Eluana?

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19 Responses to Eluana?

  1. Andrea says:

    Carissimo prof. Risé,
    seguo con viva partecipazione la tragica vicenda di Eluana Englaro e della sua famiglia. Al di là le polemiche politiche e dello scontro istituzionale più o meno strumentali che la sospesione di idratazione e alimentazione di Eluana Englaro ha fatto esplodere, nel dibattito pubblico ho sentito una povertà di argomenti davvero sconcertante. Conosco la sua posizione sui temi etici, in primo lugo sull’aborto, e sebbene non condivida pienamente le sue battaglie, leggo con molta attenzione le sue argomentazioni perché le trovo sempre piene di genuità e sincerità.
    La mia posizione è molto semplice: credo che la morte di una persona in una condizione limite sia un atto di pietà e di generosità tale e quale al tentativo di tenerla in vita. Insomma ritengo che sia pietoso e pienamente umano il gesto di Peppino Englaro che vuole sfilare il sondino dalla gola della figlia, come le cure che le suore della clinica di Lecco le riservavano ogni giorno. Ma in questo momento credo che l’amore e la scelta del padre vadano rispettate anche di fronte alla drammaticità di questo amore. Si può davvero difendere la vita oltre ogni limite? Non è anche questo il segno di una volontà di potenza che la tecnologia ci ha instillato lentamente nell’anima? Non c’è il rischio che dimentichiamo nella nostra vita la funzione della morte, quella di limite invalicabile per la coscienza?
    Come vede le mie sono parole un po’ caotiche e piene di dubbi. Spero davvero di leggere presto qualche sua riflessione suo blog così da provare a fare un po’ di chiarezza.
    Un caro saluto

  2. paolo says:

    Sono un insegnante di un Liceo. Per il 27 gennaio mi è stato chiesto di organizzare la “Giornata della memoria” nella mia scuola: una legge del 2000 del parlamento italiano invita la comunità a ricordare perchè non si ripetano la violenza e la morte, un’opera soprattutto educativa per i giovani, per allontanare il loro cuore dalla fredezza e dal cinismo di fronte alla sofferenza. L’ho fatto, ho fatto riflettere i ragazzi su quanto accaduto, facendo loro vedere il male che è stato compiuto da chi si è permesso di decidere il valore della vita altrui. In questi giorni però i ragazzi mi hanno fatto parecchie domande, mostrandosi molto disorientati: a cosa serve una giornata della memoria se proprio chi è in alto stabilisce che una vita come quella di Eluana è da sopprimere, oppure se chi ci rappresenta “se ne lava le mani” come Pilato, o forse come gli ufficiali nazisti che di fronte alla morte inflitta se ne tornavano a casa tranquillamente a giocare coi loro figli. I ragazzi si sono molto lamentati di questo, chiedono persone capaci di scelte coraggiose, un presidente non può non essere che in favore della vita, in ogni caso. Altrimenti è assolutamente inutile raccontare il passato agli studenti. I ragazzi ci stanno prendendo per pazzi, e in parte lo stanno diventando anche loro, come mostrano le ultime cronache. Diventa assassino chi è guidato da assassini.

  3. Pingback: passaggioalbosco

  4. Matteo says:

    APPELLO AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
    PER SALVARE LA VITA DI ELUANA ENGLARO

    FIRMA ANCHE TU:

    appelloanapolitano.enter.it/

  5. samuele says:

    Vi giro queste parole di Emanuele Severino di oggi sul Corriere. Indipendentemente dall’essere cattolici o meno , trovo vergognoso che un (sè dicente) filosofo si esprima in questo modo. Non mi risulta che anche i grandi filosofi classici, latini ad esempio, pur non essendo cristiani abbiano mai espresso una simile opinione e con tale linguaggio. Mi chiedo perché intervistare questi “filosofi” non intervistino intellettuali intelligenti. Poi dopo non domandiamoci perchè le nuove generazioni crescano e si comportino così. I filosofi greci dicevano: noi educhiamo affinché le generazioni future siano sempre migliori delle presenti. Qui invece si educa alla barbarie, anche linguistica.

