Sanremo, e gli ex gay

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 2 febbraio 2009, www.ilmattino.it

C’è un aspetto inquietante nella rissa sulla canzone di Povia per Sanremo, dedicata a Luca, che era gay, e ora non lo è più, e gli va bene così. Preoccupa la richiesta di proibire che si parli di gay che vogliono cambiare il proprio orientamento, e lo fanno. Narrare il percorso contrario, da etero a omosessuale, è invece visto come atto liberatorio, come viene detto con i premi al film Brokeback Mountain e a narrazioni simili, in libri, o film. Ma non c’è qui una (nuova) discriminazione?
La persona discriminata, quella di cui non si può parlare (perché la sua esistenza rompe gli schemi), in questo caso non è più il gay, ma l’ex, quello che ha cambiato il proprio orientamento sessuale. Eppure queste persone esistono, e il mettere il silenziatore alle loro storie priva anche le altre di una parte di libertà, se non altro di informazione.
La richiesta di togliere la canzone dal festival, quindi, mette in pericolo proprio ciò che dice di difendere: la libertà sessuale, di cui la libertà di parlare senza pregiudizi della sessualità è parte integrante.
Freud, fondatore della psicoanalisi, ricordava che «le pulsioni non sono né buone, né cattive», e come tali vanno trattate. In una società aperta il problema non è che sessualità hai. Però come la vivi, come ti trovi con un certo orientamento sessuale sì, può essere un problema. Tanto è vero che l’Organizzazione mondiale della sanità riconosce nel suo manuale diagnostico che l’«orientamento sessuale indesiderato» è un disagio psicologico, e chi ne soffre va aiutato a superarlo, se lo chiede.
Si sa che in terapia vengono spesso persone che vivono la loro affettività e/o sessualità con le donne, ma non ne sono soddisfatti. Il terapeuta accoglie questo disagio, spesso copertura di un’omosessualità latente, che viene così riconosciuta. Accade però anche il contrario, che cioè si presentino persone con comportamenti o fantasie omosessuali, ma che ne sono disturbate. Per varie ragioni. A volte questo orientamento è nato con un abuso, da cui la persona vuole ora liberarsi; a volte si è formato in mode e comportamenti collettivi seguiti nell’adolescenza; a volte, semplicemente ci si è innamorati di una persona dell’altro sesso.
Il solito Freud, ad esempio, riteneva che la bisessualità fosse comune; e che ognuno poi si orientasse sulla base delle proprie esperienze affettive precoci, e dei propri obiettivi. In tutte le culture e società, del resto, gli orientamenti sessuali non vengono considerati come unici, e stabili per tutta la vita.
La parola omosessuale nasce solo nel 1860, sotto la passione classificatoria del positivismo, e solo più tardi ancora si scopre l’«eterosessuale». È il Novecento (l’epoca dei regimi totalitari), che mette i cittadini in una casella sessuale specifica, e chiede che ci rimangano. Sono Hitler e Stalin che mandano gli omosessuali nei campi di sterminio, e nei gulag.
L’eurodeputato Vittorio Agnoletto ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea, chiedendo all’esecutivo Ue se la canzone «Luca era gay» non violi il Trattato istitutivo della Comunita’, la Carta dei diritti fondamentali, la Convenzione per i diritti dell’uomo e che la Commissione eviti tale violazione, e impedisca appunto l’esecuzione della canzone.
Chi ha a cuore il benessere delle persone deve certamente opporsi a ogni discriminazione. Quelle che colpiscono gli omosessuali, come quelle dirette contro gli ex gay, che con la loro presenza disturbano una sessualità «normalizzata», in stabili gabbie, organizzate come partiti.
La sessualità è il luogo dell’inquieta ricerca dell’altro. Da tutelare.

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45 Responses to Sanremo, e gli ex gay

  1. Claudia says:

    Mi sembra che l’unica cosa che potrebbe smuovere questi nuovi pregiudizi e queste preoccupanti condanne dell’aspirare a una serena normalità, sia l’esperienza diretta -raccontata in modo intelligente evitando i sentimentalismi – di questi “ex”, o di chi, semplicemente, si trova direttamente a che fare con una cultura filo-gay che non gli corrisponde. Anche se mi rendo conto che non è facile mettere in piazza questo genere di argomenti, niente più dell’esperienza può dire qualcosa in merito a quelle che vengono chiamate “scelte coraggiose”…
    c

  2. Daniele says:

    perché infatti la Tatangelo poteva cantare l’anno scorso che per il suo amico omosessuale “il brivido è lo stesso / o forse un po’ di più”, e Povia invece non può cantare la sua? Se la Chiesa avesse aggredito la Tatangelo sarebbe scoppiato il caso! Il solito razzismo al contrario dei politicamente corretti. E sono solo fisime della modernità: gli antichi avrebbero pensato diversamente la questione: pensate che Povia, essendo nato il 19 Novembre, secondo i cabalisti e gli astrologi Egizi dell’antichità, è tutelato dal Genio (o Angelo) Mihael, cioè l’Angelo dell’Alchimia fra Maschile e Femminile: quindi un antico avrebbe trovato futile tutto il caso: avrebbe detto “Costui sta cercando il suo Daimon, facesse come vuole”.

