In cammino con i senza patria

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 1 settembre 2008, www.ilmattino.it

Come mai i cristiani si definiscono senza patria? Proprio loro, accusati da intellettuali e filosofi di voler comandare su politica, economia e coscienze?
«Uomini senza patria», del fondatore di Comunione e liberazione, Luigi Giussani, ha infatti concluso il Meeting di Rimini di quest’anno (settecentomila partecipanti: numerosi, per degli apolidi). Come se i ciellini capissero oggi meglio le parole del fondatore: «Voi non avete patria, perché non siete assimilabili a questa società».
La questione, però, va ben oltre Cl. È curioso, e gravido di conseguenze, fin dalla nascita del cristianesimo, che la religione oggi più diffusa nel mondo, non si riconosca in una «patria». Questo spiega anche l’insofferenza dei suoi molti nemici. Un potere delocalizzato è più inquietante (ed anche interessante), di qualsiasi impero.
Infatti, molti imperatori, a cominciare da Costantino, intuirono (addirittura lo sognarono) che il «segno» del cristianesimo, quello della croce, poteva assicurare una vittoria più profonda: lo issarono sui loro vessilli e nei loro programmi (come appunto Costantino), e spesso vinsero. La cosa continua ancor oggi, tanto che i candidati alla presidenza degli Stati Uniti tengono a definirsi: «Christian leader». Gli avversari, però, si arrabbiano: la libertà cristiana dai poteri politici è intollerabile.
I cristiani, infatti, sono in testa anche oggi (come ai tempi dell’impero romano) alle vittime dei regimi totalitari. Anche in questi ultimi giorni, in regioni dell’India, migliaia di loro vengono messi in campi di concentramento, o devono fuggire nelle foreste. Le proteste delle istituzioni ufficiali (delle «patrie») contro le persecuzioni sono, com’è sempre accaduto, assai deboli.
La lontananza del cristiano dai poteri istituzionali è ancora meglio illustrata dalla denigrazione, anche violenta, dei suoi simboli. Nel mondo postmoderno è pressoché universalmente riconosciuto il dovere di rispettare i simboli di fede altrui. Tutti vediamo la fierezza con la quale gli islamici chiedono il rispetto dei propri. Uguale attenzione, però, non viene prestata ai simboli cristiani, neppure nei paesi cattolici, giustamente rispettosi dei simboli delle altre religioni.
Un pittore tedesco in cerca di sicura pubblicità, Kippenberg, ha esposto, in una galleria pubblica bisognosa di visibilità (il Museion di Bolzano), un quadro rappresentante una rana nuda con la lingua fuori. Bolzano è una provincia a maggioranza di cristiani praticanti, le chiese sono ancora piene; il Museion è finanziato dalla Provincia autonoma. Il Papa ha personalmente protestato il suo dolore, Franz Pahl, presidente del Consiglio provinciale, cattolico, ha chiesto che il quadro fosse rimosso. I veri politici, però, hanno nicchiato: il quadro resterà dov’è.
La questione è rilevante, e la libertà di espressione non c’entra nulla. L’opera è violenta (oltre che nei confronti del cristianesimo) anche verso le rane e la natura; ed è impregnata di quel gusto sadico che i tedeschi forse dovrebbero avere il buon gusto di esibire meno, vista la storia. Tuttavia se fosse artisticamente valida, l’autore potrà certo esporla in una galleria privata, non finanziata con soldi pubblici. Non si capisce invece perché un museo pubblico esponga un quadro che irride il principale segno della religione cristiana: la croce, simbolo di salvezza, in quanto promessa di rinascita (nel cristianesimo come – guarda caso – nell’antica religione germanica).
Pilato è sempre vivo; tuttavia Gesù nuovamente risorge, anche travestito da rana. Ma i cristiani la patria, come sempre, non ce l’hanno.

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One Response to In cammino con i senza patria

  1. Matteo says:

    Grazie per questo bellissimo articolo, che mi chiarisce molte cose, che del resto ho sempre sentito.
    E’ ben poco rispetto ai gravissimi fatti citati nel suo articolo, ma mi ricordo benissimo l’aggressione verbale di una sindachessa comunista in un dibattito ai tempi del referendum sulla fecondazione artificiale: “Ma come si permette di parlare così, lei prima di tutto è un cittadino dello stato italiano e poi è cattolico” (grazie per la concessione del “poi”, le ho detto!!!).

    C’è anche un modo di dire, mi pare: “In God I trust. All others must pay cash” (alla prossima sindachessa glielo dico!)

    Matteo

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