Il senso della sconfitta

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 21 aprile 2008, www.ilmattino.it

Che fare della sconfitta? Per ognuno di noi, si tratta di un’esperienza non evitabile. Anche la persona di maggior successo, ogni tanto subisce il gusto amaro della sconfitta. Churchill, uno dei vincitori del secolo scorso, fu sconfitto più volte. Anche i vincenti di oggi, politici, sportivi, scienziati, a volte vengono clamorosamente battuti nelle loro prove. A ben guardare, anzi, si scopre che ciò che fa di qualcuno un vincitore è proprio la sua capacità di perdere, e di rialzarsi.
Cos’è, però, che aiuta a trasformare la sconfitta in un momento di potente ricarica? Il primo fattore, indispensabile, è l’amore per la vita. Chi ama la vita in quanto tale, è aiutato nel volgere in positivo ogni esperienza, perché, dato che è la vita che gliela offre, la considera sempre un dono, di qualsiasi cosa si tratti, sconfitta compresa. Chi ama la vita così com’è non sta a discuterla in continuazione. Egli sa bene che ogni cosa se l’è meritata, e gli capita per insegnargli qualcosa. Come un generale lucido, non perde tempo ad esecrare il nemico vincitore, ma analizza con cura l’elenco dei propri errori.
La sconfitta, che arriva spesso dopo un periodo di vittorie e successi, diventa così un prezioso riequilibratore dell’umore e del senso della realtà del soggetto, che prima tendeva a sbilanciarsi dal lato dell’euforia e dell’ottimismo, camminando nelle nuvole dei propri sogni, e dimenticando di verificarli con la dura realtà.
Per amare la vita così com’è, con le sue difficoltà, e non come vorremmo che fosse, per mettere a frutto le esperienze di scacco che la vita quotidiana ci offre, è necessario uscire dal mito moderno secondo il quale la vita sarebbe una successione di acquisizioni, di vittorie, e che quando così non è ciò significa che sei soltanto un “perdente”. Teoria falsa e diseducativa (anche se molto in voga nella psicologia troppo facile), che quando va bene ti ubriaca col successo e ti fa perdere il contatto con la realtà, e quando poi arriva l’inevitabile legnata ti precipita nella depressione.
In realtà, più che le acquisizioni e le vittorie, ciò che ti tempra più saldamente sono appunto le sconfitte e le perdite. E’ nel confronto con quei momenti difficili che la personalità cresce davvero, e che le tentazioni del narcisismo (se affronti la situazione con coraggio e realismo) si sciolgono una volta per tutte. E’ allora, tra l’altro, che si costruisce una vera e salda autostima, in grado di sorreggerti stabilmente.
Da questo punto di vista, una sconfitta elaborata positivamente è molto più utile e formativa di tante terapie, con il loro rischio di farti vedere che, in fondo, sei tu che hai ragione (il che può anche essere, ma tanto è la sconfitta la vera prova di realtà), impedendoti così di cambiare e di addestrarti per bene per la prossima occasione.
Nella vita di ognuno di noi, la figura più adatta a trasmetterci il sapere della perdita è il padre, così come la madre ci trasmette il sapere opposto: quello dell’avere, dell’ottenere, di soddisfare i nostri bisogni. E’ anche per questo che, nel nostro mondo occidentale di padri assenti, o allontanati da casa dalle separazioni e divorzi, è sempre più difficile trovare chi sa trasformare la sconfitta in un’esperienza positiva.
Tuttavia, in ogni momento di sconfitte diffuse, come ad esempio il dopo elezioni, consola vedere che qualcuno che sa perdere bene c’è sempre. Come riconoscerlo? E’ chi non dà la colpa ai vincitori, o alla gente che non l’ha votato, ma, senza parlar tanto, si mette a pensare, e cerca di capire. Sono tipi così, quelli che in futuro potranno vincere.

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5 Responses to Il senso della sconfitta

  1. Pingback: Tracce e Sentieri

  2. enrico pagano says:

    Sulle conseguenze di un insuccesso, mi pare, caro Rise’, che abbia detto tutto Lei.

    Sulle cause che lo precedono e lo determinano, vorrei dire la mia.

    A mio avviso sono molte le ragioni alla base della sconfitta della lista etica sull’aborto.

