No all’aborto: il primo gesto politico

Per la moratoria - Aborto? No, grazieClaudio Risé, da “Tempi”, 10 aprile 2008, www.tempi.it

«L’aborto è il più grande nemico della pace, perché se una madre può uccidere il figlio, ciò significa che gli esseri umani hanno perso totalmente il rispetto per la vita e più facilmente possono uccidersi a vicenda». L’ha detto madre Teresa di Calcutta, quando ha ricevuto il Nobel per la pace. Certamente, però, madre Teresa non pensava solo alla guerra dei soldati e degli eserciti. L’aborto è un atto di guerra tra la madre (e spesso il padre) e il figlio, che mette in moto un conflitto più ampio.
La prima pace che l’aborto distrugge è quella, interiore, dell’essere umano, quella di cui parla Gesù quando dice: «Vi do la mia pace». È quella la pace che viene infranta quando qualcuno dà il via a un aborto: la madre, il padre che vi acconsente e a volte lo propone, i “nonni” che lo approvano, per perbenismo, o prudente “buonsenso” che in realtà copre la perdita del senso della vita.
Dopo quella pace, interiore, si interrompe la pace tra moglie e marito, tra donna e uomo. La stima reciproca è incrinata, incomincia la diffidenza, l’allontanamento. Non è facile continuare ad amare e fidarti di una donna che ha ucciso tuo figlio, o di un marito che in qualche modo acconsente o addirittura sollecita questo evento. L’amore, certo, quello può tutto, cominciando dal reciproco perdono. È difficile, però, che l’amore sopravviva, o rinasca, dall’uccisione di un bambino. È una grazia che non sempre si produce.
È più probabile invece che, se ancora c’era qualcosa di vivo in quella coppia, dopo questa morte ogni vitalità inesorabilmente declini. Trasformandosi in guerra, conflitto, in divaricazione sempre più insanabile delle posizioni di ognuno. Perché il legame tra la madre e il figlio, cui partecipa, simbolicamente e fisicamente anche il padre che ha fecondato, tiene insieme, raccoglie e unisce tutta la famiglia. La sua rottura, il rifiuto di quella cura, di quella crescita, “libera” invece ognuno dei coniugi, il che significa che lo precipita nella sua individuale solitudine.
Questo processo di disgregazione e di guerra si estende, naturalmente, anche al rapporto tra genitori e figli. Anche se l’arrivo del nuovo bimbo avrebbe suscitato, in un primo momento, invidie e gelosie, la sua soppressione, che i figli percepiscono anche quando nulla viene detto loro (lo percepiscono perché l’inconscio esiste, come gli uomini hanno sempre saputo, nominandolo in modi diversi, ben prima di Freud), crea sfiducia e paura. La famiglia, il grembo della madre, le braccia del padre, non sono più il porto sicuro, il rifugio dei figli. Come potrebbero custodirti e proteggerti se hanno tolto la vita a tuo fratello?
Come sa bene lo psicoanalista capace di lavorare sull’inconscio dei pazienti, guardando e ascoltando i sogni, quel trauma, quella vita interrotta, si agita poi nella psiche delle persone per tutta la vita, con le immagini conturbanti di bimbi mai nati, insanguinati, violati. E dalla famiglia dissolta, la guerra, il conflitto, il disprezzo dilagano poi nella società. Il patto sociale, nella sua accezione forte, profonda, si fragilizza, diventa “a rischio”. Per questo dire no all’aborto, schierarsi per la vita, è il primo, indispensabile gesto politico.

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One Response to No all’aborto: il primo gesto politico

  1. Luigi says:

    Gentile Dott. Risè, volevo comlimentarmi per la sua nobile, ancorchè non vittoriosa, battaglia politica. Avete sollevato un tema importante che ci auguriamo rimanga centrale nella scena politica futura. In bocca al lupo!

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