Dopo trent’anni di “uome”, la verità indicibile: le donne hanno voglia di fare i bambini

Claudio Risé, da “Tempi”, 1 maggio 2008, www.tempi.it

Ormai i dati sono fin troppi. Il modello della donna cattiva e vincente, della “Uoma”, come la chiamava un settimanale femminile italiano nei propri manifesti pubblicitari alla ricerca di uno sperato (ma mancato) rilancio, della donna-Ego, che calpesta il mondo pur di affermare se stessa, si è rivelato per le donne una straordinaria fregatura. Molte hanno ormai fatto tutto quello che il sistema culturale ha loro proposto: messo se stesse al primo posto rispetto a tutti gli altri, limitato le proprie disponibilità sentimentali, rimandato nell’avere bambini, abortito quando sembrava opportuno.
Ora si ritrovano, in tutto l’Occidente, spesso sole e infelici, a volte i bambini non arrivano più, o loro non ce la fanno più ad averli, gli uomini sono stati allontanati, ma non ne vengono altri, la solitudine morde, cattiva, e buona parte della vita è passata. La carriera a volte è arrivata, ma nel suo tipico modo: viene e poi se ne va, ti lascia ancora prima che tu possa farne veramente qualcosa, come del resto capita, da sempre, alla gran parte degli uomini.
Non è un caso che per la prima volta il ritmo di aumento nel consumo di alcool e droghe è più alto tra le ragazze che tra i maschi: una prospettiva di vita così non è per niente allettante.
Trent’anni dopo il femminismo, la femminilità viene negata con una sistematicità deprimente: dalla scuola, dal mercato, dal modello culturale, dalle politiche legislative. E mentre alcune frange diventano ancora più cattive e violente, e sono quelle/i da cui partono insulti e pomodori a Giuliano Ferrara, o il sasso che mette nei guai le costole delle sue candidate, molte altre, le più numerose, capiscono.
Anche gli Stati, gli studiosi, i think tank dei grandi paesi d’Occidente cominciano a pensare come cambiare strada. Stanno per riscoprire, sembra, il valore essenziale della donna per la società: quello di essere non già la copia più “glamour” dell’uomo (ottima da usare nei manifesti o nelle pierre), bensì un centro di equilibrio affettivo e relazionale indispensabile perché la comunità non impazzisca. E non perda il gusto della vita, e il sapere/potere della riproduzione, che è molto meno tecnoscientifico di quanto gli ultimi trent’anni abbiano voluto credere, e molto più affettivo, relazionale, istintuale.
Allora ecco il professore di Berkeley Neil Gilbert scrivere la verità finora indicibile, che è costata la carriera a suoi colleghi più anziani: le donne hanno voglia di fare i bambini, e il mercato e i politici al servizio del mercato non glielo consentono. Ma ormai i costi del disagio femminile, e maschile, prodotti dalla falsa ipotesi che i due abbiano uguali desideri e bisogni sono così alti che è meglio pensare a come consentire alle donne di fare prima i bambini, e poi, se vogliono, la carriera. Ed ecco i conservatori inglesi pensare a uno stipendio per le donne che si occupano dei loro figli; e i laburisti costretti a corrergli dietro. Mentre in America partono ambienti di lavoro “misto”, dove le mamme possono portarsi i loro bambini invece di lasciarli a casa a una baby sitter.
Insomma un universo, quello del rapporto tra la donna, la famiglia e il lavoro, finalmente in movimento. Dopo gli ultimi trent’anni, che non hanno emancipato nessuno, e massacrato tutti.

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7 Responses to Dopo trent’anni di “uome”, la verità indicibile: le donne hanno voglia di fare i bambini

  1. enrico pagano says:

    Sottoscrivo tutto, parola per parola.

    Come vorrei che queste verita’ venissero comprese e accettate dalle donne, piu’ o meno rampanti, che incontriamo nella dura battaglia della vita.

    Nevrosi e isteria a volonta’, nell’inseguire la carriera e il modello maschile.

    Poi, al momento dell’inevitabile termine della corsa, la tragica scoperta: si ritrovano sole e con in mano un pugno di mosche.

    L’uomo perde cosi’ la sua dolce meta’, la societa’ l’insostituibile genio dell’eterno femminino.

