Vacanze dei giovani, il rimedio all’ansia

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 14 luglio 2008, www.ilmattino.it

Le vacanze dei ragazzi, e dei giovani in generale, non sono mai state una passeggiata. La loro naturale e sacrosanta propensione per il piacere e l’avventura già tende a metterli in situazioni difficili. La preferenza giovanile per la notte poi (la dea che per i greci era madre di Thanatos, la morte) non fa che aumentarne i rischi. Ora però (la sorte di Federica è solo l’ultimo esempio), la situazione si fa più drammatica. E, alla vigilia della partenza dei figli, i genitori tremano. Il timore è realistico, e opportuno.
Solo gli stupidi non hanno paure: il «timor dei», di ciò che il destino ti può riservare, ha sempre fatto parte della saggezza. Non deve però trasformarsi nella generica e nevrotica «ansia», che ti toglie il respiro senza aiutarti a vedere meglio la situazione, ed è ben nota alla psicologia contemporanea.
Per coltivare un saggio timore, e non diventare ansiosi, può forse essere utile cercare di capire meglio (senza diventare preda di uno sgomento generico), perché le vacanze dei giovani d’oggi, siano le ferie di Federica, o il viaggio d’istruzione di Meredith, o i tanti viaggi oltreoceano di giovani curiosi e ritornati senza vita, abbiano troppo spesso un esito tragico.
Un tratto comune di questi episodi è un’ingenuità: le giovani vittime delle vacanze contemporanee si affidano a qualcuno (a volte a più persone), che poi approfitta di loro, e li uccide. Questo spesso deriva dal fatto che non hanno paura. Si tratta di una caratteristica giovanile bella, e di sempre: la fiducia negli altri, l’aspettativa dell’amore (nel quale sono spesso cresciuti, oggi assai di più di una volta), la non conoscenza del calcolo, della violenza, e di quella forma di perversione profonda che può spingersi fino a togliere la vita di un’altra persona.
Fino a poco tempo fa il mondo degli adulti conosceva perfettamente questo strabismo affettivo dei giovani, che preferiscono vedere il bene anziché il male, e li metteva in guardia. Poi, con la pedagogia di massa, si è affermato il mito della socializzazione innanzitutto. I bambini, e poi i giovani, dovevano soprattutto socializzare. Anche nella valutazione del profitto scolastico, la capacità di aprirsi agli altri è diventata sempre più importante. Contemporaneamente, tutte le informazioni che rendevano la socializzazione meno automatica, più complessa, sono divenute impopolari.
Nell’educazione, la presentazione dell’aspetto problematico dell’altro, la sua possibile aggressività, il suo lato a volte interessato o psicologicamente disturbato, venivano omesse in quanto produttrici di resistenze alla socializzazione. Inutile dire che questa è anche la via più comoda, in quanto nessun giovane desidera sapere che un amico può tradirlo (e anche se informato, non sempre lo crede).
Agli effetti del mito della socializzazione facile e indolore, si sono poi accompagnati gli interessi del turismo. Evidenti, ad esempio, nelle proteste spagnole al fatto che le cronache italiane raccontino in modo veritiero, e senza edulcorazioni, la vicenda di Federica. Gli affari sono affari, e il mito dei luoghi di vacanza come sede di bontà e amore universale non deve essere messo in discussione. Il giovane viandante finisce così con il non aver più la consapevolezza, ben nota al viaggiatore di una volta, di essere oggetto anche di attenzioni interessate, che possono dar luogo a improvvisi pericoli.
Nulla deve turbare la sua serenità, secondo le migliori regole della società dello spettacolo. Che però non sempre è a lieto fine. Spieghiamolo con calma ai nostri ragazzi, senza timore di essere noiosi.

