Il Sessantotto senza una visione etica

Claudio Risé, da “Il Giornale”, 6 giugno 2008, www.ilgiornale.it

Quarant’anni: il tempo necessario per constatare il fallimento di una classe dirigente. La stagione (più o meno una generazione), che permette di dire che una semina è andata male, o non è stata fatta per niente.
De Gregori è una persona onesta, e abbastanza forte da dire, e dirsi, la verità: il ’68 non ha seminato, non ha preparato, formato, fatto crescere. E chi ci ha provato, tra quelli che erano giovani allora, ha fatto fatica, perché tutta la società gli remava contro. Contro l’autorità, certo. Ma contro l’autorità perché il ’68, e la cultura che ne è seguita, non sapeva accettare il limite. L’autorità non è buona o meritevole in sé. Può essere anche stupida, ottusa, ed è importante che chi vi è sottoposto possa riconoscerlo dentro di sé, prima di diventare altrettanto ottuso.
L’autorità, però, è indispensabile per dare il senso del limite. Non si può fare tutto, le competenze si formano attraverso il sacrificio, la capacità di imporsi limiti, che sono l’interfaccia repressiva degli obiettivi. Per raggiungere degli obiettivi, bisogna essere capaci di porsi dei limiti, e di fare qualcosa che invece dopo il ’68 è diventato tabù: sacrifici.
Questo fatto elementare, banale, che qualsiasi tribù conosce bene, il rapporto tra limite, sacrificio, e il perseguimento di obiettivi, la cultura del ’68 l’ha completamente negato. Come mai? Perché fu un movimento culturale di giovani, di studenti, che come tutti i giovani sperano per un momento (o magari lo dicono soltanto), di poter fare a meno del limite. Niente di strano: il guaio è stato che questo giovanile e fantasioso casino, ben rappresentato dallo slogan del maggio francese, l’imagination au pouvoir, è stato poi scambiato per un programma politico, per una visione del mondo, di cui non possedeva l’attrezzatura intellettuale, etica, e neppure pratica.
Questo scambio, questo equivoco, di simpatici giovanotti che avanzano chiedendo il potere e di vecchi gestori del potere che si offrono subito di spartirlo con loro ci mostra subito che in Italia, a differenza che in Francia, o in Inghilterra, dove pure quell’anno fatale passò, il principio d’autorità era stato liquidato già prima. O forse era un’autorità badogliesca, già predisposta ad aprire le porte all’invasore, chiunque egli fosse. A patteggiare pur di non confliggere. Perché il conflitto ti obbliga a dire perché lo fai.
L’autorità si mantiene (come l’ha mantenuta Sarkozy quando era ancora solo ministro dell’Interno, e ha tenuto a bada la racaille delle banlieue), quando sai in nome di cosa, di quali obiettivi vuoi mantenerla ed esercitarla. Questo i politici che erano al potere nel ’68, e nei dieci anni successivi non lo dissero mai. Volevano stare al potere, e basta. Ed eventualmente spartirlo coi più glamourous dei giovani assedianti.
Non fu quindi il ’68 a distruggere il principio d’autorità, era chi era al potere allora, i politici, ma anche i padri, e molti emblematici capi d’azienda oggi monumentalizzati, a non applicarlo, perché l’autorità è magari stupida, ma ha sempre in testa un’etica, un codice di comportamento, e questi non l’avevano.
Certo poi i sessantottini saliti in cattedra, o sugli scranni dei vari poteri, non insegnarono e trasmisero un’autorità che non avevano in fondo mai né visto né conosciuto. Per questo non formarono una classe dirigente, non offrirono al paese una vera visione, non misero a fuoco alcun obiettivo serio, che non fossero chiacchiere divagatorie, ininfluenti sulla storia e lo sviluppo umano.

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One Response to Il Sessantotto senza una visione etica

  1. armando says:

    Caro Claudio, non è grave il non esserci resi conto di quello che stavamo facendo allora. Era troppo difficile per la giovane età e perchè quando si è nel fuoco di una lotta si perdono i connotati di realtà. E’ grave invece, gravissimo, il rifiuto di ripensare criticamente quella esperienza, non per rinnegarla stupidamente, ma per individuarne i punti di debolezza anche alla luce dei suoi esiti. I quali, in confronto cogli ambiziosi propositi di allora, sono stati del tutto deludenti. I rapporti di potere nella società che ambivamo rovesciare sono del tutto intatti. Anzi, come accenni anche tu, il potere si è avvalso delle energie “rivoluzionarie” per ammodernarsi in fatto di stili di vita, che abbiamo ampiamente contribuito a rendere congrui con le sue nuove esigenze. Anzichè riflettere su questa evidenza, sul suo significato e quindi trarne le conclusioni, la generazione del ’68 preferisce ancora sbandierare le conquiste della “liberazione” sessuale e femminile che già allora Pasolini leggeva come inautentica, nuovo conformismo indotto dalla società dei consumi.
    Ora si sta riscoprendo faticosamente il concetto di autorità, ma contemporaneamente si continua ad avere il padre, che l’incarna, come bersaglio. Il risultato, se non ci sarà anche un recupero della sua figura nei suoi aspetti pratici e simbolici, sarà un nuovo e peggiore autoritarismo statale mascherato da democrazia formale, esito ineluttabile della separazione fra paternità, che è anche amore e interesse autentico, e autorità divenuta astratta e impersonale, statale, appunto.
    armando

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