    MILANO — «Mi fa schifo». Emanuele Severino è uno dei maggiori pensatori contemporanei. Ha il linguaggio dei filosofi: denso, arguto (a volte oscuro). «Mi fa schifo» è un’espressione che suona stonata. Eppure ora la usa: «Non ho dubbi, appena posso farò il testamento biologico in cui rifiuto tutto. Ma si tratta di vedere se la mia volontà riuscirà a iscriversi in una legislazione che la rispetti. Mi fa schifo pensarmi in una situazione in cui non posso nutrirmi da solo, in cui non posso pensare».

  6. Fabio says:

    @ insegnante di un Liceo post n 2

    a cosa serve una giornata della memoria se proprio chi è in alto stabilisce che una vita come quella di Eluana è da sopprimere, oppure se chi ci rappresenta “se ne lava le mani” come Pilato, o forse come gli ufficiali nazisti che di fronte alla morte inflitta se ne tornavano a casa tranquillamente a giocare coi loro figli. I ragazzi si sono molto lamentati di questo, chiedono persone capaci di scelte coraggiose, un presidente non può non essere che in favore della vita, in ogni caso. Altrimenti è assolutamente inutile raccontare il passato agli studenti

    La ringrazio per questa sua testimonianza. Penso che le domande dei suoi alunni e, la capacità di discernimento che hanno avuto sul caso di Eluana Englaro (grazie anche a lei), siano la dimostrazione del cinismo esistente tra le alte cariche dello stato e i sentimenti di pietà degli italiani nei confronti di un innocente come Eluana, che viene ammazzata facendola morire di una morte atroce.

    Giorgio Napolitano = Ponzio Pilato

    Anch’io mi dissocio moralmente da questa orribile sentenza di morte

    Fabio

  7. ilaria says:

    nessuno ha il potere di decidere sulla vita di una persona

  8. ilaria says:

    nessuno a diritto di decidere sulla vita di una persona …

  9. Claudio B. says:

    Gentile Andrea, lei dice di essere pieno di dubbi (come lo sono anch’io). Allora, perché non ricordare il principio fondamentale che in caso di dubbio si deve sempre evitare la condanna? Chi si dichiara certo che quello di Eluana è ormai da anni “solo un corpo” può pensare di sospendere l’alimentazione; chi ha il dubbio, anche solo un ragionevole dubbio, che sia ancora una persona umana non può fare altro che volerla continuare. Come possiamo sapere cosa avrebbe realmente voluto lei in una situazione simile? Quanti dicono “piuttosto che paraplegico, vorrei morire” e poi, quando sventuramente capita un incidente, vogliono vivere eccome? E chi ci dice che non soffirà? che non si accorgerà di nulla? A me sembra che in questa faccenda molti che si autodefiniscono laici siano in realtà pieni di dogmatismo ideologico. Qui non si tratta di tecnologie raffinate né di accanimento terapeutico, ma solo di alimentazione.

  10. Furbizio says:

    Grandi…Spediamo!!

  11. Redazione says:

    Raccomando di firmare l’appello di cui al comment appelloanapolitano.enter.it perché ha raggiunto in poche ore livelli molto alti, e potrebbe arrivare alle 300 mila necessarie in poco tempo.
    Appena ho un minuto rispondo ad Andrea (c. 1), e preciso la mia posizione,
    grazie a tutti,
    claudio

