La «fabbrica culturale» che rimuove vita & morte

(Claudio Risé, da "Avvenire", Inserto "E’ vita", 29 gennaio 2009, www.avvenire.it) Alla vigilia della XXXI Giornata per la vita esce il libro «Questioni di vita e di morte» (edito da Ares), una raccolta di dieci interviste sui temi di etica e di diritto naturale raccolte da Tommaso Scandroglio. Dall’aborto alla fecondazione assistita, passando per le coppie di fatto e l’eutanasia, il volume affronta temi più che mai attuali, dentro e fuori dal nostro Paese. Qui di seguito pubblichiamo alcuni stralci della prefazione del libro, firmata da Claudio Risé, che riflette sui modelli culturali che si affermano sull’inizio e la fine della vita.

Il modello culturale dominante non ama le questioni di vita e di morte. Ne parla, naturalmente: tutti i temi dei capitoli di questo prezioso testo occupano ogni giorno pagine di giornali, trasmissioni televisive, discussioni parlamentari, convegni. Ma come se ne parla? Riducendo la vita, e la morte, a costume, discorso, ‘fabbricazione culturale’, dispositivo giuridico-amministrativo. Alla fine di tutti questi ‘discorsi’ socialmente accettati e promossi, la vita, e la morte, con la loro chiarezza e semplice umanità (e insieme la loro profondità e il loro mistero), non ci sono più. Al loro posto c’è il succedersi delle descrizioni di costume, l’ipnosi dei comportamenti quali che siano, la celebrazione delle tecniche. Anche per i sentimenti, i vissuti profondi, c’è poco spazio: se li si approfondisse, infatti, si rischierebbe di incontrare di nuovo loro: la vita, e la morte, i luoghi esistenziali e affettivi di cui il sentimento umano si nutre, e cui costantemente rimanda. Ciò fa sì che anche lo stile dei discorsi consentiti su queste questioni sia molto definito, e limitato. Viene così severamente bandita la partecipazione profonda, quella dell’epifania o della tragedia (o della poesia, che in questo libro – giustamente – introduce ogni capitolo), i toni, insomma, che accompagnano sempre i momenti di vita e di morte. Molto sollecitata e praticata è invece l’irriverenza superficiale della commedia, o la descrittività fredda della tecnica. Della vita, e della morte, non si tollera, infatti (non si regge), soprattutto l’intensità dei sentimenti che suscitano. […] La banalizzazione della vita e della morte, che porta poi a una sostanziale rimozione di entrambe queste esperienze umane nella loro verità e profondità – e consegna l’umanità postmoderna al vuoto di immagini e discorsi ‘fabbricati’ dalla mente, e non generati da un’esperienza umana totale – è naturalmente il risultato del processo di secolarizzazione. […] L’allontanamento di Dio, e il ridursi dell’orizzonte umano al mondo delle cose e dei comportamenti superficiali, rende sempre più difficile l’esperienza creaturale, dell’essere stati messi nel mondo, nella vita, da un Altro, con tutto il limite che ciò produce, per sé, e la tenerezza che ne deriva per ogni altra creatura. Soprattutto, questa separazione alla fine rende impossibile il discorso (e quel che è più grave la stessa esperienza) dell’amore. Come ricorda Giovanni Paolo II: «Li creò maschio e femmina / Per grazia di Dio ricevettero una virtù. Presero dentro di sé, nella dimensione umana, questo reciproco donarsi che è in Lui». Quando però il processo di secolarizzazione arriva a impregnare profondamente l’atteggiamento dello Stato, e del modello di cultura dominante, nei confronti dell’incontro tra uomo e donna, della loro sessualità, affettività, e della riproduzione, l’originaria relazione con Dio viene espulsa dalle esperienze dell’incontro e dell’amore (quelle ‘questioni di vita e di morte’ di cui si parla in questo libro), e, con essa, la disponibilità e il sapere di quel ‘reciproco donarsi’ che l’aveva caratterizzata. Subentra allora (come in tutti gli aspetti della secolarizzazione) un’esperienza profonda di vuoto, nella quale l’individuo non si sente più legato dall’originaria dipendenza della situazione creaturale; è libero, ma anche solo, e guarda all’altro in un’ottica fortemente utilitaria, come eventuale cooperatore (sempre sub conditione), nella propria affermazione nel mondo. Non a caso le questioni di vita e di morte ridiventano ciò che sono (e non più oggetto di spettacolo o di tecniche di biopotere, politico o scientifico), nell’analisi di persone che hanno una diretta esperienza della relazione col Padre […]. I ‘laici devoti’ al mistero della vita e della morte hanno evitato il naufragio della razionalità laica nell’arroganza congiunta delle mode e dei mercati, con le loro automatiche sinergie, devastanti per l’intelligenza e la sensibilità umana. Insieme, uniti dalla razionalità, che puntualmente si riverbera nel cuore e nel sentimento dell’uomo, sarà possibile, con pazienza, ritrovare l’amore, e con esso il sapere, della vita e della morte.

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One Response to La «fabbrica culturale» che rimuove vita & morte

  1. armando says:

    “nell’universo della scienza manipolativa non c’è posto per l’interrogazione sul senso della vita e sulla verità dei nostri pensieri……Dopo la morte di Dio e la fine delle ideologie, si compie l’ultimo atto: la morte dell’essere umano…..Gli dei greci, il Dio del cristianesimo hanno reso possibile l’istituzione dello spazio mondano dell’interrogazione sulla verità come domanda sul senso della vita, mobilitando tutte le energie spirituali per dare un significato alla loro storia, un orizzonte alle loro origini….Il dialogo fra il mortale e il suo dio inaugura la vicenda dell’interrogazione sul perchè della sofferenza, del dolore e della morte, che nessuna formula scientifica può mai soddisfare”
    Caro Claudio, queste parole sono di un laico, e neanche “devoto”: Pietro Barcellona (Il furto dell’anima. Dedalo 2008), a testimonianza della verità di quanto scrivi alla fine del tuo articolo. Le domande di senso, sulla vita e sulla morte, sul dolore e sulla tragicità della condizione umana non possono non interrogare le coscienze di tutti coloro, credenti o meno, che continuano a credere che l’uomo sia molto di più di un insieme di circuiti neuronali. Esiste dunque uno spazio comune e fecondo di incontro, al di là delle risposte di ciascuno a quelle domande, che deve essere coltivato come cosa preziosa per resistere alla presa del biopotere, che vorrebbe annichilire l’umano riducendolo ad una versione solo un po’ più evoluta delle altre specie animali (Veronesi docet). E’ nello spazio creato dalla domanda di senso che si può incontrare l’altro in una relazione autenticamente umana e insieme autenticamente razionale, come ben scrivi. La singolare contraddizione dell’onnipotenza razionalista che segna l’epoca del post-moderno è che si rovescia nel suo contrario. Se l’uomo è solo un insieme di circuiti neuronali, non ha più senso alcuno la distinzione fra bene e male, fra giusto e ingiusto, non possono più esistere codici morali, dunque più nessuna libertà vera. E con ciò si riprecipita nel kaos originario dal quale, mediante la faticosa elaborazione di canoni culturali, l’uomo aveva creduto di affrancarsi.
    armando

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