  3. armando says:

    Vorrei soltanto chiedere agli attivisti dei movimenti gay che vogliono impedire la libera espressione del pensiero (che fra l’altro è, nel caso specifico, solo il racconto di una storia vera), in cosa si credono diversi da noi “rivoluzionari” di un tempo che volevamo impedire di parlare in pubblico a chiunque non era d’accordo col nostro credo, o dagli squadristi in camicia nera che facevano altrettanto coi loro avversari. Anche noi e i nostri “nemici” credevamo fortemente e in buona fede di essere dalla parte del giusto e della verità, e che la libertà coincidesse con le nostre idee, e solo con quelle. E’l’anticamera del totalitarismo che oggi presenta un volto più soft, aggiornato e levigato secondo i canoni del politically correct, ma non per questo meno pericoloso, anzi.
    Del resto da un Agnoletto non c’è da aspettarsi niente di diverso.
    Armando

  4. beh, è arrivato secondo a sanremo. che vuol dire praticamente primo (il vincitore godeva del vantaggio di appartenere al “gruppo di pressione ” di Amici, una trasmissione molto popolare della De Filippi)

    per il messaggio è un grande successo.
    la canzone è semplice e ben fatta, molto meglio di quella che ha vinto.
    guido

  5. samuele says:

    a me sembra che qui ci sia in gioco la libertà delle persone: una mia studentessa su questo fatto ha detto: cosa c’è di male in tutto questo. Se chi è etero può diventare gay non si capisce perchè chi è gay non possa tornare ad essere etero. Le nuove generazioni su questi temi hanno, innocentemente, le idee molto più chiare, spontanee e non ideologizzate delle nostre
    samuele, insegnante

  6. GG says:

    A me sembra che la presa di posizione relativa alla canzone di Povia da parte dei movimenti politici legati alle comunità omosessuali, sia stata – di fatto – un momento o di intolleranza demonizzatrice, teso a non consentire prospettive e percorsi differenti dai propri.

    Quel che più salta agli occhi, infatti, è proprio quanto che sostiene Claudio Risè in questo suo post: mentre i movimenti omosessuali plaudono ogniqualvolta si ha notizia di un eterosessuale che si scopre gay e lo proclama al mondo, ravvisando nell’outing un percorso di liberazione di una verità individuale incarcerata da perversioni e repressioni borghesi, non accettino poi – le stesse comunità – il percorso (né l’outing) contrario, vale a dire che un individuo, si scopra, da che era gay, eterosessuale: un percorso questo che, a giudicare dalle reazioni alla canzone, può esser solo l’espressione di volontà repressive e oscurantiste.

    Emerge dunque che il vero valore non è tanto, per queste comunità e queste ideologizzazioni, la scoperta di una propria verità interiore da vivere in quanto tale, ma il diventare omosessuali e, comunque restarlo – anche se non ci si sente più aperti a questa prospettiva.
    Sembra di assistere al trionfo dell’illusione di alternative: è normale, giusto, corretto, essere liberi, ma per essere liberi “davvero ” si deve essere sempre e solo in un unico modo.

    Indubbiamente, la canzone di Povia sembrava voler esprimere che – nella storia narrata – l’omosessualità era il risultato di rapporti distorti con i propri modelli genitoriali, l’esito di disagi familiari, di vicende di separazione e divorzio conflittuali, di assenze patologiche e di eccessi di presenze.

    Questo però non implica assolutamente che il testo volesse essere un trattato di psicopatologia dell’omosessualità, o volesse affermare che tutte le omosessualità abbiano questa origine e questa natura.

    Nella mia pratica clinica di medico psicoterapeuta, ho avuto in cura non pochi omosessuali: e, se proprio volessi ripercorrere in una piccola statistica quanto ho visto in trent’anni di lavoro, devo concludere che nel mio studio sono passate i più diversi “mondi” di omosessualità.

    Ho avuto in cura l’omosessuale divenuto tale per profondi disagi legati alle figure genitoriali (in specie, a conflitti con una figura paterna denigrativa o assente accanto a una madre depressa e/o iperpossessiva), e che con il progredire della propria presa di coscienza relativa a tali disagi, si è riscoperto eterosessuale, così come ho avuto in cura omosessuali giunti in terapia per i motivi più vari e più distanti da un ritenersi “malati” perchè “gay”: chi è venuto per una grave delusione d’amore, chi per una sua profonda depressione, o per altro tipo di patologia, chi per fare i conti con la propria incapacità a costruire qualcosa nella vita, chi, ancora, per la capacità di cacciarsi in relazioni distruttive o, anche, vessatorie e violente.
    In tutti questi casi, le problematiche affettive relative alla relazione con il proprio partner, non differivano in nulla dalle problematiche affettive di una qualsiasi relazione eterosessuale: gelosie, tradimenti, solitudini, violenze (perché chi diventa partecipe di relazioni omosessuali, a qualunque titolo lo faccia, ben presto si rende conto che la violenza non è assolutamente un nesso esclusivo della relazione uomo-donna, ma che può esserlo – e con molta, se non a volte spaventosa, ferocia – anche delle relazione uomo-uomo o donna-donna), gelosie, tradimenti, solitudini, violenze, dicevo, sono le stesse degli omosessuali e negli eterosessuali, con una infinita varietà di sfumature.
    L’omosessualità, e la sessualità sono – a mio modo di vedere – esattamente come l’acqua: sempre uguali a sé stesse perché sempre differenti a seconda del “qui ed ora” del singolo individuo nel quale si esprimono.
    L’idea che esista, in definitiva,un solo tipo di omosessualità, è altrettanto folle, perversa, bizzarra, paradossale, repressiva (se non nazista) di quanto lo è l’idea che esista una sola sessualità.
    Detto in altri termini, l’errore – il grave errore – che le comunità omosessuali fanno a proposito, mi appare del tutto identico all’errore che esse stesse attribuiscono alla mentalità che condannerebbe l’omosessuale alla gogna: quello di identificare una sola sessualità come quella “giusta”, “corretta”, in cui omologarsi: e rifiutando la quale chi non si accoda non ha diritto di cittadinanza sessualità.
    Le comunità omosessuali si dolgono che una mentalità repressiva, “borghese”, “reazionaria”, “clericale” ed ecclesiale, pretende di definire l’eterosessualità come l’unica forma di sessualità ad avere diritto di cittadinanza al mondo. Combattono, in altri termini, una mentalità perversa secondo la quale chi è eterosessuale non può scoprirsi omosessuale, non può – in poche parole – dire “io ero etero”.
    Però insorgono quando qualcuno canta l’outing opposto: outing che, senza affermare alcun valore di regola generale, raccontano percorsi e scoperte di segno opposto.

