L’impossibilità di prevedere il futuro

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 5 gennaio 2008, www.ilmattino.it

Inizio d’anno, tempo di previsioni. Quanto, però, sono fondate? Quindici giorni fa tutti assicuravano, in Italia, e in Occidente, un drastico calo nelle vendite natalizie. Non è stato quasi mai così, anche se solo negli Stati Uniti (dove peraltro si temeva il crollo maggiore), ci sono stati feriti gravi per la ressa degli acquirenti all’apertura dei grandi magazzini. Il futuro, anche vicino, si rivela ancora impenetrabile, seppur scrutato da esperti. Allora perché continuare a spiarlo?
Il fatto è che l’uomo rinuncia con difficoltà all’ipotesi che il domani sia già scritto, e che quindi la riuscita della vita dipenda solo dall’indovinare la soluzione, in realtà già stabilita. A molti questa specie di scommessa sembra più accettabile e facile che riconoscere invece che tutto è in continuo movimento, e quindi il successo è piuttosto legato alla prontezza nell’adattarsi alle circostanze, alla determinazione nel continuare a costruire giorno per giorno, disponibili ad adattare, modificare, disfare, ricominciare.
Ad alimentare la fede per le previsioni e le profezie, magari formulate da economisti piuttosto che da veggenti dichiarati, concorrono alcune tenaci speranze umane: quella che le situazioni si possano controllare con facilità piuttosto che impegnarsi a costruirle, e quella di potersi sottrarre al confronto col destino (l’anànche greca o la necessitas latina), con le sfide che ogni giornata ci può presentare, senza che noi le si conosca in anticipo.
È questa, anche, la contrapposizione tra un atteggiamento «religioso», che riconosce nell’esistenza umana variabili che l’individuo non può controllare, ma che deve affrontare di volta in volta (come Giobbe nel suo confronto con Dio), e una speranza-delirio di onnipotenza, che consegni all’uomo la mappa della propria esistenza, già tracciata grazie a statistiche, o divinazioni, o altre tecniche di eliminazione dell’incertezza (per esempio le ideologie).
Dal punto di vista psicologico, si manifesta qui un aspetto della nevrosi ossessiva, che vorrebbe avere la realtà sotto controllo e non accetta, viceversa, di doversi adattare ad essa. In questi due atteggiamenti, la convinzione di poter «prevedere» l’esistenza, e il riconoscere la necessità di costruirla giorno per giorno, si riflette anche l’idea che ogni uomo ha della libertà, e della sua legittimità. I dittatori, e in genere chi vede la libertà degli altri come qualcosa che è meglio limitare (con norme, misure di polizia, o tecniche, non importa), è affascinato dagli indovini, di cui generalmente si circonda, come Hitler, e comunque alla costante ricerca di un percorso umano «già scritto», che gli dia potere e tranquillità.
Le grandi tradizioni filosofiche e religiose, invece, hanno sempre mal visto maghi e indovini, identificandoli con i falsi profeti, venditori di verità di fatto inconoscibili. È vero che il confucianesimo, filosofia laica del vivere e dell’amministrazione dello Stato, che ha ispirato per secoli la vita in Oriente, ha dato un’impronta significativa al più antico (e più diffuso nel mondo) testo di divinazione: l’Yi Ching, o Libro dei mutamenti. Ma l’Yi Ching, appunto, non suggerisce affatto cosa accadrà, e cosa bisogna fare (anche se molte sue traduzioni popolari lo lasciano credere), bensì con quale atteggiamento dell’animo predisporsi ad accogliere l’inevitabile mutamento in corso, unica vera certezza della vita.
L’Yi, infatti, è il principio del mutamento, e la continua trasformazione delle situazioni è l’unica profezia sicura, a cui attenersi per l’equilibrio nella vita.

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4 Responses to L’impossibilità di prevedere il futuro

  1. antonello says:

    Quello che lei dice l’ho ritrovato leggendo l’autobiografia di Rudolph Hoss (Comandante ad Auschwitz): tutta la sua storia è percorsa fin dalle prime pagine da una sensazione di assenza totale di libertà e disinteresse per quanto gli si presentava davanti: l’importante era seguire a priori quella che Hoss chiama l’Idea, dettatagli prima dal padre (e qui ricordo con piacere quanto lei dice nei suoi libri sul padre e la libertà) e poi dalle varie figure di gerarchi nazisti cui Hoss ubbidiva in modo cieco pur avendo davanti il triste spettacolo di donne e bambini mandati a morte. E questa freddezza e rigidità Hoss se la porta fino alla fine, incredibilmente, mentre tutto fuori, come dice lei in questo articolo, cambia.

  2. Roberto says:

    Bello! mi è tornata in mente una preghiera che chiede a Dio la forza di accettare le cose che non possiamo cambiare, il coraggio di cambiare quelle che possiamo e la saggezza di distinguere le une dalle altre.

  3. caro claudio
    ti leggo sempre e ricordo con gratitudine
    vorrei inviare anche a te alcuni pensieri che ho scelto, con Luciana, per accompagnare il 2009.
    ho colto un “idem sentire” con quanto stai scrivendo sul Mattino in queste settimane:

    Dicevamo l’anno scorso: “E’ difficile avere certezze sul passato. Figuriamoci sul futuro, anche se prossimo”

    Forse, del tutto inconsciamente, eravamo i parlanti di una profezia.
    Dicono che il tempo che viene sarà difficile: non ci sono teorie economiche, sociali e politiche in grado di indicare con sicurezza i passi da fare. Tutte le grandi ideologie hanno fallito: e forse questo è l’unico valore rintracciabile nel terribilis 2008 che sta scompaginando la terra.
    Tuttavia, dentro ciascuno di noi, sentiamo un sussurro: … occorre continuare a vivere …

    Sopravvivere.