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7 Responses to Vacanze dei giovani, il rimedio all’ansia

  1. Federico says:

    Recentemente sono stato in siberia, a Chelyabinsk, dato che conosco delle persone di lì. Prima di partire conoscevo una ragazza trovata su internet e una conosciuta di persona a Roma.
    Io ho 33 anni, e mi riconosco perfettamente in quanto lei scrive.
    L’esperienza a Chelyabinsk, città non turistica, ma affascinante per un occidentale, è stata molto bella. Principalemnte ho conosciuto svariate persone, maschi e femmine, nei bar della città, aperti tutta la notte.
    La ragazza conosciuta su internet, che vedevo tutti i giorni, diceva “pazvani federico, inaci ia ne spoikoina” (telefonami altrimenti non sono tranquilla). La città tutto è meno che sicura. Ma il rispetto delle elementari regole di prudenza, la scelta oculata dei luoghi dove andare, anche su consiglio di chi li ci vive, e la scelta di persone che avevano un aspetto “rassicurante”, credo che abbia abbassato di molto la probabilità di situazioni impreviste.

    Poi leggendo il suo articolo mi è venuta in mente una cosa in cui credo tantissimo, per esperienza: “meglio avere a che fare con una persona malvagia e intelligente, che con una persona buona e stupida”.

  2. Daniele says:

    Professor Risé, già su un blog di un amico ho scritto un aspro commento su ciò, prendendo spunto dalla tragedia di Federica Squarise. Sono un ragazzo di 23 anni, e so bene che la mia generazione (intendo più o meno i nati dal 1984 al 1995) corre gravi rischi: non per motivi retorici (la solita storia ritrita della Generazione X, che poi tutte le generazioni sono “X”, ma per motivi seri e nitidi: è in atto una demagogia sui giovani, in cui pubblicità, media, locali notturni e traffico di droga si alleano per distruggere i ragazzi e le ragazze, e chi fiuta il pericolo viene aggredito con la solita formula magica: “Eh ma allora preferisci l’ipocrisia!”. No, non preferisco nessuna ipocrisia: ipocrita è il sistema che castra i maschi, sterilizza le ragazza, ipocrita è il sistema che aplica una pedagogia oscura ai 14enni a base di trasmissioni come Lucignolo e all’esortazione alla discoteca di massa. Io ho visto coi miei occhi quanto è pericoloso tutto ciò: ho saputo di amiche mie, ragazze “tranquille2, che stando in discoteca con amiche miserabili, dovevano fare il palo assistendo al sesso orale delle amiche; ho dovuto litigare con un sacco di coetanee solo per far capire loro che per me è normale accompagnare la donna fino a casa e non lasciarla per strada, e che non è un affronto alla loro libertà…. Sembra assurdo ma io lo vedo da vicino, sono miei coetanei, e anche molto più giovani. Davvero serve una cura ricostituente, e lei, professore, coi suoi libri, mi ha dato uno spunto eccellente. Io porto sempre ad esempio le sue idee, e spesso serve, quando mi trovo a questionare con gente drogata dalla demagogia moderna.

  3. Roberto L. Ziani says:

    Se uno è convinto di avere lo stellone che lo protegge, o di essere più furbo di qualsiasi malvagio, non ci sarà mai verso di servire a qualcosa parlandogli. E villeggianti così superbamente ingenui sono oggi ben più di quanto si speri… Neanche l’esempio continuo (i media ci sguazzano volentieri: un colpo alla botte del favoreggiamento turistico, uno al cerchio dell’audience necrofila) serve più.
    RLZ