    Ma se non si può far l’outing opposto – se è abominevole e indegno rappresentare percorsi al contrario – ciò implica che le comunità omosessuali schierate politicamente e ideologicamente fanno esattamente lo stesso errore che – per caso? O per necessità? – attribuiscono alla mentalità intollerante e repressiva che combattono, e che nega all’omosessuale diritto di cittadinanza.
    Perché creano un assioma secondo il quale chi è eterosessuale può diventare omosessuale, ma chi è omosessuale non può scoprirsi, invece, eterosessuale.
    E’ questa è pura e semplice intolleranza.
    Ed è – incredibile a dirsi ma semplicemente logico – pura e semplice intolleranza contro il “diverso”: contro colui che non è omologato al “collettivo” che crea i valori di riferimento.
    Il che implica che il vero valore in gioco è proprio la negazione dell’individuo come valore.
    Così come non esiste una “sessualità” tout court, così non esiste – ed è incredibile come la gente (che non vota a Sanremo?) ci caschi – una sola omosessualità.
    Esistono infinite “omosessualità”, quante sono le persone che hanno comportamenti omosessuali.
    Esistono i singoli individui, e sarebbe ora che anche i paladini di tante liberazioni se ne ricordassero: esistono i singoli individui, ognuno con una sua storia, con un suo passato da elaborare o da accettare, o semplicemente da ricordare, e ognuno con un suo differente futuro, che sia legato o no alla scelta o alla patologia sessuale.
    Esistono comportamenti, soprattutto: non categorie apriooristiche di classificazione delle persone.
    E, come mi disse proprio una mia paziente lesbica: si amano le persone, non le scelte sessuali. Amare le proprie scelte è un atto di narcisismo che serra in sé stesso il singolo, e il gruppo che lo omologa a sé.

    La mia opinione, è che con questo “sfortunato” incidente legato alla canzone “Luca era gay”, le comunità omosessuali ideologicamente schierate (e sembrerebbe di dire: schierate “a difesa” della propria scelta omosessuale – e tanto a “difesa” perché forse in gran parte vittime delle proprie istanze superegoiche e genitoriali), abbiano perso una importantissima, e forse definitiva, occasione per dimostrare di essere i primi a praticare la scala di valori di cui si dicono portatrici, e cioè quella scala di valori secondo cui non esistono modelli di riferimento in tema di scelte sessuali o di psicopatologia, ma solo singoli individui: e che dunque quel che è normalità per uno, è patologia per l’altro, e viceversa: e che ogni essere umano – conseguentemente – ha diritto di essere identico solo a se stesso e non ad un modello culturale dominante e integralista.
    E che nessuno si deve dunque omologare a stereotipi dogmatici.
    E’ qui straordinario osservare come l’intolleranza e l’oscurantismo assumono le forme apparentemente più distanti tra loro proprio per potersi continuare a riproporre a scapito del valore più profondo che abbiamo: la tolleranza per il “diverso”. Che – in uscite come quella delle comunità omosessuali contro “Luca era gay” – viene paradossalmente riaffermata proprio in nome dell’ostentare una lotta di liberazione che si proclama a favore delle scelte dei singoli ma rappresenta di fatto solo il riaffermarsi del dogma intollerante e annichilente il singolo individuo come valore.

    G. GIORDANO
    Medico-chirurgo
    Psicoterapeuta

  7. fabio says:

    http://www.paternita.info/luca-era-gay

    Una canzone che parla del viaggio nel passato compiuto da Luca, un ragazzo coraggioso che non riusciva a trovare se stesso. Una storia di un bambino schiacciato tra il vuoto di un padre indeciso ed assente (*) e le convinzioni ed ossessioni quotidiane di una madre troppo presente. Un viaggio che passa attraverso il divorzio, gelosie e manipolazioni materne, la crescente incertezza identitaria e sessuale, la vergogna, la solitudine, l’illusione.

