Il senso della vacanza

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 21 luglio 2008, www.ilmattino.it

Perché in vacanza spesso non siamo contenti, o ci stanchiamo? A volte abbiamo scelto male, il tour operator, o la compagnia, non andavano bene. Di solito, però, il problema è un altro. Può anche darsi che il posto sia bello, la compagnia ottima, tutto insomma funzioni ma… non ci sentiamo a posto. E torniamo a casa più stanchi di quando siamo partiti. Come mai? Di solito, perché vogliamo «riempire» la vacanza di cose, eventi, persone. Mentre dovrebbe essere un’esperienza di vuoto.
La radice della parola vacanza è la stessa del latino vacuum, che significa, appunto, vuoto. Questo periodo può ristorarci proprio perché fa succedere un momento di svuotamento dagli impegni, incontri, pensieri, alla normale vita quotidiana, che invece è zeppa di tutte queste e altre cose.
La prima necessità della vacanza, per funzionare davvero, è dunque quella di cambiare la nostra vita di ogni giorno. Ciò viene sempre più spesso interpretato come un dover cambiare luogo, abitazione. Stiamo in città, e andiamo in un paese di mare, stiamo in Italia, e andiamo all’estero, convinti che questo cambiamento, di per sé, ci metta «in vacanza».
In realtà il luogo dove stiamo è un elemento importante, ma ancora superficiale. Decisivo è invece sostituire, alle abituali preoccupazioni, assilli, pensieri, un momento, appunto di vuoto. I padri della Chiesa lo chiamavano «deserto». Vedendolo come un luogo psicologico e mentale caratterizzato appunto da un’assenza di contenuti, e proprio per questo idoneo a farci trovare ciò che di solito non vediamo: chi siamo noi stessi, e (nella loro ricerca), persino Dio.
Questi contenuti importanti, che quando vengono trovati ci riempiono di felicità, ci appaiono però quando meno ce li aspettiamo: nel linguaggio della patristica appunto nel «deserto», non nel monastero o nella cattedrale, luoghi impegnativi, iperorganizzati, dove difficilmente può prodursi qualcosa di nuovo.
Le vacanze di oggi spesso non funzionano perché sono troppo affollate: non tanto di persone, ma di idee, cose da fare, impegni. L’industria delle vacanze, ma anche l’editoria, le comunicazioni che si occupano di questa parte della vita umana, sono sempre più impegnate nell’evitare a chi smette di lavorare ogni momento di noia. Questo, però, è un gravissimo errore. In realtà, quelle prime ore di noia, o almeno di straniamento, che seguono all’inizio della vacanza sono la migliore garanzia che quel periodo funzionerà, andrà bene.
La noia infatti, il senso di straniamento, intervengono appunto quando noi stiamo uscendo dai riti, dalle ansie, dai pensieri che affollano, riempiono incessantemente, la nostra vita quotidiana. Allo sparire di tutto ciò, che indica appunto una situazione diversa, più «vuota», nella quale potremo finalmente riposarci, e magari anche accorgerci di qualcosa di davvero nuovo, il nevrotico superimpegnato e abitudinario che è in noi viene preso da un leggero panico. Com’è possibile non far nulla, o quasi? Sarà poi giusto, morale?
A questi interrogativi preoccupati risponde subito l’industria turistica proponendoci incontri, dibattiti, escursioni, avventure, feste. A quel punto, la nostra vacanza è già fortemente in pericolo. Lo sperimentare tranquillamente il vuoto, l’otium dei latini, rischia di diventare impossibile perché siamo di nuovo impegnati fino al collo in mille «negotia», occupazioni e progetti. A quel punto, abbiamo prontamente evitato la noia, e quel senso di straniamento che accompagna ogni reale cambiamento di ambiente, ma abbiamo anche liquidato la nostra sospirata vacanza. Per continuare a stancarci, come sempre.

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4 Responses to Il senso della vacanza

  1. Daniele says:

    Caro professore, io infatti in genere vado in vacanza in cerca di luoghi “selvatici”: da qualche anno ho l’uso di andare una settimana nella zona di Chiusi, dove c’è la spada di San Galgano. Il bosco, l’eremo, e possibilmente la spada per allenarmi. C’è un gruppo di amici che ci viene con me: chi perché è religioso, chi perché gli interessa la Storia Medioevale, chi per svago. Siamo tutti ragazzi sui 23 anni. Fra me e le discoteche c’è un sorta di faida, per cui io disprezzo loro e chi le ama questiona con me. A cominciare dalle fidanzate, che appena mi nominano la vacanza da movida capisco che non siamo adatti a stare insieme. Troppe volte ho tentato di andare d’accordo con chi ha gusti diversi, ma ogni volta niente: a volte una divergenza di gusti può indicare una divergenza d’anime, di Vita, di mentalità.

  2. Claudia C. says:

    Caro prof. Risé,
    è una questione interessantissima, questa sul vuoto necessario. Anche perchè (se non ho capito male il Suo articolo) mi sembra almeno un po’ in conflitto con un certo modo di intendere le vacanze da parte di gruppi o movimenti cattolici che tendono a riempire con iniziative, incontri e momenti vari ogni istante della giornata di ferie, nella convinzione che le vacanze non debbano essere MAI una “perdita di tempo” e che la noia (o l’ozio) siano estremamente dannosi a questo riguardo.
    Porterò con me il Suo articolo e spero di riuscire a discuterne con gli amici.

    Claudia

  3. Denis says:

    Grazie professore per questo articolo! Stasera lo faccio leggere a mia moglie!

  4. margherita says:

    Gentile professore,
    tutto l’arsenale ‘ludico’ che il nostro sistema consumistico prepara per far la guerra alla Noia non è altro, secondo me, che un modo per tener sopite le nostre creatività.
    Nel tempo vuoto c’è il rischio che la mente cominci a giocare e liberandosi dal giogo degli assilli quotidiani si libri verso altri orizzonti di senso.
    Si dice che la necessità aguzzi l’ingegno…per questo forse c’è chi per noi risolve ogni problema, a volte, prima ancora che questo si presenti…così non c’è il pericolo che l’ingegno si desti.
    Buona Estate

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