Coniugare fede e ragione

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 14 aprile 2008, www.ilmattino.it

Credi nella scienza, o in Dio? Capita sempre più spesso, oggi, di essere messi di mezzo, con toni perentori, in questo conflitto (nella realtà del tutto immaginario): da una parte la fede, dall’altra la ragione. Intanto, gli editori sfornano numerosi libri (di varia qualità) che ripropongono lo stesso aut aut. Quasi che uno sia obbligato a prendere la tessera o di ateo militante, o di discepolo di una Chiesa, specificando quale (quella cattolica è, in questo dibattito, molto malvista).
In un’epoca nella quale la cultura non brilla certo per ricchezza e originalità, l’insistenza del sistema delle comunicazioni su questo diktat semplicistico non è certo un buon affare per la cultura. Ogni uomo intelligente ha infatti bisogno della ragione, e moltissimi tra questi riconoscono di aver bisogno anche di Dio. Nessun grande scienziato, a cominciare da Galileo e da Darwin, si è mai dichiarato ateo, così come nessun grande esponente del pensiero o della storia della religione, di ogni religione, ha mai negato l’indispensabilità della ragione.
Il conflitto anche in questo dibattito mediatico, è creato dai «professionisti» dei due campi: studiosi di diverse scienze (in genere professori, raramente scienziati), o fanatici religiosi (ipotesi oggi più rara), che vedono nel clamore di questa pseudo-guerra di idee un’occasione di maggiore notorietà, guadagno, o affermazione personale. Lanciare una «crociata», contro un nemico definito insidioso e perverso oggi è soprattutto un modo per lanciare sé stessi, e le proprie opinioni.
Il Codice da Vinci, che non solo ha reso i suoi autori miliardari, ma è stato letto da milioni di persone nel mondo come fosse un libro di storia, mentre era un abile mixing di spezzoni leggendari e narrativa «gotica», ha fatto scuola tra i moltissimi che, per personali ragioni, sono avidi di notorietà e di denaro. Si tratta, però, di una moda piuttosto rischiosa. Come tutte le posizioni, infatti, che chiedono all’uomo una scelta netta e definita, escludendo un vastissimo campo dell’esperienza umana, essa tende a creare intolleranza.
Il «fedele» del modo di pensare «giusto», sia esso quello tecno-scientifico, o di qualche settarismo religioso, è in realtà un fanatico, pericoloso per una società realmente pluralista e democratica. Se la «verità», è nella scienza (o viceversa, in una fede priva di ragione), chi la pensa diversamente, compreso chi si serve di entrambe, è un impostore, e va debellato. I ripetuti gesti di violenza, che hanno caratterizzato a più riprese anche l’ultima campagna elettorale, hanno qui la loro origine.
Secondo questo sapere semplificato, presentato con i toni perentori della propaganda ideologica, chi non conferma la tua verità va fatto tacere. È grave, ma non stupisce, perché proviene dalla stessa ideologia dell’intolleranza, che queste posizioni vengano giustificate anche da parlamentari.
Di fronte a questa deriva fanatizzante, con punte di aperta violenza, il salvagente psicologico è la consapevolezza della dignità della testimonianza laica. Il valore del laico, dell’uomo che difende la libertà del suo sapere e della sua fede (quando la possiede), dalle pretese di ogni «chiesa» intollerante e quindi irrazionale, anche se dice di agire in nome della ragione, come può fare anche la filosofia, l’apparato tecno-scientifico, o una chiesa che smarrisca il valore potenzialmente universale della sua tradizione. A queste diverse prepotenze, storicamente associate a rischi totalitari, il laico oppone il valore dell’uomo intero, non amputato dall’ideologia, capace di coniugare fede e ragione.

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