    Alla fine del viaggio Luca diventa un uomo, e guarda indietro trovando la forza del perdono, verso il padre, e verso la madre alla quale dice “ti voglio bene” ma “adesso sono padre e sono innamorato dell’unica donna che io abbia mai amato.”

    Un’opera che mette a nudo molte ipocrisie ed ideologie delle passate società per guardare al futuro con coraggio e speranza ma anche con disincanto e consapevolezza di ciò che è la vita e la famiglia, di cosa significa essere e diventare uomini oggi, uomini nuovi e più sensibili di quelli del passato, ma non per questo meno uomini.

    (*) padre al quale vengono riconosciute le colpe della sua assenza, ma che anche viene visto non più come cinico e spietato carnefice ma piuttosto come un semplice essere umano a sua volta figlio della devastante cultura e società “senza padri”, tant’è che anche lui finisce vittima, subisce una separazione, diventa alcolizzato e non godrà mai della gioia della paternità.

  8. a volte il padre non è assente o indeciso, ma ipercritico e distruttivo verso il figlio (troppo presente, ma nel modo sbagliato).
    probabilmente si può dire che è assente la parte amorosa del padre.
    un padre così è inaccettabile come padre e come uomo, e improponibile come modello identificativo.
    il testo mette a nudo anche ipocrisie ed ideologie molto specifiche del mondo di oggi. che a questo riguardo forse è peggiorato rispetto a ieri.
    guido

  9. agapetòs says:

    Quello di Grillini & co. è una sorta di bigottismo gay. Non credo che costoro rappresentino tutto il mondo omosessuale, che è composto anche da persone di vedute un po’ meno ristrette.
    Giovanni Corbelli

  10. Giovanni Manca says:

    Forse quel che dite è vero, il movimento gay avrebbe dovuto avere atteggiamenti più morbidi riguardo questa canzonetta…ma se ha avuto questo “bigottismo” alla rovescia, eccessivo forse, ci sarà anche un motivo. Tutti voi parlate da tranquilli eterosessuali o al più xsessuali ma autoaccettati…ma il mondo non è tutto così. Quanti ragazzini sentendo quella canzone penseranno che un giorno potranno “guarire” dal loro “male”? E quanti rimaranno delusi? Questo è ciò che importa alle associazioni gay…tutti i gay o quasi da ragazzini hanno pensato che un giorno sarebbero “guariti”, che la loro era una condizione temporanea dovuta ai tumulti ormonali dell’adolescenza…ora c’è pure la canzonetta che ti da questa (generalmente falsa) speranza. Può darsi che in qualche caso sia possibile per un gay diventare etero, non posso escluderlo, ma in quali percentuali questo può accadere? E quanto è “definitivo” il suo nuovo orientamento? Io al posto di eventuale fidanzata o moglie starei moooolto attento…il mondo è pieno di finti etero sposati che passano le ore libere elle zone di cruising gay con mogliettine ignare ad aspettarli a casa. Il discorso sulle classificazioni nate nell’ottocento, freud, ecc, sinceraente mi paiono…molto teoriche e forse intellettualmente stimolanti ma poi…il ragazzino i 15 anni vuol sapere …quello… e non che prima dell’ottocento nessuno si preoccupava di cassificare…
    Vedo che nessuno poi ha fatto cenno allo “scoop” di Striscia sulla setta a cui sarebbe appartenuto il “Luca” della canzone che a quanto pare per far “guarire” i suoi “pazienti” praticava metodi non proprio ortodossi…

