovani maschi si sentono inferiori alle femmine? Chi ha insegnato ai nostri ragazzi che sono stupidi?

    I ragazzi scrivono delle compagne: “hanno una marcia in più”, “sanno ottenere ciò che vogliono”. Non è che abbiamo speso troppe risorse per le donne e ci siamo dimenticati degli uomini? Se il rendimento scolastico dei maschi è scarso, perché non lo consideriamo un problema da risolvere, invece di deriderli?

    Le braccia mi cadono quando finisco di leggere l’ articolo… “con la certezza che al risveglio tutto torna com’era, irrimediabilmente maschile”. Già, irrimediabilmente maschile!

    Ha visto la campagna pubblicitaria di Oliviero Toscani? Certamente si. Miela Fagiolo D’Attilia, responsabile dell’ ufficio per le politiche delle comunicazioni dell’Age, ha letto nell’ immagine di Toscani il seguente messaggio: “Le femmine devono imparare a non avere fiducia nei maschi, i maschi si sentono quasi autorizzati a sentirsi carnefici” [2]. Autorizzati a sentirsi carnefici?? Trascurando il fatto, non secondario, che la signora D’ Attilia appartiene a una associazione di genitori (sic!), mi domando come non abbia dato invece una lettura più semplice ma più sensata: il bambino maschio è carnefice per natura. D’ altronde lo stesso Toscani lo dice chiaramente nell’ intervista a Donna Moderna: “Perché non è Anna a diventare carnefice?” – chiede la giornalista – “Un po’ dipende dal sangue, dal DNA, non c’è dubbio.” – risponde Toscani. Un “artista” che spiega la sua “opera” non l’ avevo mai sentito…

    Ma l’ intervista continua: “Lo sa che il 30 per cento dei violenti aveva un padre che picchiava la madre, e che il 35 per cento ha subìto violenze dal padre?” Caro Professore, a questo punto credo di essere l’ unico in Italia ad aver letto il Rapporto sulla criminalità [3]!
    La tabella V.5 [4] dice si, che il 30% dei violenti aveva un padre che picchiava la madre, che il 34,8% ha subìto violenze dal padre, ma anche che il 42,8% ha subito violenza fisica dalla madre! Capisce? Più dalla madre che dal padre! E di questo non c’è traccia in nessun articolo! Donna Moderna, addirittura, è costretta a troncare la frase: sarebbe bastato leggerla fino al punto! Sa cos’ altro manca in quella tabella? Manca la domanda: “il partner ha assistito alla violenza fisica della madre sul padre”. Sarà stata una dimenticanza…

    A dire il vero manca anche tutta la parte relativa alla violenza delle donne sugli uomini, nonostante il Rapporto consideri il genere il fattore più importante per studiare “l’ inclinazione a delinquere” (sic!)… forse intendevano dire “l’ inclinazione a delinquere del genere maschile”! Comunque nessun problema, la Sabbadini risponde a chiare lettere che per i maschi non c’ erano i fondi [5]. Lo sapeva che l’ indagine ISTAT era un sondaggio telefonico? Mai letto o sentito sui media. Sono sconcertato! Che rimanga tra noi… ma lei ci crede a quelle cifre? Certamente mi sbaglio, ma 14 milioni di donne tra i 16 e i 70 anni, vittime della violenza maschile, i 2/3 della popolazione femminile, la prima causa di morte (e il cancro?)… Se ricordo qualcosa dell’ esame di “statistica e calcolo delle probabilità”, potrei scegliere un campione qualsiasi, per esempio la mia famiglia di origine, e verificare…

    Ne approfitto per farle un’ ultima domanda sull’ argomento: secondo lei, quando la mia compagna mi chiede di fare l’ amore e io sono molto stanco e mi costringo a farlo per non deluderla.. mi stupra? [6]

    So che siete impegnato con la Lista di Ferrara e le faccio i miei migliori auguri. Non voglio farle perdere altro tempo ma mi permetta qualche ultima considerazione. La prima: Schelotto e D’ Attilia sono donne e forse non è vero che le donne hanno qualcosa da insegnare circa il rispetto dell’ altro. La seconda: sarebbe meglio se certe psicologhe fossero tenute lontane dalle scuole e in particolare dai nostri figli maschi. La terza e ultima: perché gli uomini, i padri, tacciono? La sua generazione si deve essere macchiata di crimini inenarrabili per essere stata ridotta al silenzio dal senso di colpa, ma noi giovani che c’ entriamo? Se non volete farlo per voi, almeno pensate ai vostri figli!

