La normalizzazione dell’aborto intossica la società

Per la moratoria - Aborto? No, grazieClaudio Risé, da “Tempi”, 27 marzo 2008, www.tempi.it

Una mail ricevuta la settimana scorsa: «Tutti attorno a noi a dirci: tua moglie è esaurita, e poi avete grosse difficoltà economiche. L’aiuto offerto? Un solo coro: ABORTO! Nessuno guardò nel mio viso se fossi d’accordo. Il mio silenzio, il non reagire fu la condanna. Padri, reagite aderendo al documento per il padre. Angelo aderisce». Segue cognome e indirizzo.
Il Documento per il padre l’ho scritto nel dicembre 2001. Sottoscritto subito dai professori Stefano Zecchi, Giuseppe Sermonti, Claudio Bonvecchio, Giulio Maria Chiodi e da tanti altri, chiedeva un rinnovamento culturale capace di riconoscere il valore della figura paterna nella società, e di rivalutarne il ruolo nella vicenda riproduttiva, ridotto al silenzio dalla legge 194. Da allora cittadini di ogni categoria e professione, uomini e donne, si collegano ogni giorno alla pagina www.claudio-rise.it/documento_per_il_padre.htm per mandare adesioni come questa, spesso anche più strazianti.
Perché, quel giorno, Angelo ha taciuto, e quel silenzio ancora oggi lo tormenta? Forse, semplicemente, appunto perché la legge stessa non prevede la parola paterna, l’aborto è cosa della madre e basta. Forse anche, però, perché quel coro così compatto diceva implicitamente che l’aborto è normale, è ormai la cosa più normale da fare.
Come ha detto la donna cliente del dottor Ermanno Rossi di Genova, che aveva abortito per partecipare ad un reality show: «Lasciatemi in pace. Non ho fatto niente di strano. È previsto dalla legge».
Così, infatti, è percepito l’aborto da tutti coloro che non hanno avuto la grazia di incontrare, sull’esperienza riproduttiva, uno sguardo diverso da quello mercificante adottato dalla cultura dominante. Non è ancora il momento della merce-bambino. È il momento della merce-vacanze, della merce-programma d’investimento, della merce-mutuo, della merce-reality. Quell’altro bene di consumo, il bimbo, verrà dopo, quando tutto il resto sarà a posto.
È proprio questa “normalità” dell’aborto, divenuto uno degli altri elementi della strategia economica dell’individuo postmoderno, il guaio nel modo in cui la legge è stata applicata.
Questo modo di percepire l’aborto, di viverlo e praticarlo come normale, deve essere cambiato. Nell’interesse dei figli, che devono essere il più possibile salvati da un destino mortifero.
Oggi chi pratica un aborto illegale rischia un’ammenda molte volte inferiore di chi abbandona un cane. C’è però una gerarchia simbolica, valoriale, fuori dalla quale la vita umana precipita nella follia, nel malessere psichico più grave. Come quello che colpisce spesso (come testimonia il lavoro con la sofferenza psicologica e anche fisica) proprio le donne (e gli uomini) che hanno accettato l’aborto come “normale”, e usano questa rappresentazione normalizzante per sdrammatizzare l’esperienza attraversata. Non si tratta solo della sindrome post-aborto, con le sue manifestazioni depressive e sessuali. È la capacità di relazione con la vita e con l’altro a rimanere ferita, a volte a morte, non dal non aver voluto il bimbo, ma dall’accettare la versione banalizzata dell’aborto “normale”.
Il male è connaturato a ogni uomo, ma è proprio chiamarlo “niente”, o “norma”, che intossica lentamente noi e la società.

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