  11. Redazione says:

    Per Giovanni. Non essere bigotti, quando si parla di sesso, è indispensabile, soprattutto per chi, a parole fa dell’antibigottismo la propria bandiera, come appunto il movimento gay. Il benessere psicologico richiede, infatti, la libertà: libertà di uscire dall’eterosessualità per chi lo richiede, ma anche viceversa. Essere costretti a rimanere in una posizione che non ti piace fa solo male, a te e agli altri. Di questo parla la canzone di Povia. Perché lei chiede:”Quanti ragazzini sentendo quella canzone penseranno che un giorno potranno “guarire” dal loro “male”?” Povia non parla nè di guarire, né di male (solo il movineto gay, e i media che, chissà perché, seguono questa strana linea, lo fanno). La canzone (mi sembrava, ma ho verificato per risponderle) dice:” Questa è la mia storia. Solo la mia storia: Nessuna malattia, nessuna guarigione…” Allora perché insistere con questa storia pseudo-cinematografica delle guarigioni forzate? Tra l’altro la sua lettera, dicendo che:”tutti i gay o quasi da ragazzini hanno pensato che un giorno sarebbero “guariti”, che la loro era una condizione temporanea dovuta ai tumulti ormonali dell’adolescenza “, sembra confermare che per moltissime persone la condizione “gay”, è una seccatura, più che un piacere. Perché non dare a loro la libertà di cercare (con gli aiuti che desiderano), psicologici, spirituali, affettivi, la propria autentica sessualità, invece di costringerli in una gabbia che non amano? L’unica cosa (finora) certa è che la prova dell’origine genetica dell’omosessualità non è mai stata trovata, mentre il rapporto coi fattori culturali e affettivi è documentato a partire dall’età classica fino…..alla canzone di Povia.
    Quanto alla sua domanda:” Può darsi che in qualche caso sia possibile per un gay diventare etero, non posso escluderlo, ma in quali percentuali questo può accadere? E quanto è “definitivo” il suo nuovo orientamento?” Le percentuali, e la “durata” dell’orientamento, almeno per quanto mi riguarda, le lascerei francamente perdere. L’importante è che l’individuo sia libero di cercar/si, altrimenti siamo già nel totalitarismo, qualsiasi colore si dia. Mi pare invece più interessante il fatto, saputo da tutte le diverse culture, ma rimosso dalla nostra, che entrambi gli orientamenti esistono, e che quello omosessuale, forte nell’adolescenza, diventa spesso meno desiderato dopo. Che delle persone, a richiesta, ne aiutino altre in questo percorso è puro buonsenso. E impedirlo, di nuovo, è un fatto di autoritarismo, che lede le libertà costituzionali.
    Non sapevo nulla dello scoop di Striscia,perché non vedo la TV. Però mi sono documentato e possono farlo anche i naviganti andando su: http://www.youtube.com/watch?v=VKNIhqP-S9g&hl=it
    Conosco il gruppo Arkeon perché molti pazienti me ne hanno parlato. Più che una setta mi pare uno dei tanti “franchising” similpsicologici di successo presenti nella “terra di nessuno” degli incontri di gruppo. Il suo fondatore aveva ben intuto che gran parte dei malesseri attuali nascono dall’assenza del padre, e su quello ha fatto crescere la sua iniziativa. Personalmente, non mi risulta che fossero particolamente fissati sull’omosessualità, né che abusassero di minori. Comunque, se Luca voleva uscire dalla situazione in cui era, e Arkeon l’ha aiutato, meglio così. Speriamo piuttosto che arrivi presto il processo, perché non si può mettere in galera, le persone per anni, e linciarle a colpi di scoop con testimoni che parlano incappucciati: fa venire i brividi, è roba da Ku Klux Klan, altro che libertà d’informazione. In tutta questa storia, ed anche nel suo messaggio, circola una spiacevole aria di caccia alle streghe. Che il movimento degli omosessuali, persone cacciate per secoli, si riduca a questo, mi dispiace. Molto. Auguro a tutti di ritrovare il gusto per la libertà, e il rispetto per le scelte delle persone. Claudio Risé

  12. Roberto Marchesini says:

    Quanti ragazzini si sono rassegnati ad un orientamento sessuale indesiderato per la censura che ha colpito e che colpisce gli ex-omosessuali?
    Quante persone sono rimaste deluse da trattamenti medici o psicoterapeuti che non hanno soddisfatto le loro aspettative? E’ un motivo sufficiente per censurare queste terapie?
    Quante persone si sono sottoposte ad un trattamento per risolvere un loro problema, e poi il problema è tornato? Eliminiamo questi trattamenti?
    Acuta l’osservazione di Claudio Risè: i termini “malattia” e “guarigione” sono usati solo dai gay. E’ un vecchio trucco ideologico: fare la caricatura dell’avversario per riuscire a piazzare qualche colpo.
    Per quanto riguarda Arkeon, aspetterei l’esito del processo prima di esprimere un giudizio; sta di fatto che lo “scoop” di striscia ha fatto emergere un’altra storia di un ex-omosessuale. Cominciano a diventare un pò troppi per fare finta di niente, no?
    Roberto Marchesini

  13. Redazione says:

    “lo “scoop” di striscia ha fatto emergere un’altra storia di un ex-omosessuale”:
    sembrerebbe di si. Se non erro Povia aveva dichiarato che Luca era un nome di invenzione.
    guido

  14. Redazione says:

    Caspita Daniele, mi era sfuggito il tuo post (N.2).
    Cos’è questa storia di Michael? Io sono nato il 19 nov! ( e infatti guai a chi si mette di traverso nella ricerca personale)! Dimmi, dimmi….(e dai un po’ di biblio). Claudio

  15. Non conosco la genesi della canzone di Povia se non rispetto a quanto lui stesso ha dichiarato alla stampa, nè ho una conoscenza di quanto sia statico o meno l’orientamento sessuale. Intervengo però in questo dibattito perchè vedo che avete citato Striscia e Arkeon che certamente non era una setta (come piace dire agli antisette) nè curava i gay (come piace dire alle lobby gay), nè faceva tutte quelle follie che avete sentito (e che appassionano un certo tipo di media – la maggior parte ormai). Il presunto “scoop” altro non era che ulteriore invasione della vita privata di famiglie innocenti esposte ingiustamente e senza motivo ad una folle gogna mediatica. Avevo scritto all’epoca sull’argomento
    (http://fioridiarancio.wordpress.com/2009/02/26/le-famiglie-di-arkeon/), ma vi invito soprattutto a leggere quanto scrive la dott.sa Raffaella Di Marzio
    (http://raffaelladimarzio.blogspot.com/2009/02/tanto-va-la-gatta-al-lardo.html e http://www.dimarzio.it/srs/modules/news/article.php?item_id=148). Condivido molto di quanto ha scritto Claudio Risè in proposito, soprattutto sull’odore (che solo odore non è) di caccia alle streghe, ma dissento sulla definizione di ““franchising” similpsicologici di successo presenti nella “terra di nessuno” degli incontri di gruppo”. Dalla mia esperienza Arkeon non aveva a che fare con la psicologia e non era un posto per persone con problemi, ma semplicemente la possibilità di un cammino di alto valore sia nei contenuti che nei risultati per persone che avevano una ricerca interiore.