  12. Redazione says:

    Caro Andrea (comment 1) lei dice: Si può davvero difendere la vita oltre ogni limite? Non è anche questo il segno di una volontà di potenza che la tecnologia ci ha instillato lentamente nell’anima? Non c’è il rischio che dimentichiamo nella nostra vita la funzione della morte, quella di limite invalicabile per la coscienza?”, Anch’io credo ( ed in questo la mia posizione è un po’ diversa da quella di molti cattolici) che occorra fare molta attenzione alla ” volontà di potenza che la tecnologia ci ha instillato lentamente nell’anima”, e che si rischi a volte di dimenticare il senso della morte, quella verso la quale va il radioso Simeone nel Nunc dimittis (Luca 2, 29). Su questo il nostro cardinale emerito Martini ha recentemente scritto cose che (diversamente da carissimi amici), non penso affatto siano banali. Ciò non è però una ragione per far morire di fame e sete una persona. Anche se il padre vive con sofferenza la vita della figlia. Ma la vita è la sua, quella di Eluana. Qui, laicamente rispetto a certo familismo, mi sento di dire che se e quando la famiglia non se la sente di badare alla vita di una persona non autosufficiente, se ne deve occupare lo Stato, non riconosco assolutamente alla famiglia il diritto di intervenire per porre fine alla vita dei suoi componenti. Il vissuto del padre mi tocca profondamente, ma non mi spinge ad autorizzare o solidarizzare con un omicidio.
    L’onnipotenza della tecnica inoltre, in questo caso non c’entra affatto: si tratta di sondini e fleboclisi, strumenti assai semplici senza i quali nessuna persona sana potrebbe affrontare neppure la più semplice delle operazioni. Certo, Eluana non parla. Ma l’idea che la vita coincida con un linguaggio verbale, con la manifestazione di un pensiero articolato, quella sì, è propria del delirio di onnipotenza scientista, che vuole ridurre la vita umana a linguaggio logico. Anche Gesù bambino, come ogni neonato, non parla: non possiede alcun linguaggio, se non il pianto. Eppure è il Redentore del mondo (come ogni bambino si sforza di essere).
    Capisco peraltro le sue obiezioni: è proprio dei giovani impegnati avere della vita una visione performativa. Se non ti puoi impegnare, che vita è? Anch’io ho pensato qualcosa del genere, in passato. Ora, però, sono vecchio. E ho capito che è proprio vita. Silenziosa, dolce, forse profondissima, anche se l’altro ne sa poco. Comunque vita umana, che ci parla, nel suo silenzio, nella sua tosse, in quello che c’è. Su tutto questo la nostra religione ebraico-cristiana dà una grandissima lezione antropologica (a mio avviso) anche a chi non creda:”Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, Egli salva gli spiriti affranti” ci dice il Salmo 33. Chiunque abbia una dimestichezza autentica col dolore, anche il proprio, lo sperimenta.
    Infine: come mai tutti parlano come di una grande persona di Madre Teresa, che che considerava gli ultimi degli ultimi, al di là di ogni espressione o pensiero, immagini di Gesù, se poi siamo incerti sul fatto che la condizione di Eluana corrisponda alla “dignità umana”? Di che dignità stiamo parlando? Il cuore ferito, il corpo invalidato, la mente in un altrove misterioso, mi hanno insegnato molto di più sulla dignità e la grandezza umana di mille assemblee di maggiorenti e , appunto, dignitosi “dignitari”.
    Cari saluti Andrea. E’ bellissimo provare l’impulso di inginocchiarsi dinanzi a un barbone, o un demente. Le auguro che capiti anche a lei. Ma sono sicuro che capiterà. Altrimenti non starebbe a leggermi, Claudio

  13. Redazione says:

    Potete trovare una analisi dettagliata e ben fatta della situazione a oggi su:
    http://stranocristiano.it:80/2009/02/cosa-sta-succedendo/

  14. Andrea says:

    Eluana se n’è andata, ma le domande e i dubbi restano. E forse con loro resta ancora un po’ di lei …