    Cordiali saluti, Milo Riano.

    PS: Potrebbe far presente, per conoscenza, al direttore Ferrara di smetterla di dire che “l’ aborto è maschio”? Guardi che su questo tema, a parte la cultura tecno-scientifica a cui forse il Direttore si riferisce, il maschile è stato buttato fuori a pedate!

    [1] http://www.corriere.it/cronache/08_febbraio_28/temi_ragazzini_donne_fasano_cdb1b98e-e5c9-11dc-ab61-0003ba99c667.shtml

    [2]
    http://notizie.alice.it/notizie/cronaca/2008/02_febbraio/27/violenza_donne_age_da_toscani_colpo_basso_ritirare_pubblicita,14163115.html?pmk=rss

    [3] http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0900_rapporto_criminalita.pdf

    [4] http://img174.imageshack.us/img174/8592/screenhunter1mu8.png

    [5] http://dweb.repubblica.it/dweb/2005/11/05/attualita/attualita/061don47461.html

    [6] Stupida ironia sulla domanda “Le è mai capitato di AVERE RAPPORTI SESSUALI con il Suo PARTNER ANCHE SE NON NE AVEVA VOGLIA per paura della sua reazione” (cfr. Questionario su Nota Metodologica). Me ne scuso.

  2. Redazione says:

    Grazie di tutto, e del contributo importante. Le TV per la verità mi invitano (anche se non moltissimo), ma non mi piace andarci, ed ho anche pochissimo tempo.
    A Ferrara ho già detto, usando proprio i suoi termini, ma un po’più duramente: (“i maschi sono stati presi a calci nel culo da tutti, anche da lei”).
    Come vede, la cosa è passata come acqua sul marmo. Dobbiamo difenderci da soli, con l’aiuto di Dio. Del resto, è ciò che i maschi hanno sempre fatto. Saluti e ci scriva,
    Claudio

  3. margherita says:

    basta soffermarsi a guardare come sono rappresentati gli uomini negli spot per rendersi conto della continua presa in giro dell’universo maschile.
    E mi chiedo: i bambini che guardano cosa pensano?
    Perchè gli uomini non si ribellano a questa metodica distruzione della loro immagine?
    Così si mina l’autostima e si radica nell’uomo la sensazione di essere totalmente inadeguato.
    Io, da donna, non voglio un uomo devirilizzato.
    Buon sabato.

  4. Rispondo a Margherita.
    Purtroppo, come tutti i sistemi di pensieri autoreferenziali, l’asserzione “maschio è brutto e violento”, essendo inverificabile ma anche infalsificabile, permette di far sì che qualunque reazione o presa di posizione contraria venga letta come una prova della sua verità e veridicità.
    In altri termini, un uomo che si ribella a questa affermazione è un uomo che vuole continuare ad essere violento.
    Se si tiene conto poi che secondo i dati Istat del 2003, oltre l’80% delle donne dichiara di avere, all’interno della propria coppia, pari potere decisionale di quello dell’uomo, e che le decisioni più importanti vengono prese di comune accordo, si può comprendere come l’asserzione “maschio = violento” è non soltanto priva di fondamento, ma appunto non falsificabile, perché dovrebbe quanto meno esser confrontata con altri dati – quelli realmente “scientifici”.