  4. S&P says:

    Come padre, mi domando spesso cosa insegnare ai figli proprio su questo aspetto. Non solo sui viaggi, ovviamente, ma sul fatto che ci sono persone “cattive”, o che comunque rappresentano una minaccia. Non è solo la cultura modernista, ma anche un grosso filone della Chiesa che vieta questo tipo di discorso. Non è facile, perché non desidero creare una cultura del “sospetto”, soprattutto non verso gli altri bambini. Quindi, finchè non ne capisco di più il mio obiettivo è incoraggiare l’attenzione a comprendere gli altri, le loro intenzioni, lo stato d’animo. In positivo, mi rendo conto che più i bambini conoscono se stessi più anche la parte oscura degli altri diventa comprensibile. Tra l’altro, come padre, devo insegnare che il bene non sempre è istinto, a volte è anche scelta.
    Però non è un fatto di oggi, secondo me. Appartengo alla generazione nata negli anni ’70 e quindi non proprio ragazzini-ini. Mentre dai nonni arrivava l’informazione (a volte veramente ingenerosa) che comunque esistevano persone da cui guardarsi, questo discorso per mia madre era del tutto inaccettabile. Mio padre, oggi ma anche allora, sapeva, dalla vita, che non tutto è rose e fiori. Ma il suo insegnamento era difficile da ascoltare per vari motivi, tra cui la cultura dominante (che ha le sue ragioni perchè poi diventa facile dipingere un bambino come cattivo con tutte le conseguenze del caso) e io ero, non solo su questo, molto sordo.
    Credo che riconoscere che ci sono persone con intenzioni cattive, o anche solo che ci sono intenzioni cattive, ci costringe ad abbandonare il nirvana del va tutto bene, ci costringe a separarci dal gruppo distinguendo, a stare allerta, a riconoscere che la famiglia è qualcosa da proteggere e che questa protezione non può essere demandata alla collettività (e che il padre serve anche a questo).
    Questo passaggio è doloroso per tutti, perchè ci porta anche una solitudine, ma difficilissimo per una madre che non è con il padre dei propri figli.

  5. La ringrazio per questo suo articolo, come sempre dà molti spunti di riflessione. Sono contenta che la mia “prole”, pur molto aperta di cuore al mondo e al prossimo, sia naturalmente schiva verso gli estranei, qualità che io e mio marito ci sentiamo di incoraggiare, a dire il vero. Ma parlo di bambini piccoli, non so come sarà in futuro.
    A presto.
    Fioridiarancio

  6. armando says:

    E’ davvero stupefacente constatatare quanta mancanza di consapevolezza di come va il mondo, e quindi imprudenza, esista in queste vicende.
    Fermo il rispetto per le vittime innocenti di questo e di altri , troppi, episodi simili, e senza il ricorso al vieto argomento del ” se lo sono andate a cercare”, si impongono due considerazioni, l’una antropologica, l’altra sociologica.
    La prima, generale, è che si è perduta la consapevolezza dell’esistenza del male e delle persone che ne sono portatrici più di altre. Strano, proprio ora che il problema sicurezza è all’ordine del giorno. E se nasca anche dal venire meno di quei comportamenti “preventivi” che da sempre i nostri vecchi ci insegnavano?
    La seconda considerazione, correlata alla prima, è la seguente. La rivoluzione sessuale, contrabbandata come rifiuto delle ipocrisie e come espressione “naturale” delle libertà individuali, può diventare una trappola quando non esiste più , come non esiste da tempo, una vera educazione sentimentale. Quella che da un lato insegna a parlare col corpo, coi suoi segnali di disponibilità o di diniego, e dall’altro a saperli leggere nella loro significato. Facile allora che si mandino segnali non chiari o che i segnali vengano male interpretati. E quando in una società dove la disponibilità sessuale è considerata la norma, i segnali ambivalenti cortocircuitano con soggetti che credono nella scorciatoia della droga come fattore di libertà, ecco la tragedia. Tragedia in cui si incontrano due “onnipotenze”, seppure naturalmente molto diverse. Quella criminale di chi si crede in diritto di pretendere tutto, ma anche quella astratta di chi crede che un proprio comportamento non abbia effetto alcuno sull’altro, o peggio ci giuoca, inconsciamente o no, come fattore di potere. La realtà è molto diversa, e sarebbe ora di prenderne atto, non per negare la fiducia nell’altro ma per concederla con intelligenza. E come sempre i ragazzi hanno meno colpe degli adulti. Siamo stati noi a confezionare per loro questa società, a prescindere naturalmente da ogni giudizio sui casi specifici come quello della povera Federica.
    armando

  7. Mauro says:

    Personalmente, ritengo che certi fatti stiano a testimoniare che se in nessun Paese del mondo c’è mai stata una vera “rivoluzione sessuale”, né mai ci sarà, è perché gli stessi uomini lo impediscono.
    Io stesso, da uomo, so di poter essere molto più facilmente vittima della violenza fisica di un altro uomo piuttosto che di una donna; questo per ovvi motivi che non sto a spiegare.

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