    “Mentre nell’Italia impantanata, tenebrosa e confusa la politica e le istituzioni si scannano sgangheratamente sul corpo moribondo e morituro di una donna, detto che le sentenze e le sofferenze vanno rispettate e non strumentalizzate, e che la legalizzazione dell’eutanasia sarà un passaggio inevitabile nella ristrutturazione utilitaristica della società contemporanea, rimane una domanda semplice ma inquietante, forse sconvolgente: ma di chi è Eluana? E di conseguenza: a chi appartengono la sua vita e la sua morte? Mentre molti sbandierano certezze e pronunciano anatemi incrociati e solenni (in nome della fede, in nome della legge, in nome della libertà, in nome dello Stato, in nome della Chiesa, in nome del libero pensiero), a qualcuno di noi sembra doveroso l’esercizio del dubbio. Eluana è di Berlusconi che blatera di omicidio e progetta il golpe bianco? Eluana è del presidente Napolitano? Eluana è dei giudici che decidono su di lei? Eluana è dei cardinali di Santa Romana Chiesa, dal volto affilato e impietoso quando implorano pietà? Eluana è dei giornalisti che scrivono di Eluana invocando il silenzio su Eluana? Eluana è di sua madre e di suo padre, che per amore la vogliono liberare dalle catene del suo corpo? Curiosamente, gli intellettuali e i politici progressisti, critici delle gabbie familistiche e paladini della libertà individuale, non hanno problemi nel rispondere «sì» all’ultima domanda, e dunque nell’attribuire alla famiglia – e ai giudici che, in assenza di una legge ad hoc, registrano e legittimano la volontà dei genitori – il potere di vita o di morte su una donna che non può esprimere la propria volontà. In nome dell’amore? Conoscete forse qualcosa di più ambiguo dell’amore? E il signor Englaro invita Napolitano e Berlusconi ad «andare a vedere». Ma perché? E che cosa? Il fantasma di una donna? Una candela spenta? Una quasi morta? Domande correlate: avete mai visto gli ospiti del Cottolengo a Torino? o, per andare meno lontano, quelli degli istituti di Cognola o Lenzima? Non diremmo anche di loro, handicappati gravissimi non autosufficienti e quasi sempre non comunicanti, che sono vite non degne di essere vissute? Ma qual è il limite minimo di dignità, al di sotto del quale la vita non è più meritevole di tutela? Perché Eluana si può lasciare andare e quei corpi inchiodati e muti, no? Perché non dare anche ai loro padri o madri la facoltà di scelta? E non sarebbe pietoso aiutare a morire i vecchi devastati dalla malattia di Alzheimer, vite non più degne del nome di vita, persone quasi irriconoscibili anche ai propri cari? Perché non dare ai figli la facoltà di lasciarli andare, per amore e per disperazione? O dovrebbe essere lo Stato a decidere? Il governo nazionalsocialista tedesco, negli anni Quaranta del secolo scorso, si decise, eccome. Tracciò la distinzione tra Meschen e Untermenschen (sì, sotto-uomini) e cominciò coerentemente a realizzare un programma di eutanasia dei malati psichici che si arrestò solo per le energiche proteste del vescovo di Münster, von Galen, e di altri ecclesiastici. Chi può decidere per le vite paralizzate e ammutolite? Per gli uomini-piante, come qualcuno li definisce pensando d’esser pietoso? Siamo sicuri che Eluana sia di suo padre? La mamma di Simone di Rovereto, che da più di tre anni è nel limbo come Eluana, ha scritto un bel libro che spiega bene come Simone sia ancora un ragazzo, non un ficus o un’aspidistra bisognosi solo di acqua e di luce. Di come Simone dorme e si sveglia, di come si rilassa con la musica e di come apprezza le carezze: anche se è quasi immobile, anche se è muto, c’è. Vive. Simone è di sua mamma? Di Gloria? Non appartiene anche ai quasi 300 «amici» dell’associazione che ha preso il suo nome? Non è anche di coloro che – retribuiti o volontari – si prendono cura di lui 24 ore su 24, 365 giorni l’anno? La legge di uno Stato civile – la religione non c’entra nulla! – dovrebbe aiutare Eluana e gli altri pietosamente a morire o dovrebbe tutelare la vita delle persone totalmente indifese e la fatica amorevole di chi le cura? Quante domande difficili. Ancora un paio. Welby parla e chiede di essere aiutato a morire. Una forma di suicidio assistito che può essere discutibile ma è comunque una volontà espressa sul bene della propria vita, indisponibile per chiunque tranne che per se stessi. Ma che ne sappiamo di coloro che sopravvivono muti e immobili? Se anche avessero fatto, dieci anni prima, un testamento biologico con scritto «Lasciatemi andare, se mi capiterà, io voglio vivere e non vegetare», che ne sappiamo di loro adesso? E se da qualche angolo del loro cervello riaffiorassero frammenti di canzoni – «Stand by me», «Resta con me», «Won’t you stay just a little bit longer?» – per chiedere ai volti che hanno loro intorno di non essere lasciati soli, di non essere consegnati al buio? Se si accontentassero di sopravvivere come candele fioche, ma in compagnia delle nostre voci e dei nostri sguardi, piuttosto che essere spenti e affidati al silenzio? Interrogativi irritanti, per i dispensatori di certezze e per i paladini dei diritti. Ma è un dovere di coscienza riproporli, quegli interrogativi, prima che si spengano le parole e gli slogan e le luci su Eluana, prima che lei attraversi il buio per approdare forse a un posto col sole, e niente più cannule, dove qualcuno l’aspetta. Eluana è già morta anche se respira? Eluana non è più Eluana? Una non-persona con un solo diritto residuo: morire? Ma di chi è Eluana? A chi appartiene la sua debole, tenacissima, indifesa esistenza? Siamo sicuri che spetti a un padre e a un giudice, decidere? Di chi è Eluana? Di chi è la sua vita sospesa? O meglio, ormai: di chi era Eluana? A chi apparteneva? Chi parlava per lei?”