    Gaetano GIORDANO

  5. armando says:

    Cara Margherita, sono uno di quegli uomini che si ribellano, che si indignano, che cercano di fare qualcosa mettendoci tempo e passione.
    Per il mio genere e per me stesso, per i nostri figli, ma anche per le donne sane come lei (ce ne sono), che giustamente non sanno che farsene di uomini devirilizzati. Faccio parte dell’associazione Maschi Selvatici che si ispira proprio ai lavori di Risé. Mi creda, non è facile. C’è un interdetto sociale. Un uomo che non si prostra di fronte allo scempio del maschile, automaticamente viene considerato un oppressore maschilista, un carnefice almeno potenziale, uno che è contro le donne. Invece le amo profondamente, e proprio per questo mi rifiuto di dar loro sempre ragione a priori. Sembra che un uomo non possa parlare del proprio genere se prima non fa ammenda di esistere come uomo, se prima non “confessa” le sue malefatte di genere. E’ forse per questo che la maggioranza degli uomini preferisce nascondersi, tirare a campare, voltare la testa dall’altra parte per non vedere (anche sugli aborti succede spesso così, purtroppo, quando dovrebbe, per dovere verso suo figlio e dignità di sè, pretendere di essere ascoltato). Forse gli uomini si rifiutano di sapere, anche perchè sarebbe troppo doloroso prendere atto della propria condizione e di quanto la società che si dice costruita a misura di maschio in realtà li svaluta e li annichilisce. Preferiscono illudersi e credere alla propaganda mediatica, ma non sanno che si scavano la fossa. Perchè non otterranno affatto la stima delle donne. Forse una ipocrita benevolenza da parte di qualcuna,ma la stima no, da parte di nessuna. E lei sa meglio di me che senza stimare un uomo, una donna ci potrà anche andare a letto, ma amarlo mai. Tantomeno otterranno naturalmente di stimare se stessi, e si sa che senza autostima, senza amarsi, non si può in realtà neanche amare l’altra/o. Questa è la realtà, conseguenza di decenni di egemonia culturale che per brevità definisco del “politicamente corretto”. Della quale sarebbe però sbagliato attribuire la responsabilità al genere femminile. Il potere di fare le leggi è sempre stato in mano maschile, la facoltà di dire, di parlare, di opporsi a questa deriva nessuno l’ha tolta ai maschi, ed anche i media più antimaschili sono diretti da uomini. E’ quindi in noi stessi che dobbiamo cercare le ragioni di questa incapacità e la forza di uscirne. Però le donne sane un aiuto lo possono dare, per la grande influenza che da sempre hanno sugli uomini. La possono dare prima di tutto comportandosi da donne, senza cioè tentare di imitare i maschi (e per lo più avviene nelle loro caratteristiche meno encomiabili), e poi facendo loro capire con chiarezza e trasparenza che considerano la virilità un valore prezioso e imprescindibile.
    Ma lo sa che i libri che parlano del maschile, inclusi quelli di Risé, sono letti quasi più dalle donne che dagli uomini? Se i maschi solo lontanamente intuissero quali sono le vere aspettative profonde che le donne hanno verso di loro, forse farebbero qualcosa, forse si opporrebbero, come da sempre è stato loro compito e prerogativa, a quelle forze che vogliono l’annichilimento dell’umano, di quello maschile ma anche di quello femminile.
    armando

  6. ivano says:

    Anche io, come Armando, sono interessato a comprendere il significato profondo e positivo del mio essere maschio. Lo faccio ad esempio come insegnante in ambito educativo, dando un senso ad ogni azione utile a far crescere, maturare, stimolare il carattere dei miei studenti. Spesso però, riconosco questo “disprezzo” del maschile di cui Risé parla, negli atteggiamenti di chi mi circonda, a dir la verità più che altro ad opera di mamme, che chiedono di chiudere un occhio sui voti, di lasciar correre alcuni atteggiamenti dei loro figli (assenze, ritardi, inadempienze rispetto ai compiti dati). E appunto questo disprezzo dell’autorevolezza e richiamo alla realtà, che pratico come espressione del mio essere uomo, non può fare altro che del male agli studenti che incontro nel mio cammino, che so cresceranno privi di spina dorsale per affrontare il mondo
    ivano

  7. paolo says:

    Bravo Milo, mi chiamo Paolo e sto a metà fra la generazione di Risé e la tua, vale a dire che potrei essere tuo padre e suo figlio.
    Provo, di fronte al “male bashing”, lo stesso sentimento vostro. Se un maschio è fiero di esserlo, saranno felici lui, la sua donna e i suoi figli. Penso che al di là della cultura ci sia una natura dentro di noi che non rinuncia a proporsi. Ha ragione Toscani, si tratta di DNA, lo stesso che ci fa morire in guerra, che ci fa sacrificare la vita per salvare quella di un altro, che ci fa cadere da un’impalcatura perché siamo talmente stanchi che le gambe non ci reggono. Ha ragione Toscani quando parla di DNA, ma lui, come tutti i gani, ne ha visto da lontano un pezzettino ed ha immaginato il resto. D’altronde è un creativo, no?

  8. margherita says:

    vi ringrazio per i vostri commenti di cui condivido molte riflessioni, una fra tutte quella del sig.Armando:”Forse gli uomini si rifiutano di sapere, anche perchè sarebbe troppo doloroso prendere atto della propria condizione e di quanto la società che si dice costruita a misura di maschio in realtà li svaluta e li annichilisce. Preferiscono illudersi e credere alla propaganda mediatica, ma non sanno che si scavano la fossa”.
    Anch’io leggo il prof. Risé ogni sabato.
    (uno dei suoi ultimi libri “Donne selvatiche” è nella mia biblioteca).
    Proprio ieri ho letto ed apprezzato la risposta pubblicata su IoDonna intitolata “Distanza di sicurezza”.
    Anzi, mi dispiace che non sia reperibile in rete.
    Trovo le sue parole oneste, non solo intellettualmente ma anche emotivamente. Vere.
    Proprio nella rubrica “Psiche Lui” fu pubblicato un brano di una mia lettera che parlava di uomini nella pubblicità.
    Desidero farvela leggere perchè il mio pensiero sia più chiaro delle precedenti cinque righe.
    Ho il sospetto che anche gli spot contribuiscano ad “umiliare” il carisma del “maschio selvatico”. E’ assoluto il contrasto tra l’immagine dell’Adamo di cui lei parla e quella che emerge dalla pubblicità.
    Ora le chiedo:come mai non ho letto nessun commento critico sulla sistematica, martellante opera di dissestamento di questa figura di maschio?
    Poi ci ritroviamo a parlare di società senza padri, di uomo periferico, defilato. Anche il suo ultimo libro s’intitola significativamente: “IL PADRE,l’assente inaccettabile”.
    Basta accendere il video per trovarsi di fronte figure di padri-mariti assolutamente inadeguati, ingenui, quasi fantozziani, ai quali le mogli(e ultimamente anche i figli) riservano sorrisi indulgenti e sguardi di compatimento.
    Perché? A quale immaginario i creativi attingono? Per compiacere chi?
    Non so poi come la sensibilità e l’intelligenza delle donne non si risentano nel vedersi rappresentate da “virago” pronte a tirar ceffoni o gomitate(inutile ricordare i marchi che scelgono come “testimonial” queste donne manesche). Non mi piacciono i sentimenti che si nascondono dietro questi gesti aggressivi anche se conditi d’ironia.
    E così se l’uomo prima di sposarsi è tutto un profumarsi e sbarbarsi per il gioco della seduzione, dopo il matrimonio il crollo:l’uomo idraulico liquido, il papà che non sa dare la merendina giusta ai suoi bambini.
    Proprio quegli stessi bambini e bambine che cresceranno suggestionati da queste figure grottesche.

