L’identità perduta delle donne

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 19 maggio 2008, www.ilmattino.it

Sul tavolo dei nuovi governanti europei c’è, in testa alle priorità, il crescente malessere dei loro cittadini, uomini e donne. Alcuni hanno già messo a tema la questione, come il nuovo sindaco di Londra Boris Johnson, affermando che il soggetto maggiormente a rischio è oggi il maschio bianco (già dirlo è politicamente scorretto). In effetti trova più difficilmente lavoro, ha la più elevata propensione al suicidio, muore prima. Anche le donne però se la passano tutt’altro che bene.
Già da molti mesi si sapeva che l’aumento delle donne tra i consumatori di droghe e sostanze eccitanti era molto più forte di quello dei maschi, anche se rimangono loro i maggiori consumatori. Inoltre, una volta instaurata la dipendenza, è più difficile che ne escano, droghe e alcool riattivano forme di anoressia e disagi prima latenti, e rendono molto difficile alla giovane donna la ricostruzione di un’esistenza normale.
Ora però emerge con sempre crescente chiarezza l’intero quadro delle patologie della giovane donna postmoderna. Al centro delle quali c’è la stessa immagine della donna oggi.
Chi è, cosa deve fare, una donna? Questo interrogativo, che rimane senza risposte e indicazioni «ufficiali» e precipita le donne nella confusione, fa capolino dietro ai dati delle patologie, o dei fatti di cronaca più desolanti. Come quello della tredicenne Lorena, di Niscemi, utilizzata e poi massacrata da tre ragazzi, anch’essi privi di qualsiasi direzione e orientamento. Doveva diventare una brava parrucchiera, e trovarsi un buon ragazzo che la sposasse? O doveva diventare una star televisiva, lanciandosi in programmi-vetrina, come «Amici», o il «Grande Fratello»? In quest’incertezza tra obbligatoria affermazione sociale e cura dell’intimità e dei valori personali, tra notorietà pubblica e vita privata, Lorena si è smarrita.
Altrettanto succede a tante altre ragazze e giovani donne, prima e dopo di lei. Per fortuna non tutte perdono la vita in modo drammatico. Quasi tutte, però, soffrono. In particolare a far ammalare le donne è l’incertezza su cosa fare del proprio corpo di femmina e della sua specifica competenza, che l’uomo non possiede: la maternità. Fare finta di nulla e vivere come un uomo, badando a guadagni e carriera, senza risparmiarsi? Utilizzarlo come strumento di affermazione sul modello, appunto, delle «veline» più famose e fortunate? Oppure prenderlo sul serio nella sua specificità femminile, dedicarsi agli affetti familiari e accogliere i bambini, per poi magari impegnarsi nel lavoro più tardi, a figli ormai cresciuti?
Queste diverse alternative, che il sistema delle comunicazioni di volta in volta presenta come le migliori, in modo contraddittorio, disorientano la psiche della donna, bersagliandone il corpo con un’infinità di sintomi, malattie e dolori. Incerte tra nutrirlo anche troppo o fargli fare la fame; accettarne la sessualità e la ciclicità, o chiudersi all’altro attraverso le ricche patologie dell’apparato genitale e riproduttivo; godersi appieno la femminilità o rifiutarla pagando il prezzo della depressione o della sua controfigura, l’euforia maniacale; le donne sono le grandi malate del terzo millennio. Conquistano il mondo, temendo però di perdere se stesse.
I governi dovranno occuparsene, di queste donne (e uomini in crisi). Come? Restituendo a ognuno dei due sessi la propria dignità e funzione con politiche familiari che consentano loro di incontrarsi e di riprodursi, anziché incentivarne l’isolamento e la conflittualità.
Per stare bene, maschi e femmine hanno bisogno di amarsi. Non di competere e farsi la guerra.

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2 Responses to L’identità perduta delle donne

  1. armando says:

    Non c’è molto da aggiungere alle tue belle parole, caro Claudio. Abbiamo bisogno di amarci, fra maschi e femmine. E per amarsi fra diversi niente è più di ostacolo che la competizione, la quale indica sempre spaesamento e voglia di mimetismo, e l’addossare all’altro le colpe e le responsabilità della propria insoddisfazione. Vale per gli uomini ma vale anche per le donne. Ho amiche giovani, carine, intelligenti, attive, ma perennemente in ricerca di qualcosa che non riescono a trovare. E’ come se volessero afferrare tutto e contemporaneamente, e finiscono così per non afferrare l’essenziale, perchè neanche loro sanno bene cos’è essenziale per loro. Come gli uomini, d’altronde. Si finisce così per puntare spesso all’effimero del presente, che però svanisce immediatamente e costringe a cercarne subito uno nuovo, sostitutivo, in un vortice che sembra destinato a non aver fine. Sembra, perchè poi ci penseranno il tempo e la psiche a dare uno stop, necessariamente doloroso.
    armando

  2. Nino says:

    Caro Risè,
    intanto voglio ringraziarla perchè se ho capito tante cose sugli uomini-sul nostro mondo quindi-lo devo a Lei. Sarebbero tante le cose da dirle, ma lo farò privatamente sperando in una Sua risposta: per ora, proprio perchè voglio restare in tema, mi limito a ringraziarla per quanto ho appreso dai suoi libri e dai suoi scritti.
    Sono siciliano, e quindi la storia della ragazza uccisa dai tre balordi mi tocca da vicino, anzi da vicinissimo.
    La Sicilia è una terra che al contrario di quanto si pensi è matriarcale. E’ la donna, la Pòtnia Mèter di matrice greca, a comandare in casa e recentemente anche fuori. L’onore dell’uomo, il famoso onore siculo, è sempre stato un modo di facciata per non espandere ulteriormente il potere della donna in Sicilia: perchè la donna, lo ripeto, in Sicilia(a differenza della Calabria e forse anche della Campania)ha sempre comandato.
    Una volta si sarebbe uccisa una donna se avesse “disonorato” il marito dicendole: “Sono incinta di un altro uomo”.
    Ora è diverso. Ora il delitto di Niscemi è uguale a tanti altri delitti compiuti in Italia. Perchè lei non ha tradito nessuno, ma ha fatto sesso con tre ragazzi: credo fosse una di quelle giovani donne che Lei chiama “prostitute sacre”. Una ragazza che sentiva dentro di sè la spinta ad un eros transpersonale. Forse troppo precoce, influenzata dal materiale che circola su Internet e dalla spinta a “strafare”che ci propinano la Tv, il cinema, i giornali. Ma credo lo facesse consapevolmente e gioiosamente.
    Ma un giorno lei disse loro che era incinta: e stavolta non è più la donna siciliana a vergognarsi, ma l’uomo. Non è più la donna siciliana che dice: “Come torno a casa con una notizia del genere?”E’ l’uomo che dice: “E adesso? Che ne sarà di me, di noi?”E quindi il brutale gesto di ragazzi forse incapaci di gestire la frustrazione, educati a non avere limiti dai genitori e dalla società. La donna afferma un potere su di loro: porto una vita in grembo, assumetevi la responsabilità di quello che avete fatto. Ma loro non l’hanno tollerato, e per sfuggire ai pettegolezzi, alla vergogna, alla derisione l’hanno uccisa.
    La cosa grave è che il disorientamento dell’uomo adesso porta a questi gesti disperati. Bisognerebbe rifletterci.

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