    di Paolo Ghezzi, da l’Adige 9 febbraio 2009

  15. Redazione says:

    Visto che ho pubblicato il commento precedente, vorrei brevemente rispondere. Eluana è di Eluana, e, per il credente, del Padre che ha consentito la sua vita, ed ora l’ha riaccolta. Non è mai stata, naturalmente, del suo padre biologico, che era – o doveva essere – semplicemente il custode della sua vita, e tanto meno del presidente della repubblica che non mi pare abbia tra le sue prerogative (a differenza dei re di diritto divino), il potere di decidere la morte delle persone. Era sua la sovranità della sua vita. ll Padre sa se qualcuno, e chi, l’ha usurpata. Claudio

  16. Andrea says:

    «Mio fratello si è fidato di me»
    Armando Englaro: «I funerali scelta giusta anche per Beppino»
    di Marco Imarisio (Corriere della Sera, 13 febbraio 2009)

    PALUZZA (Udine) — «Bentornata Eluana, nella terra del tuo papà, dei tuoi nonni…». Le prime parole della cerimonia funebre sono come un richiamo, il segno che allora è proprio vero, sta davvero accadendo. Armando Englaro comincia a piangere, a singhiozzare. Guarda davanti a sé la bara di questa nipote così sfortunata, si morde le labbra per frenare le lacrime. La chiesa si riempie delle voci che intonano il Kyrie eleison, e lui assume un’espressione spaesata, si allunga per vedere da dove arriva quel coro. Lo zio di Eluana ha gli stessi occhi azzurri di Beppino, lo stesso profilo aguzzo. Ma è più alto e massiccio, è un uomo sanguigno, che mostra le proprie emozioni essendo incapace di nasconderle. Si vogliono bene, gli Englaro.
    L’ammirazione e la riconoscenza che Armando prova per il fratello maggiore si mischia con il dolore per il suo destino. «Mi ha sempre aiutato», racconta alla fine di questo lungo pomeriggio. «Tre fratelli emigrarono in Lussemburgo, lui in Svizzera. Io ho scelto di rimanere a casa. Tante volte mi ha invitato a raggiungerlo. Io non me la sono mai sentita di lasciare Paluzza. E allora lui mi ha aiutato ad aprire la nostra ditta di moquette, ha creato la società. Beppino ha fatto tutto, io sono solo un artigiano». Ogni tanto anche i fratelli minori, e con i suoi 62 anni Armando è l’ultimogenito, riescono a farsi ascoltare. Il funerale l’ha voluto lui. È riuscito a convincere Beppino, che invece è del 1941, troppo amareggiato con la Chiesa per riuscire a vedere la necessità di quest’ultimo saluto alla sua Eluana. «Ne abbiamo parlato, e alla fine si è fidato. Mi ha lasciato fare su tutto. Penso di aver fatto la scelta giusta, anche per lui. Sono convinto che se avesse cremato Eluana, alla fine se ne sarebbe pentito. Credo di avergli evitato il rimpianto». Il funerale ha finito per somigliare a chi l’ha così fortemente voluto. A lui, Armando. I due vigili urbani in divisa che controllano i fedeli e intanto hanno i lucciconi agli occhi mentre ascoltano la bella omelia di don Tarcisio Puntel.