  16. Redazione says:

    Cara Fioridiarancio, confermando che Arkeon tutto era fuorché una setta, non tutti i gruppi che vi appartenevano erano di alto livello, e non mi pare che i criteri formativi fossero proprio trasparenti. Peccato perché le intuizioni di partenza (che oltretutto hanno fatto ampio riferimento ai miei libri), erano molto efficaci. Spero comunque che la cosa si risolva positivamente per chi vi ha messo forze ed energie.

  17. Caro Risè, la ringrazio per quanto scrive, con coraggio, su Arkeon. Concordo pienamente sulla libertà (minacciata) di esplorare il proprio sè, senza sentirsi limitati da una inconsistente geneticità. Non sono la persona più indicata per giudicare i criteri formativi di Arkeon, ma non escludo che lei abbia ragione. La riflessione più seria sul padre di Arkeon mi sembra però sia largamente originale, sia per motivi cronologici che contenutistici. Indubbiamente, la lettura dei suoi libri (credo a partire dal 2003), è stato un riscontro profondo ed interessante. Sarebbe bello che si fosse liberi, prima o poi, di parlare dei meriti (per me straordinari) di Arkeon e, perchè no, dei limiti. Certamente questo non ha nulla a che fare con la campagna mediatica che colpisce noi e le nostre famiglie.
    Grazie ancora.
    S&P
    P.S.
    Mi piacerebbe segnalarle due testimonianze sul padre in Arkeon:
    http://articolo21.blogsome.com/2008/09/10/3/

    http://articolo21.blogsome.com/2008/06/30/la-lingua-sacra-dei-padri/

  18. Redazione says:

    caro/i sudore & pioggia, grazie. Ancora piena solidarietà contro ogni rogo mediatico, autentica peste, fisica e morale, del nostro tempo. Cerchiamo di difendere le libertà residue!

  19. Pietro Bono says:

    Lungo il mio cammino in arkeon ho avuto il piacere di conoscere molte persone e molte esperienze. Quando nella primavera del 1999, invitai mio padre Domenico ad un seminario, lui si dimostrò assai restio. Infine, per amor mio, venne. Nel corso del seminario, sentii l’irrefrenabile bisogno di chiedergli scusa. E in un pianto dirotto, gli aprii il mio cuore e gli raccontai di tutte le volte che avevo pensato male di lui e l’avevo rinnegato, separandomi nel mio cuore, sempre più da lui.
    Durante quel seminario ricevetti anche io, le sue mani sul mio capo, e mi benedisse tra le lacrime di commozione nostre e di tutti i presenti.
    Questa cerimonia della benedizione, che in arkeon si era affacciata spontaneamente qualche anno prima, l’ho vista ripetuta in molti seminari. In alcuni casi ha riguardato naturalmente anche persone omosessuali. Alcune di queste persone, hanno nel tempo esplorato autonomamente la possibilità di includere nel proprio orizzonte un affetto e un legame di tipo eterosessuale. Altri sono rimasti, altrettanto legittimamente, sulle proprie scelte di tipo omosessuale, ma credo, con altrettanta pace interiore di chi aveva mutato orientamento. Perché ritengo che quella benedizione, e il cammino per accoglierla, ci abbia segnati tutti in egual modo.
    E se mi è permessa una vena polemica, rispetto alla caccia alle streghe scatenata contro arkeon, e di cui ho scritto una lettera pubblica anche in italiano alla Fecris nell’Ottobre 2008 http://pietrobono.blogspot.com/ , non credo sia casuale il fatto che la promotrice di tale caccia sia anche tra i firmatari di questo documento: “Chiediamo scusa ai gay e alle loro famiglie. La canzone di Povia “Luca era gay” riletta da psicologi”. http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/03/04/chiediamo-scusa-ai-gay-e-alle-loro-famiglie-la-canzone-di-povia-luca-era-gay-riletta-da-psicologi/
    Grazie e buon lavoro a tutti.
    Pietro Bono

  20. argonauta says:

    Caro Risè, a proposito del suo commento su arkeon ritengo personalmente che mancando per forza di cose la voce ufficiale chiamata in causa, ogni valutazione, compresa quella basata sulla mia esperienza personale, e ogni considerazione, tanto sui meriti quanto sui limiti di tale movimento-percorso allo stato embrionale,non possano che trasfigurare – se non sfigurare – nel sentito dire o nel soggettivo
    e, dunque, ritengo personalmente preferibile lasciare che facciano il loro corso pubblico bruciando insieme nel fuoco vivo del passaggio e del rogo mediatico-giudiziario in atto.
    Quel che mi sento di dirle è che per la sua genesi, i suoi presupposti, la sua matrice culturale, il suo modus operandi, quella che è la
    caccia alle streghe di cui sono oggetto da molti anni centinaia di famiglie e persone libere, coraggiose e per bene, va ben oltre il caso specifico,assumendo un rilievo ed un significato
    civile che merita senz’ altro qualche riflessione e qualche approfondimento in generale sperando che abbia,in futuro, tutta l’attenzione che merita.
    con stima, i miei cordiali saluti