  2. armando says:

    Dopo decenni di femminismo e altrettanti di opportunistica e masochistica latitanza maschile, i nodi arrivano al pettine. Devastazione psichica, spaesamento e infelicità di tutti. E c’è chi vorrebbe andare ancora più “avanti”. Per fortuna il “popolo” è più saggio dei ceti culturalmente dominanti. La speranza è che, alla lunga, non si faccia ingannare dai così detti “maitre a penser”, che maestri/e sono solo di se stessi.
    armando

  3. irene says:

    sono una donna di 38 anni. non ho mai desiderato fare carriera e ho tanto desiderato fare la mamma, sarà che sono cersciuta con una mamma che per lavorare (e senza carriera) era costretta a lasciarmi a nido mattina e pomeriggio quando avevo soo 8 mesi. comunque… il fatto è che poi gli uomini che ho incontrato non hanno avuto voglia di fare i padri (uno di questi l’ho anche sposato per poi scoprire che dietro i suo continuo rimandare la scelta di un figlio c’erano un bel po’ di cose). in sintesi: tanti anni di psicanaisi per capire cosa non andava in me (tante cose, per la verità!) e per “curarmi” e magari poter essere una buona compagna per il mio uomo e una buona madre. risultato: lo stesso ho continuato a ritrovarmi con uomini che hanno il terrore al’idea di assumersi responsabilità grandi come quella di diventare padre. una costante: dietro questi uomini ci sono sempre madri un po’ depresse e, in vari modi, molto presenti (diciamo troppo) e padri o assenti, o svalutati, o comunque percepiti negativamente dalle madri. mi chiedo ancora se sono io che non vado bene e, come si suol dire, “li trovo tutti io” (in parte sarà così) o se si tratta anche un po’ del fatto che di uomini così (che sono stati “maltrattati” dalle madri e ignorati dai padri) ce ne sono davvero tanti e ci vuole un po’ di fortuna a trovarne uno “normale”! non lo so. nel frattempo il mio tempo per diventare madre sta passando e io mi sto rassegnando a rinunciarci. faccio la maestra (ho lasciato un lavoro all’università, meglio pagato, per lavorare con i bambini) e così dò sfogo al mio desiderio materno insoddisfatto. stare con i bambini è comunque così bello! è bello vederli crescere, imparare, ed è bello sentirli ragionare, i bambini hanno curiosità e passione, cose che spesso gli adulti, per tanti motivi, perdono per strada. Di uomini accanto non ne voglio più, che se li tengano le mamme che sembrano così disperate senza di loro, e soprattutto che se ne stiano al calduccio tra le braccia mortifere di queste mammme gli uomini che mi propongono di condividere con loro tante belle cose meno una, che volevo tanto. Sì, lo so, c’è rabbia in queste mie ultime righe, ma è davvero triste innamorarsi e sentirsi riamate per poi scoprire che ci si è innamorate di un bimbo spaventato e insicuro che non ce la fa proprio a comportarsi da uomo. mi fanno tenerezza. so che non è colpa loro. sono proprio convinta della loro buona fede (non è che siano milioni di uomini! solo due lunghe relazioni importanti a dirla tutta). ma una donna accanto a sé vorrebbe un uomo, non certo come lo si intendeva una volta, intendo dire un adulto. con chi ce l’ho? con le madri, lo ammetto, per quello che ho visto mi sembra che sia colpa loro. forse le donne che mi hanno preceduta, diciamo quelle che oggi sono tra i sessanta e i settanta, questi uomini li hanno odiati tanto nei oro compagni che hanno finito per massacrare i loro bambini….. peccato. pazienza.

  4. armando says:

    Per Irene. Hai ragione su tutta la linea, ma non ti scoraggiare. Prova a cambiare ambienti, magari. Uomini adulti non matrizzati ce ne sono ancora e anch’essi sono alla ricerca. Difficile rispondere alla domanda su te stessa che ti poni. La mia eperienza, ho alcune amiche della tua età, mi fa dire che le “colpe”, se così si possono chiamare, sono simmetriche. Mancanza di coraggio maschile,solo in parte spiegabile con l’innegabile penalizzazione dei padri quando l’unione si rompe, ma anche idealizzazione del Principe Azzurro da parte femminile, che cerca spesso cose un po’ contrastanti fra di loro. Non esistono insomma l’uomo e la donna perfetti.
    Auguri. Armando

