Il ritorno (gradito) dalle vacanze

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 18 agosto 2008, www.ilmattino.it

Quello della fine delle vacanze è il tempo dello sgomento. I nuovi ritmi quotidiani cui ci si era abituati, il dormire a lungo, i riposi pomeridiani stanno per finire, sostituiti da brevi pause caffé, o rumorose pause pranzo negli spazi aziendali a esse dedicate, o nelle vie limitrofe.
L’appena ritrovato rapporto con la natura, i bagni, il sole, il camminare, abbandona di nuovo i nostri corpi a una vita artificiale. Dietro al dispiacere, però, si fa sentire un inaspettato sollievo.
Il fatto è che l’esotismo della vacanza, pur interessante, dopo un po’ stanca. È una parentesi, emozionante da aprire, ma che una volta riempita sentiamo anche il bisogno di chiudere.
La psiche umana, e anche il corpo, hanno bisogno di regolarità. Vale a dire, per la stragrande maggioranza delle persone, quella del lavoro quotidiano, del ritorno a sera alla casa famigliare, del sentirsi inseriti in un contesto che va avanti secondo ritmi e compiti prestabiliti, in cui si ha uno spazio previsto e riconosciuto.
Il ritmo sempre uguale della quotidianità non è una condanna della società industriale, o della globalizzazione, come suggeriscono affrettate riflessioni. Anche nelle società arcaiche e tradizionali (anzi, ancora di più), l’uomo appena può dà un ritmo alla sua vita, ché si ripeta nel modo più uguale possibile; e si circonda di un contesto che gli affidi dei compiti ben riconoscibili, che confermino la sua identità. Agisce così, paradossalmente, anche perché il ritmo è più riposante. È molto meno stancante sapere di dover fare una serie di operazioni note, una dopo l’altra, piuttosto che inventarti in ogni momento cosa fare, come prevede la giornata del vacanziere, o del turista.
L’organizzazione aziendale, e quella della città, della comunità cui si appartiene, decidono una serie di cose al nostro posto. Ciò a volte irrita, ma libera dallo stress della decisione, in vacanza difficilmente evitabile. E comunque rassicura. Soprattutto però, uscire dalle vacanze dà anche un’altra gratificazione: quella di valere per ciò che fai, e non solo per ciò che consumi. Il cittadino-lavoratore viene pagato per ciò che fa. La persona in vacanza, invece, deve pagare per fare qualsiasi cosa: dal nuotare al prendere il sole (per non parlare del ballare e dei divertimenti più espliciti), quasi nulla è gratuito.
Ora, l’essere consumatore-pagante (totalmente dipendente dal denaro che hai) è meno rassicurante, sul piano dell’autostima profonda, che il sentirsi un produttore-pagato. L’industria turistica lo sa, e cerca di convincere il turista in vacanza che ciò che paga a prezzo più o meno caro non è solo un banale consumo, ma va a far parte della sua identità. Il prendere il sole in quel bagno, il frequentare quella località, albergo, locale, non sono solo consumi, ma anche simboli di status che in quanto tali arricchiscono appunto il tuo status, la tua identità. Questo viene costantemente suggerito al consumatore di vacanze, che fino a un certo punto si lascia anche convincere. Il suo inconscio però sa bene (come dimostrano i sogni che racconta allo psicoanalista non appena tornato in città), che le cose non stanno esattamente così.
L’identità, infatti, (come una posizione aziendale o una laurea, che appunto la definiscono), è qualcosa che possiedi già, o ti sei guadagnato con studi o lavoro, non devi comprartela.
Chi torna dalle vacanze, per riprendere il suo posto nel mondo del lavoro, a livello profondo tutto questo lo sa. E, passato lo sgomento della fine-vacanza, con lo stipendio percepisce un sollievo: è lui ad essere pagato, vale davvero.

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One Response to Il ritorno (gradito) dalle vacanze

  1. Aleblog says:

    Sono solo in parte d’accordo. Queste considerazioni dipendono dal tipo di vacanza (e dal tipo di lavoro e di routine a cui si torna), cioè sono tanto più valide quanto più la vacanza è consumistica, e quanto più il lavoro è appagante. Personalmente sono reduce da una vacanza nella casa di famiglia, in cui più che “comprare” ho fatto altre cose: mi sono immersa nei ricordi, sono stata con persone a cui voglio bene, mi sono letteralmente ubriacata di acqua, sole, contatto con la terra – e con me stessa. Il ritorno al computer e ai fardelli quotidiani è stato duro, e mi sta facendo riflettere. Ci vorrebbe un equilibrio fra le due cose, ma forse non basta una vita a raggiungerlo

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