    Se ne e‘ avuta notizia solo in occasione di violenze ai suoi danni, ha subito l’influsso mediatico delle due corazzate PDL e PD, e’ apparsa poco credibile avendo reclutato qualche sessantottino di troppo, ha utilizzato battute aspre e infelici per un tema cosi’ delicato (su tutte, il paragone tra le cliniche abortiste e i lager nazisti).

    Ma, soprattutto, ha inopinatamente dovuto incassare il niet delle gerarchie ecclesiastiche e dell’associazionismo cattolico.

    E’ questo il punto particolarmente dolente: la mancanza di coraggio del mondo cattolico nel sostenere i temi etici nell’agone politico, il timido balbettio sul primo dei diritti umani: il diritto alla vita.

  3. Redazione says:

    Per Tracce e sentieri: non vedo la frecciata, né sento il veleno (veramente non pensavo di tirarla/metterlo). Che sia roba tua?
    Grazie, anyway.

    Per Enrico:
    tutto vero. Però c’era anche una morsa di paura nella gente, paura del pareggio o addirittura della vittoria della sinistra, che non avevamo messo in conto, almeno a questi livelli. Ciò ha fatto sì che, di fatto, non ci fosse storia. Le elezioni sono finite come erano partite: coi nove punti di distacco dell’inizio. E l'”unico fatto nuovo e interessante”, come definito dal NYT, WSJ, e Indipendent, cioè la nostra lista, non ha spostato una virgola. La paura, e la rabbia fa 90, e anche 91. Grande lezione politica. Claudio

  4. armando says:

    Non credo naturalmente che lo 0,3% rappresenti il peso effettivo dei cittadini che sono contrari all’aborto. Credo invece che, mentre per la lista Ferrara quello era IL problema simbolo (ed anche concreto, naturalmente) dell’occidente moderno, molti lo hanno percepito come UN problema fra tutti gli altri che ci affliggono. Sono e rimango convinto che la chiarezza sui temi antropologici sia la condizione necessaria ,anche se non sufficiente, per attuare provvedimenti che mettano al centro la persona, intesa come fulcro di relazioni e non come individuo astratto. Questo dovrebbe essere lo scopo della politica e da quì occorre ripartire. La ragione ci diceva, anche prima dei risultati, che decenni di egemonia culturale antivita, peraltro ben poco contrastati a livello culturale ancor prima che politico, non potevano non aver inciso nel profondo del corpo sociale, nel senso di annebbiare e dissimulare il senso profondo delle cose. Ma il cuore ha portato Giuliano Ferrara ad osare, e con lui Claudio e gli altri candidati. Un errore dal punto di vista del calcolo razionale, d’accordo. Ma un errore che valeva la pena fare, comunque. Il risultato deludente è stata la conferma che i fenomeni sociali necessitano di una lunga incubazione prima di affiorare in superfice, magari in modo improvviso e tumultuoso come accadde nel ’68.
    Se sui temi antropologici esistono comunque alcuni segnali positivi, ed io lo credo, dobbiamo continuare lavorare per farli vivere e affiorare. Se e quando accadrà non ci è dato sapere, ma non importa.
    armando

  5. Gennaro says:

    Io ho subito una sconfitta gravissima, una delle peggiori che a mio avviso ci possano incorrere: avevo una vocazione nella Chiesa e l’ho perduta. Non ho nessuna difficoltà ad ammettere che questo è avvenuto per mia responsabilità e non ho nessuna intenzione di accusare altri o l’istituzione (almeno questo è il mio atteggiamento odierno, frutto di un vero combattimento interiore), però non posso dire che in questo modo il mio umore sia migliorato, anzi sono caduto prima in una depressione che non avevo mai conosciuto e adesso, con molta fatica, sono passato a una serenità persino eccessiva, che rasenta l’immobilismo. Non provo più gusto e interesse per niente, a cominciare dal mio lavoro, che tanto entusiasmante non è mai stato ma prima lo vedevo con occhi diversi, con allegria, riuscivo a intravvedere sprazzi di colore anche nel grigiore più cupo.
    Che devo pensare? E’ un cammino che prima o poi mi riporterà alla gioia o devo preoccuparmi?

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