  5. Roberto L. Ziani says:

    Premetto che queste considerazioni non sono rivolte ad alcuno degli utenti che hanno commentato prima, né assolutemente al bravo prof.Risé, e men che mai vogliono essere insulti o frecciate ad altrui sensibilità. Colgo semplicemente l’occasione per esternare, stuzzicato come al solito dalla qualità dell’articolo.
    Il montante disprezzo per i “no-child” mi sta sempre più seccando. Qualche uomo che ritiene di sottrarsi alla paternità può essere infantile, daccordo, ma può essere anche che lucidamente non ritenga di poterlo crescere liberamente in un mondo dove l’educazione è singolarmente impossibile: concepirlo perchè la compagna lo vuole e basta non fa di lui un adulto maturo. Le istituzioni ragionano rincorrendo i branchi e la scuola è oramai una maestra lenta e spesso orchesca. Il giovane cervello è messo subito a contatto con altri che sono già preda dei falsi bisogni e della disponibilità a procurarsi cose illecite (anche se non esce mai di casa! C’è la TV, no?). E ovviamente il divieto e l’avviso paterno si sa che falliscono quasi sempre. Pessimismo miope il mio? Eppure… Finchè l’ambiente sociale e civile sono inadatti alla generazione (preda com’è del mercantilismo/consumismo spinto, e relative reazioni ugualmente deleterie), generare mi pare molto più irresponsabile. Cosa importa la voglia che uno ha di sentirsi padre/madre? Se questo bisogno lo predisporrà a mettere al mondo solo un nuovo infelice, che gli morirà presto o diverrà un mostro, è forse valsa la pena? Per me è stato (auto)lesionista, e pure facile da prevedere e scongiurare. Rimandare o addirittura evitare sono un sacrificio, daccordo, lo so benissimo e me ne rattristo con voi tutti; ma se i tempi lo richiedono come stupirsene o condannarlo? E non si ipotizzino scenari tipo “ah, allora non ci saranno più bambini!”, perchè sarebbe fazioso: lo sappiamo tutti che i “no-child” sono ancora pochi, e che di bambini ne vengono concepiti ogni minuto ovunque. Scusate lo sfogo, ma personalmente vedo anche in questo apparente nuovo bisogno di farsi fecondare delle ex-carrieriste un sistema femminista per disprezzare quell’uomo che ultimamente prima di fare il passo ci pensa bene. “Visto? Non vuoi perchè sei solo un infantile! Io sì che sono adulta!”
    Fra l’altro: salario scarso, delinquenti impunibili e rate di mutui da pagare…e pensi che “sia bello” una bocca in più? Lungi da me incoraggiare l’aborto, sia detto chiaramente: se il bimbo è in arrivo, accogliamolo. E lungi anche discriminare i figli numerosi, quelli dei poveri o quelli degli ignoranti. Ma per favore smettiamola di bollare di infantilismo chi ha dei ripensamenti.
    Grazie, scusate, e saluti a tutti.
    RLZ

  6. armando says:

    Per RLZ: la tua descrizione è amara ma veritiera, tuttavia 1)Non è ritraendosi, sia pure con ottime ragioni logiche, che gli uomini potranno uscire dal cul de sac in cui si sono (o li hanno) cacciati. Ad un certo punto della vita occorre saper anche rischiare, prerogativa del resto da sempre maschile. Con intelligenza, ma rischiare, se questo è ciò che un uomo sente dentro di sè. 2)L’articolo di Claudio Risè ci dice che le donne giovani iniziano a non poterne più dell’ideologia femminista che le ha spinte per decenni a tramutarsi in “uome”, brutte copie del maschio con tutti i suoi difetti e senza i suoi pregi. Le ultraquarantenni che sentono improvvisamente la voglia di maternità e sono disposte a tutto per realizzarla, anche senza un uomo o usandolo strumentalmente, sono altro. Sono gli effetti negativi, purtroppo per loro e per chi in esse incappa, dei decenni di inganno ideologico a cui le donne sono state indotte, col beneplacito, occorre ammetterlo, di tanti, troppi, uomini. Ma se il senso dell’articolo è vero, anche soltanto in parte, sarebbe disastroso per gli uomini non cogliere la portata della novità. Che è semplice. Le donne iniziano ad aver voglia di fare le donne. E noi, allora, ricominciamo a fare gli uomini. Gli uni e le altre con l’antica naturalezza che sembrava perduta. E’ il solo modo di sconfiggere ideologie, leggi, giudici, culture che sono in definitiva contro la persona umana.
    armando

  7. Redazione says:

    Io però volevo dire anche un’altra cosa: Le fatiche, la fame, la stanchezza, la croce insomma, non è cancellabile dalla vita umana. Chi si organizza per farlo, paga e fa pagare costi affettivi altissimi, e poi ci deve salire comunque. La vita come benessere è in parte un incubo, in parte un delirio di onnipotenza. Claudio

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