Il Sessantotto e il fantasma dell’autorità

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 9 giugno 2008, www.ilmattino.it

È poi vero che il movimento del ’68 distrusse il principio di autorità? Lo sostengono dai suoi nemici conservatori ai suoi ex amici, come il cantante De Gregori. Il rischio di questa diagnosi-slogan è duplice. Da una parte, infatti, attribuisce al «principio di autorità» una sacralità che esso non ha, ed è anche bene che non abbia. Dall’altra assegna al ’68 un potere che non ebbe. A differenza dei politici che lo accolsero, e lo tennero in vita per vent’anni. La durata del fascismo.
Il principio d’autorità non ha un valore assoluto, ma funzionale. Serve a trasmettere il senso del limite di ciò che si può fare: funzione importantissima sia nell’esperienza educativa (dove consente la crescita e lo sviluppo dell’individuo), che nel tutelare la vita sociale, evitando deliri di onnipotenza di individui, o di gruppi.
Tuttavia l’autorità non è buona in sé (come dimostrarono i totalitarismi autoritari, annegando il mondo nel sangue), ma nella misura in cui fa valere nei confronti di tutti (anche verso se stessa) la necessità del limite. Per questo lo slogan: ’68 antiautoritario cattivo contro autorità buona, è sbagliato. Innanzitutto perché il ’68, in Italia, ma anche negli altri paesi, non fu, nella sua gran parte, per nulla antiautoritario. Tranne poche eccezioni rapidamente emarginate (gli anarchici, i situazionisti, i primi «verdi» di Alexander Langer, e pochi altri), i gruppi e «gruppuscoli» politici in cui si organizzò quel movimento furono profondamente autoritari.
I desideri dei leader erano legge, i gregari cercavano di realizzarli ancora prima che fossero proclamati, per acquisire benemerenze. E chi si metteva di traverso, i nemici «ufficiali» (i giovani «fascisti») o anche semplicemente i borghesi agnostici, veniva duramente punito.
Il richiamarsi della grande maggioranza dei suoi aderenti al marxismo-leninismo (Lenin/Stalin/Mao Tze Tung, era lo slogan più gridato nei cortei), teoria e pratica politica totalitaria, indicava nell’autoritarismo il metodo politico dei movimenti che parteciparono a quell’esperienza.
La fase antiautoritaria era stata quella della nascita del ’68, la sua primavera, con il maggio francese e le rivolte studentesche nei paesi socialisti: un movimento culturale, un po’ anarchico, anti-istituzionale, che venne presto rinnegato, in modo neppure troppo diverso, da tutti i gruppi che vi presero parte.
L’autorità vera poi, i presidi, i rettori, i magistrati che dovevano assicurare la legge e l’ordine, che cosa fece? Quali provvedimenti furono presi contro gli studenti che sequestravano i professori costringendoli a farsi esaminare da cani che abbaiavano dalla cattedra, o sbarravano le porte dei rettorati e degli uffici, per impedire l’attività didattica? Praticamente nulla. L’«autorità» fece finta di niente. Il risultato fu che i famigerati «sessantottini» non impararono mai il senso del limite (e quindi per certi versi non divennero mai adulti), né lo insegnarono agli sfortunati giovani che passarono dalle loro aule, quando furono loro a sedersi sugli scranni dei professori, dei magistrati, o di altre figure di potere. Non potevano trasmettere ciò che nessuno, per cinismo, opportunismo, o indifferenza, aveva insegnato a loro.
Fu il dramma di due generazioni. Quella dei sessantottini, perdenti che non scalzarono neppure i vecchi potenti di prima, rimasti in sella per altri 40 anni, e spodestati solo un mese fa da un personale politico del tutto estraneo al ’68. E quella dei loro figli, le cui carenze formative arrestarono la crescita del paese.
Il ’68 non uccise l’autorità: arrivò perché non c’era già più.

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