    Mi sono sempre chiesta, se si disistima il partner perchè lo si sceglie? Mi sembra una contraddizione.
    La parola ribellarsi per me è sinonimo di protestare. Non ci vedo nulla di violento nel chiedere ascolto per far valere le proprie ragioni.
    Dovete immaginare che chi, come me, non la pensa come la maggioranza delle donne, viene isolata.
    Purtroppo esiste un “pensiero unico” al quale bisogna adeguarsi.
    Se lo stesso maschio non ha fiducia in sé, come potrà farsi apprezzare per le sue qualità?
    Se l’uomo è schiacciato dai sensi di colpa e quasi si deve “pentire” di non essere donna, come potrà mai uscir fuori da questa condizione?
    Prima di essere uomini e donne siamo persone.
    Quella pubblicità di Toscani mi ha sconfortato.
    Non ho mai considerato gli uomini dei carnefici,perchè mettere un marchio del genere su un bambino?
    Costretto a recitare un “ruolo” senza avere l’età per rendersi conto di quello che fa e del messaggio che veicola.
    Ma dove sono i garanti della pubblicità?
    Chi difende i bambini dalla strumentalizzazione, non è anche questo uno sfruttamento di minori?
    Impossibile quando si parla di questi temi non toccarne altri limitrofi.
    Tornando al rapporto uomo-donna: se non cominciamo a pensare che siamo sulla stessa barca e che remare in senso contrario non ci farà andare da nessuna parte -anzi, ci farà rischiare il naufragio- saremo sconfitti tutti.
    Chissà se un giorno seppelliremo l’ascia di guerra e fumeremo insieme il calumet della pace!
    BuonaDomenica

  9. antonello says:

    cara margherita non è che si ricorda più o meno la data di quello psiche lui?
    grazie antonello

  10. margherita says:

    Buonasera Antonello,
    per fortuna guardando nell’archivio l’ho trovato:
    http://digilander.libero.it/orizzontevita/maschi_poco_amati.htm
    saluti

  11. Nessie says:

    Ho linkato questo articolo sul mio blog. E anche le due lettere di protesta di Paolo del blog Passaggio al bosco. Occorre mobilitarci per richiedere il ritiro di questa indecente e vergognosa pubblicità.

  12. antonello says:

    Grazie Margherita per la precisazione sullo psiche lui di Risé
    antonello

  13. etendard says:

    Egregio Prof. Risé,
    mi interesserebbe avere un chiarimento, se possibile, sulla sua contrarietà alla tesi di Giuliano Ferrara secondo cui “l’aborto è maschio”.
    Lei ha rinfacciato a Ferrara di partecipare alla moda di prendere i maschi a calci nel sedere. Riflettevo sulla cosa. E’ proprio così sbagliato ritenere che la mentalità sottostante alla scelta di abortire derivi da una visione “maschile”? Il femminismo nato dalla contestazione sessantottina ha fallito perché, alla ricerca di maggiori diritti e libertà per le donne, ha scelto la strada dell’equiparazione al maschile, con ciò snaturando il femminile. In altre parole, le femministe propongono alle donne non di essere pienamente se stesse, ma di trasformarsi in … uomini. Qui entra in gioco l’aborto. Alla mentalità maschile appartiene il senso pratico, lo spirito competitivo, il gusto della lotta. Di fronte alla possibilità di essere ostacolato nel raggiungimento di un obiettivo, il maschile, mi corregga se sbaglio, tende a spazzare via tutto. Anche un figlio non voluto, purtroppo. E’ questo il comportamento delle donne in carriera, o comunque di tante donne di oggi, intrise come sono di quella mentalità femminista di cui sopra.
    Altro passaggio. Quanti aborti derivano dal fatto che un uomo lascia moralmente sola la compagna/moglie incinta? Quanti uomini invitano le donne ad abortire alla semplice notizia di una loro imprevista gravidanza? Tanti, forse la maggioranza dei casi di aborto vede proprio la presenza di un “mascalzone” che gira la testa dall’altra parte.
    Ecco, Ferrara sostiene questo, se ho capito bene. Che cosa non va in questa visione secondo lei? Inizialmente avevo qualche riserva sul suo dire che “l’aborto è maschio”. La tesi, a ripensarci, non mi sembra adesso così contrastante con la realtà. Che ne pensa?
    La ringrazio per l’attenzione e la saluto con sincera simpatia e stima.