  21. monello says:

    ricordiamoci che ci sono 11 persone indagate di arkeon per cui è stato richiesto il rinvio a giudizio .
    Nell’indagine della Procura della Repubblica di Bari vengono contestati agli indagati, a vario titolo, i reati di associazione per delinquere, truffa, esercizio abusivo della professione medica, violenza privata, maltrattamenti di minori e incapacità procurata da violenza.
    Ricordiamoci che diversi padri non parlano più con figli seguaci di arkeon

  22. giuditta says:

    Sul caso Arkeon mancano sin troppe informazioni. Per esempio la voce di centinai di ex che hanno vissuto le pene dell’inferno. Bisognerebbe spiegare a Risè cosa significa la teoria del Padre in Arkeon e poi bisogna che Risè parli anche con chi ha subito danni terribili da questa esperienza. Parlate di linciaggio mediatico, che in realtà non è mai avvenuto, ma perchè non parlate delle aggressioni che fate dappertutto alle persone che hanno avuto il coraggio di denunciare le violenze subìte?
    Dottor Risè, l’argomento è molto caldo e spero che Lei, per l’apertura mentale dimostrata, possa capire anche che esiste un’altra realtà, quella della gente che ha sofferto e che soffre ancora per una teoria utilizzata male.

  23. cosimo says:

    Voglio ringraziare anch’io il dr. Risè per le osservazioni contenute nel suo ultimo post e per il suo commento sulla vicenda di Arkeon. A quest’ultimo riguardo posso fare mia ogni singola parola degli interventi di Fioridarancio, Sudorepioggia e Pietro Bono.

    Ci tengo in particolare a ribadire un concetto, che credo rilevante in questo dibattito. La libertà dell’individuo, e la responsabilità che la rende sostenibile, erano non solo il fine ma anche il metodo del lavoro di Arkeon, per come l’ho conosciuto in anni di frequentazione. Libertà che ci ha fatto incontrare durante i seminari persone omosessuali ed eterosessuali, cattolici e buddisti, gente “ordinaria” e gente “strana”, senza che questo fosse di ostacolo a nessuno, facendone anzi per ciascuno l’occasione per esplorare la propria vita.

    Come lei ben dice, l’omosessualità era un argomento presente nei seminari, come altri del resto, ma non ne era certamente il fulcro. Colpisce, in questo senso, l’ossessività a tratti narcisistica con cui ALCUNI rappresentanti del mondo omosessuale insistano a volersi vedere attaccati e discriminati anche da chi non parla di loro. E colpisce soprattutto come non si voglia cogliere che la tutela della libertà di uno è la difesa della libertà di tutti: la libertà di cercare e scoprire per le vie più diverse la propria identità, quale essa sia. E il diritto di vedere rispettato il proprio travaglio e il proprio dolore in questo percorso, che è seme di amore comunque.

    Credo sia esperienza comune l’incomprensione e a volte addirittura l’ostilità che lo sviluppo dell’identità individuale incontra nel proprio ambiente di riferimento, che da tale cambiamento si sente messo in discussione, posto davanti allo specchio: sembra quasi che l’evoluzione dell’identità individuale sia percepita come una minaccia per l’identità collettiva. Questa esperienza, che gli omosessuali conoscono bene, è la stessa umanissima esperienza che può aver vissuto il protagonista della canzone di Povia, così come qualunque figlio che esce di casa.

    Ma questa esperienza può non concludersi nell’incomprensione e nell’ostilità. Nei seminari, come nelle nostre vite personali, abbiamo visto spesso come questa uscita sia il preludio al “ritorno del figliol prodigo”. E abbiamo visto molti padri e molte madri, consapevoli di aver a propria volta percorso quel cammino in apparente distanza dai propri padri e dalle proprie madri, attendere con fede che la ricerca del figlio si compisse, per ritrovarlo “uomo”. E in questa attesa, riannodare i fili della propria storia con i propri genitori e fratelli, riguardarsi allo specchio e ritrovare in se stessi i figli, i genitori, i nonni, in una storia che ci travalica e da cui ci lasciamo attraversare per farcene portatori.

    Arkeon sosteneva questo percorso individuale.

    Cosimo

  24. angy says:

    Sudorepioggia, cosimo, pietro … sono tutti membri di Arkeon che sponsorizzano solo gli aspetti positivi, ribaltando volutamente la realtà.

  25. angy says:

    Cerchiamo di difendere la libertà di chi ha subito danni e che ancora ne subisce dai membri di Arkeon di difendersi e di dire la propria, invece di subire insulti quotiani, molestie e molte altre cose. Perchè volete zittirci con false e tendenziose notizie che mettete in rete? Perchè non dite la verità alle persone che contattate?

