Procreazione, amore e calcolo

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 26 gennaio 2009, www.ilmattino.it

La nascita di un bambino si può decidere razionalmente, come altri eventi della vita, per esempio l’acquisto di una casa o contrarre un mutuo? Di certo, nel corso della storia umana, la procreazione è diventata sempre più consapevole e motivata. Quali sono però le conseguenze di questo secolare processo, bruscamente accelerato negli ultimi quarant’anni? Ne parleranno da giovedì al Maschio Angioino gli studiosi convenuti a Napoli per discutere di «Procreazione tra fantasma e desiderio».
È proprio lì infatti, nella zona fluida tra conscio e inconscio, razionalità e passione, calcolo e spinta emotiva, che si collocano le esperienze umane che portano alla riproduzione.
I due poli che influenzano questo campo, così importante nella vita delle persone, sono probabilmente quelle oscure forze opposte da cui prendono origine, secondo il primo Freud, tutte le pulsioni umane. Da una parte la Fame, il desiderio dell’altro e del suo amore, dall’altra l’istinto di conservazione dell’Io, la percezione che il cedere senza controllo a quelle passioni metterebbe in pericolo la stessa vita, e le condizioni in cui si svolge. Slancio passionale e controllo: queste le due polarità che governano, in modo più o meno consapevole, l’esistenza dell’essere umano sul terreno, vitale, della sua riproduzione.
Ognuno di questi due Signori della vita, la passione e il calcolo, ha propri, ben differenziati, alleati. Quando infuriano emozioni forti, le guerre, i terremoti, conflitti anche terribili, il livello emotivo dell’incontro tra uomo e donna si impenna, e con esso i concepimenti e le nascite. Nei periodi invece in cui l’attenzione si sposta su valutazioni più ragionevoli, il benessere, la promozione sociale, oppure le «pulsioni egoistiche» dell’Io, la spinta alla riproduzione si indebolisce, o entra in crisi.
Durante la rivoluzione industriale, mentre diventano ricchi e contano con stupore e interesse le proprie nuove ricchezze, gli europei cominciano a riprodursi molto meno, e a incorrere in difficoltà demografiche. Il gusto del calcolo gioca contro il concepimento, in cui invece le energie (soprattutto maschili) non vengono tesaurizzate ma donate, sparse.
Osservando le tendenze attuali verso la riproduzione ci si accorge che l’attenzione al controllo ha gradualmente prevalso rispetto all’accoglienza dell’inaspettato, al prendere quel che arriva, volta a volta con curiosità, allegria, oppure disperazione. Questa tendenza ha valide motivazioni: economiche, ma anche relative alla qualità della vita dei propri figli, oltre che propria.
L’arrivo del bambino è stato per millenni, nell’esperienza reale e anche nell’immaginario, l’incontro con l’inaspettato, uno sconosciuto portatore di novità cui la stessa coppia, con la propria sessualità, dava vita. Questo incontro è però sempre stato anche problematico, proprio perché difficile da controllare, dotato di una sua forte autonomia. Particolarmente inaccettabile per quei disagi psichici, come le assai diffuse nevrosi ossessive, che non accettano nulla di autonomo, e cercano di «mettere sotto controllo» quanto più possibile la vita.
Nella procreazione, lo sviluppo scientifico da una parte, e la legittima tendenza degli esseri umani a vivere il meglio possibile, ha così portato al passaggio dal bambino «che arriva» al «figlio del desiderio», programmato nei tempi e, per certi versi, anche nelle particolarità. Questo passaggio ha tolto di mezzo gravi problemi (come l’elevata mortalità infantile), e ne ha aperti altri (come il difficile rapporto di questi bambini con la frustrazione). Se ne discuterà a Napoli.

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One Response to Procreazione, amore e calcolo

  1. Daniele says:

    Io recentemente sono stato accusato da un’amica che ha abortito di essere moralista e retrogrado, solo perché le ho detto che senza motivi davvero seri (di salute o di particolari circostanze) quando si è quasi alla 30ina un figlio si può anche accettare, e che gli slogan non sono tutto nella vita. E’ paradossale come le abortiste pretendano tutti i pro dell’autocoscienza, e anche tutti i pro dell’essere vittima: come se fossero abbastanza dure da poter uccidere, ma tutti dovessimo anche star loro attorno come se fossero fragili. Insomma, se sei tanto determinata da far fuori il feto, sarai pure capace di accettare le critiche? O devi solo riscuotere consensi, e barricarti dietro motti prevedibili come “la vita è mia” e la parola magica “è ma allora vuoi l’ipocrisia”. Oggi tutto ciò che dev’essere bollato come negativo, va sotto la parola vaga ‘ipocrisia’- ma difendere la Vita non è ipocrisia, semmai lo è rifiutare il bambino spalleggiate dal resto della massa.

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