    I paesani che dicono «mandi» a noi forestieri, e assistono attenti e partecipi alla funzione. La sobrietà dei gesti, le poche parole, nessun applauso all’uscita del feretro. Un funerale fatto di silenzi e dignità, a immagine di questa Italia diversa che si chiama Carnia. «È la mia piccola patria» dice Armando, e si capisce che lo pensa davvero, che l’adesione a questa identità così forte è sincera, sentita. «Eluana doveva essere sepolta qui, e doveva avere il suo funerale. Era un tributo che dovevamo a Paluzza, ai nostri compaesani. E poi riposerà qui, tra queste valli. Le guardi, non sono belle? A mia nipote avrebbe fatto piacere, ne sono sicuro». Nello scandire queste ultime parole Armando Englaro si emoziona. Anche lui ha sofferto molto, viveva Eluana come una figlia, ma ha sempre cercato di non farlo vedere a Beppino. Armando è cattolico, è stato pellegrino a Santiago di Compostela e tante volte a Lourdes. Beppino lo ha ripetuto spesso, «non ho il conforto della fede». Tra fratelli magari si discute, ma nel dolore ci si tiene, si sta insieme, si annullano divergenze e differenze. «Sono preoccupato per lui. Adesso è molto provato, ma sono sicuro che ce la farà. Mio fratello è molto forte».
    Armando è un uomo che usa parole semplici per farsi capire. Il suo mondo è tutto qui. Paluzza, tremila anime, la piazza rettangolare con municipio, scuola e banca. Il bar Picin per giocare a carte con gli amici, l’azienda di moquette all’inizio del paese, la villetta sulla statale, una manciata di chilometri tra l’osteria Le Trote e le montagne, la neve che arriva a settembre e chissà quando se ne va. «Eluana — dice lui — aveva dentro di sé lo spirito di questa terra. Era una carnica vera, una ragazza ostinata e libera». Per un’ora soltanto, l’ultima del suo passaggio su questa terra, zio Armando le ha fatto da padre. Si è commosso anche al saluto finale di don Tarcisio, pronunciato in dialetto. Le ha fatto ciao con la mano, come se stesse per partire. «Adesso puoi davvero riposare in pace» ha detto sulla tomba. Aveva ragione, il più piccolo dei cinque fratelli Englaro. I funerali servono anche a questo, a ricordare chi era la persona che stiamo perdendo, da dove veniva, quali erano le sue radici. Mandi, Eluana.

  17. Redazione says:

    http://www.avvenire.it/schede/surreale+cena.htm

    Un’idea su chi sia il convitato ce la siamo fatta.
    Paolo

  18. Redazione says:

    http://www.zenit.org/article-17192?l=italian

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    ZENIT, Il mondo visto da Roma
    Agenzia di Notizie
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    Autopsia di Eluana: l’ha uccisa la lebbra

    Domenica 15 febbraio 2009, VI Domenica del Tempo Ordinario / B

    di padre Angelo del Favero*

    ROMA, venerdì, 13 febbraio 2009 (ZENIT.org).- “Venne da lui un lebbroso che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, stese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato” (Mc 1,40-42).