    Anche nel deserto del passo dopo passo dentro un ambiente ostile, qualche attrezzo già sperimentato si farà utile.

    Cominciamo con la disposizione d’animo

    Sostiene Arthur Schopenhauer che “la vita è un compito da elaborare”, e che “per andare per il mondo è necessario equipaggiarci di una gran riserva di cautela e di indulgenza: quella protegge da danni e perdite, questa da liti e da brighe”. Ma in altre pagine è ancora più preciso e sembra parlarci al presente: “hanno diritto di preoccuparci soltanto i mali futuri di cui sappiamo per certo che verranno e quando verranno. Saranno però ben pochi; perché i mali sono o soltanto possibili (o tutt’al più probabili), o sono sicuri, ma è del tutto incerto il momento in cui ci colpiranno. Se ci si lascia prendere la mano dagli uni o dagli altri non si avrà più un momento di pace. Così, per non privarci di ogni tranquillità a causa di mali incerti o indefiniti, dobbiamo abituarci a pensare agli uni come se non dovessero venire mai, e agli altri come se non dovessero, comunque, venire tanto presto”.

    Poi facciamo affidamento sulla nostra capacità di pensare

    Sostiene Julian Biaggini:
    Ci sono tre cose necessarie perché l’io continui a vivere. La prima è la continuità corporea, cioè il fatto che il corpo continui a funzionare. La seconda è la continuità psicologica che si appoggia sulla continuità della coscienza, dei pensieri, delle idee, dei ricordi, dei progetti, delle convinzioni. La terza condizione è la presenza di una qualche parte immateriale della persona. Quell’oggetto intangibile che molti chiamano “anima” (pur dando a questa parola significati diversi). Delle tre, la seconda è quella che possiamo elaborare con i nostri mezzi. “Penso dunque sono” riflette la verità che siamo la somma di ciò che pensiamo, sentiamo, crediamo, desideriamo. E se qualcuno, magari non è d’accordo si faccia questa domanda: “che cos’è questo “tu” che non è d’accordo?”

    Ancora: disponiamoci a fare qualcosa di adatto al buio

    Sostiene Carl Gustav Jung che “noi non possediamo il presente ma vi entriamo lentamente crescendo” e che “calando il meriggio dell’esistenza, ciò che occorre è semplificazione, limitazione e interiorizzazione, ossia cultura individuale”.

    Si tratta anche di fare cose semplici, con atteggiamento consapevole ed attento:
    “Se dovessi vivere in un paese straniero, mi cercherei una o più persone che mi paiano amabili e mi renderei loro utile, perché mi pervenisse dall’esterno una certa libido, anche se in una forma un po’ primitiva, come potrebbe essere lo scodinzolio di un cane. Terrei a casa animali e piante per procurarmi la gioia di vederli crescere. Mi circonderei di cose belle, di oggetti, colori, suoni. Gusterei le gioie della tavola. Non esiterei, quando l’oscurità si facesse più fitta, a spingermi sino alle radici più profonde, finché nel dolore stesso non si faccia strada una luce, perché in excessu affectus la natura stessa si tramuta nel contrario”.

    Infine: fidiamoci delle buone tradizioni

    Sostiene Enzo Bianchi che ci sono quattro comandi di origine contadina capaci di edificare un’etica laica:

    “Fa’ el to duvèr, cherpa ma và avanti”. Che è una specie di traduzione dell’imperativo categorico kantiano: fare il proprio dovere a costo di crepare è il fondamento dell’etica individuale.

    “Esagerùma nenta!”. Non esageriamo.

    “L’è questiun ‘d nen piessla”. Si tratta di non prendersela. La vita era dura, sovente grama, le disavventure più frequenti di oggi e non coperte da previdenze ed assicurazioni. Allora si poteva solo “non prendersela”, attenuare il dolore, cercare di fermare la sofferenza, allargare lo sguardo al di là del male che aveva colpito, e reagire per continuare a vivere senza farsi paralizzare dalle disgrazie.

    “Mes-ciùma nenta el robi”. “Non mescoliamo le cose”. Ogni evento, esperienza, vissuto ha il suo genere ed il suo ordine.

    Insomma: quattro passi per attraversare l’anno.

    Buon cammino nel 2009

    Le citazioni sono state riprese e talvolta rielaborate da questi testi:

    Arthur Schopenhauer, Anni e errori, Acquaviva Edizioni, 2001, pagg. 17 e 37

    Arthur Schopenhauer, Aforismi per una vita saggia, Rizzoli Bur, 1993, p. 168

    Julian Biaggini, Jeremy Stangroom, Pensi quello che pensi di pensare? (2006), Cairoeditore, 2008, pagg. 168-169, 173

    Opere di Carl Gustav Jung a cura di Luigi Aurigemma, Vol. 10, Bollati Boringhieri, p. 49

    Opere di Carl Gustav Jung a cura di Luigi Aurigemma, Vol. 8, Bollati Boringhieri, p. 70

    Carl G. Jung, Esperienza e mistero. 100 Lettere, a cura di Aniela Jaffé (1975), Boringhieri, 1982, p. 149-150

    Enzo Bianchi, Il pane di ieri, Einaudi, 2008, p. 9-13

  4. Egr. Professore,
    le faccio i migliori auguri per un sereno 2009. Leggendo il suo articolo, mi è venuto in mente di aver sentito, qualche giorno fa su Radio24, che questa crisi (già finita?) fosse stata prevista piu’ dai vaticini degli astrologi che dalle approfondite analisi dei grandi economisti… Da ciò deduco sia meglio diffidare sempre delle previsioni del futuro non solo quando arrivino dai maghi ma spesso anche quando arrivino da rinomati scienziati.
    cordialmente
    Andrea Nepoti Goitan

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