    Michelangelo

  14. armando says:

    Per Michelangelo.
    A parte il non trascurabile particolare che colpevolizzare i maschi per ciò che predica il femminismo mi sembra una contraddizione in termini, e che lo spirito pratico è molto più femminile che maschile, come sosteneva Ezra Pound e come rivendicano sempre le donne (la concretezza femminile!), le tue (scusa il tono confidenziale) argomentazioni sono molto parziali. Ieri sera a 8 e 1/2, Ferrara ha posto una domanda cruciale. Perchè, ha chiesto, il rifiuto della maternità sfocia quasi sempre nell’aborto dal momento che nel nostro paese esiste una legge che permette alle donne di partorire e dare il figlio in affido ai servizi sociali (versione moderna delle medievali e “oscurantiste” ruote degli innocenti)?
    E’ la stessa domanda che faccio sempre anch’io ad amiche, conoscenti, in internet e ovunque mi capiti di parlare dell’argomento. “Possibile, chiedo loro, che una donna si senta più turbata a sapere che in qualche parte del mondo vive un figlio suo, e magari è anche felice, piuttosto che ucciderlo dentro di sè?” Ed anch’io, come Ferrara ieri sera, non ottengo risposta. Al massimo che in quanto maschio non posso capire. Solo una interlocutrice sconosciuta, su un forum ha avuto il coraggio di ammettere :”O con sua madre o con nessuno”. Risposta terribile, che svela l’incoffessabile verità che molte madri considerano il figlio cosa propria, e si sentono legittimate a decretarne, solo loro, la vita o la morte. E non c’entra, è evidente, l’autodeterminazione femminile. I silenzi delle mie interlocutrici sono emblematici di questa mentalità onnipotente, che pure esitano a confessare perfino a se stesse. Ma in questi casi le colpe maschili non c’entrano, è la coscenza femminile a doversi interrogare.

    Le colpe maschili sono altre. Quelle che dici tu, ma prima ancora un’altra più importante che è all’origine anche delle prime. E’ la responsabilità, gravissima perchè i parlamenti sono in maggioranza maschili, di aver acconsentito a delegare completamente alla donna/madre (ma non dimentichiamo che ciò è accaduto per la spinta del femminismo) la cruciale questione della vita e della morte del figlio che è anche del padre. Di non aver cioè fatto argine al senso di onnipotenza femminile che già allora si poteva intravedere e che si rivela, ogni giorno di puù, una trappola per le stesse donne. La 194, nella parte che lo esclude dal diritto/dovere di esprimere persino la propria opinione sulla nascita del proprio figlio, a meno che la madre non acconsenta, è il frutto di questa colpa omissiva. I maschi hanno rinunciato allora, per ignavia, per comodità, per calcolo meschino e autolesionista, ad essere maschi e padri nell’accezione migliore del termine, ossia difensori e protettori della vita del proprio figlio e della propria compagna. Io non giustifico in nessun caso la fuga dei padri dalle loro responsablità, ma osservo che è il frutto avvelenato di una mentalità convergente. Quella maschile di delegare interamente alle donne una questione così cruciale e quella femminile di sentirsi depositarie uniche della vita di una persona, il figlio, che non sono state sole a concepire.
    Per questo l’aborto non ha sesso, per questo è sbagliato, o quanto meno del tutto parziale definirlo maschio.
    Armando

  15. Sfilandomi per un attimo dagli aspetti contemporanei, politici, sociologici e culturali dell’*abortismo* (che è andato ben al di là dell’opzione pro-choice – come sottolinea sul Foglio on line oggi Eugenia Roccella), cui ha fatto riferimento anche Armando, e concentrandomi sull’aborto in sé, io penso che sia molto semplicemente un atto contro natura. Contro la natura maschile e femminile.
    E’ probabile che a determinare concretamente il dramma dell’aborto concorrano elementi d’Ombra e irrisolti di entrambe le identità.
    Credo che tutti noi siamo impegnati a costruire una società che non sia indifferente a tutto questo, ma dia forza e speranza agli uomini e alle donne.
    Paolo

  16. etendard says:

    Caro Armando, la ringrazio per la risposta e i chiarimenti. Da parte mia, avevo trascurato di considerare l’eterna validità della regola secondo cui la verità sta nel mezzo.
    Mi permetto di dire che, forse – e ripeto forse – Giuliano Ferrara tende ad accentuare le responsabilità maschili nella questione aborto in quanto oggi giustamente pentito delle 3 occasioni in cui, da giovane, si comportò da “mascalzone” (epiteto con cui lui stesso si è definito).
    Michelangelo

  17. Carmelo says:

    Mi associo anch’io al grazie ad Armando per l’intervento illuminante, che mi chiarisce alcuni aspetti del problema che non avevo ben compreso.
    Saluti.