    La Parola del Vangelo è sempre attuale, incarnata nella vita concreta come l’acqua e il lievito nella farina, amalgamati per diventare pane. Essa è reale nutrimento per la persona, poiché, se viene accolta, infonde lo Spirito stesso di Gesù, la forza e la gioia della Sua Presenza in ogni circostanza, sia che si tratti di fatti personali chiusi nel segreto, sia di quelli di rilevanza sociale.

    Anche in questa VI Domenica del Tempo Ordinario, la Parola di Dio illumina, interpreta e giudica la vicenda di Eluana, “segno di contraddizione” (Lc 2,34) per tutti e per ognuno, il cui significato ancor meglio si comprende adesso che le è stata tolta la vita. E il significato è questo: negli imperscrutabili disegni di Dio, tutto è accaduto “perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35).

    Come l’autopsia serve ad accertare le cause organiche della morte di una persona, così l’evento della morte di Eluana ne ha svelato la causa prima di ordine morale e spirituale: un’autopsia compiuta da lei su quelli che, materialmente per azione diretta, o moralmente per approvazione, le hanno tolto il sondino.

    L’autopsia si fa con il bisturi, per scoprire la verità clinica.

    Il bisturi della “Verità” è la Parola di Dio: “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).

    In questa VI Domenica il bisturi ha un nome: Eluana.

    Il Vangelo racconta la guarigione di un lebbroso e viene preparato dalla prima lettura che parla dei criteri diagnostici di questa malattia secondo l’Antico Testamento, con una serie di norme che hanno soprattutto lo scopo di difendere la comunità dal contagio, isolando totalmente il malato: “Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto.., se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lv 13,45-46).

    La lebbra, assieme ad altre affezioni della pelle, era considerata impurità contagiosa per se stessa (come inchiostro che macchia), incompatibile con la partecipazione al culto nel tempio e in sinagoga, allo stesso modo in cui un telo sterile in sala operatoria non può essere toccato da mano scoperta, altrimenti è inutilizzabile e si getta via. “Tuttavia si trattava di una questione religiosa, non medica. Le malattie della pelle, in cui appariva un disfacimento, venivano associate al disfacimento del cadavere. La “lebbra” era percepita come una minaccia all’integrità fisica dell’uomo e tutto ciò che corrompe o è corrotto, non può essere considerato puro. “Puro” è ciò che appartiene alla sfera di Dio e del sacro, “impuro” è ciò che vi si oppone e rende inadatti alla comunione con la divinità. La lebbra escludeva dalla comunità ed era perciò considerata segno di un castigo divino su un gravissimo peccato del soggetto colpito. Nei casi di lebbra dichiarata, la situazione del malato diventava drammatica: attraverso il suo abbigliamento che è quello del lutto (capo scoperto e vesti stracciate), attraverso la segnalazione pubblica della sua impurità, il lebbroso testimoniava la sua tragedia di escluso dalla società e dal culto” (G. Ravasi, in Nuova guida alla Bibbia, p. 104-105).

    Eluana si trovava in una comunità religiosa di sorelle che avevano stabilito con lei una relazione di amicizia profonda, fatta di rassicurante presenza, di intensa comunicazione mediante lo sguardo, il volto sorridente, la tenerezza della parola e della mano. Ella poteva sentire questi messaggi d’amore, poiché i suoi sensi, corporali e spirituali, come attraverso un “sondino” li facevano giungere nel sacrario segreto del suo spirito immortale, vivo e vigile anche nel coma del corpo. Strumenti tecnici o dati di laboratorio non potevano cogliere i segnali vitali dell’anima di Eluana, ma le suore che l’hanno circondata per tanti anni li avvertivano con certezza, grazie all’amore.

