Il popolo della spiaggia, e quello del mare

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 11 agosto 2008, www.ilmattino.it

Famiglie con bambini, secchiello, maschere per guardare sott’acqua, si godono il sole su una spiaggia. Dal mare arrivano, tra le onde, uno o più gommoni, o motoscafi. I bagnanti lanciano apprezzamenti pesanti agli invasori. I venuti dal mare si risentono. Uno scontro balneare accaduto più volte, quest’estate, coinvolgendo a volte personaggi famosi, come Flavio Briatore, a volte Vip meno noti. Dietro queste ostilità sul bagnasciuga premono, inconsciamente, emozioni e passioni profonde.
La prima è quella per il territorio. Contrariamente a quanto crede, infatti, il turista, che ha appena lasciato la sua casa, è inconsciamente assediato dall’ansia di trovarne un’altra. E quindi «territorializza», si annette insomma, i luoghi dello svago, a cominciare dalla spiaggia. Dove cerca di ricreare una domesticità, un’abitudine residenziale: il proprio angolino, la propria roccia, i castelli dei bambini che a volte resistono fino al giorno dopo.
Alla stanzialità degli spiaggisti si oppone il nomadismo dei navigatori, il popolo in perenne movimento degli yachts, gommoni, tender, con i loro carichi più o meno preziosi e famosi, sempre in cerca di terra ferma da conquistare. Non è il caso di Briatore che il suo spazio, il nuovo locale aperto sopra la sabbia di Capriccioli se l’è pagato fior di quattrini, ma per il popolo della spiaggia è lo stesso.
I due gruppi, quelli che vengono dal mare e quelli che stazionano sulla terra, sono ormai catturati da archetipi eterni, e molto più potenti di loro: quello delle potenze del mare (l’Inghilterra, i Vikinghi, i corsari, Venezia), e quello del popolo della costa, continuamente minacciato dai primi.
Le bellicosità successive, l’arrivo dei gommoni che solleva onde insolenti sulla testa delle mamme e dei bambini, i papà che lanciano gavettoni familiari organizzati in fretta coi secchielli dei bambini, nascono dalla recitazione automatica, con toni e mezzi vacanzieri, delle antiche ostilità tra i popoli della terra e gli incontenibili predoni del mare. Che ormeggiano (come Benigni e tanti altri) le loro barche in spazi di norma riservati al nuoto del bagnante, o scaricano i loro esotici equipaggi (come gli attori Michael Douglas e Catherine Zeta-Jones) infischiandosene di permessi e segnalazioni alle relative capitanerie.
Naturalmente, questa contesa territoriale tra i naviganti e i costieri, tanto più esplosiva quanto più inconsciamente prigioniera di archetipi attivi da sempre nella psiche umana, è alimentata da paure e invidie legate al potere, reale o immaginario, degli uni e degli altri. Il popolo delle coste invidia e teme quello che scorrazza sui mari, per il suo potere eccessivo e pericoloso. Da sempre, del resto, i navigatori, al loro sbarco, o venivano assaliti violentemente, o venerati come potenti conquistatori: nessuno pensò mai che fossero arrivati fin lì senza mire di conquista.
In moltissime culture, inoltre, solcare i mari prova l’alleanza di chi lo fa con i potenti spiriti dell’acqua (che secondo gli africani sono quelli dell’Occidente).
Nella più recente cultura di massa poi, la barca con i suoi annessi (equipaggi, cabine, tender, etc.), continua ad essere segno di grande potere. Non per la protezione degli spiriti, ma per il possesso del denaro necessario a mantenerla.
Soluzioni? Seguire l’esempio dei naviganti più colti, e scegliere il basso profilo: arrivare lentamente, con aria amichevole e scrupoloso rispetto per le regole di terra. Serve a esorcizzare le paure (come quella delle mamme che temono la decapitazione dei bimbi), e ottenere, se non l’amicizia, almeno una provvisoria pace.

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