  18. armando says:

    Vorrei soltanto aggiungere due considerazioni. Giuliano Ferrara ha, comunque, un merito enorme per cui gli dobbiamo riconoscenza. Da laico, da ateo anche se “devoto”, è riuscito a far parlare il mondo intero dell’aborto, cosa che non era riuscita al mondo cattolico. Mi sembra appropriato un parallelo con la questione maschile e paterna. Quando sono gli uomini a sollevarla non li si prende sul serio, li si considera anzi come nostalgici del maschilismo. Quando a sollevare la questione, non per i soliti attacchi ma per prenderne le difese, è una donna, allora suscita attenzione. Come se ci fosse un accordo non scritto su chi ha legittimità a parlare e chi no.
    La seconda considerazione riguarda il padre. A me sembra un assurdo che la legge (benemerita) che consente alla donna che decide di portare a termine la gravidanza lasciando poi il figlio ai servizi sociali, non faccia menzione della possibilità che l’affidatario sia direttamente il padre che voglia assumersi il compito di crescere suo figlio da solo. “L’Appello per il padre” di Claudio Risè e altri illustri nomi, va proprio in questo senso, ed è auspicabile trovi un rinnovato slancio in questo periodo. Anche perchè non si può sfuggire la questione. Se non si restituirà dignità e responsabilità ai padri, la piaga dell’aborto resterà una piaga. Un uomo che senta, percepisca, l’importanza che non solo la sua compagna ma tutta la società gli riconisce in quanto padre, sarà molto più difficile che volti la testa dall’altra parte, a meno di pensare che i maschi siano irresponsabili o delinquenti per natura. Qualcuno lo pensa davvero(Oliviero Toscani è solo uno di costoro), ma siamo già nel campo del peggior razzismo.
    armando

  19. Massimo says:

    Personalmente, ritengo che la campagna “anti-violenza” di Toscani, non faccia che dimostrare una volta di più come gli uomini siano estremi in tutto, sia nel bene sia nel male.
    Dico questo perché nella mia esperienza di vita ho potuto constatare che l’uomo può essere sia il tuo migliore amico che il tuo peggior nemico.
    Infatti, se proprio dovesse essere portata avanti una campagna anti-violenza, credo proprio che questa dovrebbe cercare di rendere più empatici, più sensibili, più comprensivi i maschi verso gli altri maschi, non verso le femmine. Basti dire che le maggiori vittime di violenza sono gli uomini, che in almeno l’80-90% dei casi, sono vittime di altri uomini. Oppure basti citare i potenti, che quando si tratta di mandare a crepare qualcuno in guerra, non ci spediscono di sicuro le donne, bensì gli uomini. In merito, mi sono chiesto più volte quanto ci sia di naturale e quando di culturale – quindi di indotto – in certe dinamiche e quanto influiscano le donne in tutto ciò. Nondimeno mi domando se il sesso maschile è misandrico… di certo vi posso dire che a me, nel corso della vita, i più grossi problemi li hanno causati gli uomini (anche le donne, ma non nella stessa maniera).

  20. Massimo says:

    Questo è un esempio estremo di violenza psicologica e fisica operata da un maschio verso un altro maschio.
    http://www.repubblica.it/2008/03/sezioni/cronaca/stalking-ferrara/stalking-ferrara/stalking-ferrara.html

    Ora, tralasciando il “piccolo particolare” relativo a quello che io avrei potuto e potrei fare a quel 18enne qualora il ragazzo minacciato fosse mio figlio (potrei tranquillamente massacrarlo con le mie mani), credo che questo non faccia che mettere in evidenza una volta di più come i maschi possano essere i peggiori nemici di se stessi e degli altri maschi.

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