    Come un bambino strappato dal seno di sua madre, improvvisamente Eluana è stata separata dall’amore della “sua” comunità religiosa e relegata in uno spaventoso isolamento, per essere sottoposta ad un protocollo di morte che certo lei non voleva: può forse un bambino desiderare di morire?

    Sì, Eluana da 17 anni viveva come una bambina, in tutto dipendente, in tutto serena perché affidata alle mani di persone che le volevano bene per se stessa, come si ama un figlio.

    Perché è stata portata via?

    Perché Eluana è un caso di lebbra, non lei ovviamente, ma gli altri.

    E’ una diagnosi uscita dalla bocca di Benedetto XVI, all’Angelus del 14/ottobre/2008, commentando il Vangelo domenicale che presentava Gesù che guarisce dieci lebbrosi: “In verità, la lebbra che realmente deturpa l’uomo e la società è il peccato; sono l’orgoglio e l’egoismo che generano nell’animo umano indifferenza, odio e violenza. Questa lebbra dello spirito, che sfigura il volto dell’umanità, nessuno può guarirla se non Dio, che è Amore. Aprendo il cuore a Dio, la persona che si converte viene sanata interiormente dal male”.

    Questa è la verità che scaturisce dall’autopsia operata dalla Parola di Dio su coloro che hanno causato direttamente la sua morte e su coloro che, potendolo fare, non l’hanno impedita..:”Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere” (Mt 25,42). Potranno essi rispondere: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato e non ti abbiamo servito?” (Mt 25,44). Mistero della coscienza che solo Dio può scrutare. Forse, oggi, risponderebbero: “ma se non lo abbiamo fatto, non lo abbiamo fatto per Te!”.

    Proprio così: la coscienza di molti, divenuta sorda e insensibile al grido esistenziale di Eluana (è tipico dei malati di lebbra la perdita della sensibilità dolorifica periferica), ha ritenuto di farle del bene togliendole il bene fondamentale della vita. E a tal punto è giunto l’errore e l’autoinganno di coloro che si sono associati per assicurarle la morte, che si sono dati questo nome: “Per Eluana”.

    “Per!”: come a convincere e a convincersi di un movente buono, favorevole alla sua vita. Si può stare davanti ad un corpo disfatto, coperto di piaghe da decubito e affermare che è perfettamente sano? Questa denominazione “Per Eluana” dice un ascesso, non un tessuto sano. Questo succede quando il cuore è diventato cieco, e non può vedere che “la vita dell’uomo non è un bene disponibile, ma un prezioso scrigno da custodire e curare con ogni attenzione possibile, dal momento del suo inizio fino al suo ultimo e naturale compimento” (Benedetto XVI, 11/2/2009, Discorso agli ammalati e agli operatori sanitari per la XVII Giornata mondiale del malato).

    Non è solo insensato questo “per”, ma anche blasfemo, se solo facciamo memoria delle Parole di Gesù nell’ultima Cena, con le quali annuncia il dono della Sua vita per la nostra salvezza: “Questo è il mio corpo che è dato per voi;..questo è il mio sangue che è versato per voi” (Lc 22,19-20).

    Coloro che hanno privato del vitale nutrimento il corpo di Eluana hanno mostrato uno stato di profonda denutrizione della propria coscienza, e il loro esempio rischia di comprometterne il retto giudizio anche in molti altri, come insegna Benedetto XVI: “Così la coscienza, che è un atto della ragione mirante alla verità delle cose, cessa di essere luce e diventa un semplice sfondo su cui la società dei media getta le immagini e gli impulsi più contraddittori” (Discorso alla Pontificia Accademia per la Vita, il 24/02/2007, in occasione del congresso su “La coscienza cristiana a sostegno del diritto alla vita”).

    Ma siamo certi che Eluana non è morta invano, e dal Cielo ha già iniziato la sua missione sulla terra: quella di far comprendere la preziosità assoluta di ogni vita umana.

    ———

    * Padre Angelo, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E’ diventato carmelitano nel 1987. E’ stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.

    http://www.zenit.org/article-17192?l=italian

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