  26. salvatore says:

    Le persone che qui scrivono pro arkeon sono molto vicine ai vertici o ex maestri. Leggendo quello che spargono ad hoc in rete sembrano povere vittime di qualche cattivone che un giorno ha deciso di parlare male della macchina da soldi che li sosteneva in quanto non avevano altro sostentamento oltre ai seminari.
    Io sono molto rammaricato perchè quei seminari li ho purtroppo frequentati e solo col senno di poi ho capito che mi avevano plagiato.
    Il dottor Risè capirà che le indagini e la Magistratura dovranno fare il loro corso

  27. Redazione says:

    La redazione di questo blog non è interessata, e non ha gli strumenti, per dire chi ha torto o ragione nel dibattito pro e contro Arkeon. Lo dirà la sentenza della magistratura, che anche Risé s’è augurato sia rapida, a tutela della libertà e dignità delle persone. Dato che sembra si parli di plagio, concetto giuridicamente fragile ed usato più volte nella storia per conculcare libertà personali (anche contro gli omosessuali, come nel famoso processo contro il prof. Aldo Braibanti, negli anni 60), non è escluso che tocchi comunque aspettare prima di arrivare ad una sentenza definitiva. Fino ad allora, non c’è nessun colpevole, bensì un’inchiesta giudiziaria, si spera avviata a conclusione.
    La redazione rileva tuttavia dalle testimonianze pervenute ( come già noto a chi abbia seguito a vario titolo aspetti della vicenda), che particolarmente irritante nel lavori di Arkeon sia risultato l’obiettivo di trasformazione perseguito dalle persone che li seguivano. Come è noto, è proprio delle società autoritarie, e vecchie, opporsi alla possibilità di trasformazione individuale. Per la personalità autoritaria, ognuno deve stare al suo posto, anche per non suscitare negli altri strane velleità di cambiamento. Gli Stati Uniti d’America, e le democrazie contemporanee, sono nati sull’ipotesi contraria: che ognuno avesse diritto e possibilità di entrare nella propria personale “Gerusalemme celeste”, realizzando progressivamente il proprio Sé. Tutto il lavoro psicologico cui questo blog si ispira, verifica appunto questa seconda ipotesi: il cambiamento è vita, è sviluppo, l’abbandono della trasformazione apre le porte alla depressione, e all’odio verso chi si assume il rischio di “diventare sè stesso”.
    Il resto non ci riguarda. Siamo solidali con tutti coloro che in questa vicenda hanno, a vario titolo, sofferto. E siamo contro ogni linciaggio, ogni auto-da fé, ogni testimonianza resa di fronte alle telecamere con una coperta in testa; che ci farebbe ridere, se non ci preoccupasse. Il processo lo faccia chi, per legge, è titolato a farlo: la magistratura. Noi non ci faremo portatori di minacce, né di invettive. Di richiesta di giustizia, e di libertà, sì.

  28. Daniele says:

    Salve professore, eh, chi nasce dal 18 al 22 Novembre, secondo la Cabala e secondo gli antichi Egizi (Mosé ha codificato l’Angelologia cabalistica proveniendo dal suo rango di sacerdote egizio), dicevo, queste persone nascono col Destino, il “Daimon”, di vivere e comprendere il mistero dell’Androgino, dei due Sessi e delle dinamiche Uomo-Donna, perché voi “MIHAEL” avete una natura Yin-Yang perfettamente pari, siete già una “Coppia mistica” dentro di voi, e non avete bisogno di cercare una persona di sesso opposto: potete averne il DESIDERIO, ma non il ‘bisogno’: siete già una Coppia in voi stessi, e da questa Coppia nascono idee, figli, opere, rivoluzioni (Voltaire, fu un notevole Mihael). E c’è chi, nato in questi giorni come Povia, passa la giovinezza a fare esperimenti (dice che si vestiva da donna, si drogava, ha provato a vivere da gay), chi invece come Lei dedica il proprio lavoro a esplorare le dinamiche dei Sessi e il loro corretto ruolo. E’ detto infatti Angelo degli Sposi. La bibliografia è quella del francese HAZIEL, e soprattutto il Libro degli Angeli di IGOR SIBALDI. Che oltre ad aver scritto un ottimo libro alla portata di tutti, scrive su “Nonsoloanima.tv”.

  29. Redazione says:

    La questione, evidentemente, è di grande attualità. Non dev’essere male, per esempio, Diverso da chi?, film di Umberto Carteni (non l’ho ancora visto), dove c’è un altro Luca, che anche lui era gay, e adesso sta con lei. Pare divertente, e bravi attori. Vedi su http://www.youtube.com/watch?v=48mabAWHi6U&eurl=http%3A%2F%2Fblog%2Epanorama%2Eit%2Fculturaesocieta%2F2009%2F03%2F20%2Fdiverso%2Dda%2Dchi%2Dse%2Dlo%2Dchiede%2Dluca%2Dargentero%2F&feature=player_embedded
    Ciao, Claudio

  30. klee says:

    Condivido quanto Claudia diceva nel primo commento: l’unica cosa da fare sarebbe “l’esperienza diretta raccontata in modo intelligente evitando i sentimentalismi di questi ex”.
    Per farlo ci vorrebbe però uno spazio di ascolto e rispetto. La nostra società ne conosce alcuni, pochi, in certe parrocchie, in certi gruppi di auto-aiuto, in alcune comunità. Ma in genere la nostra società non crea questi spazi, non li custodisce, li ridicolizza anzi e li sfrutta come avviene con gli irreality show.
    La domanda è “perchè?”. E’ solo perchè è difficile custodire questi luoghi dell’anima? Forse. Personalmente ricordo un episodio, cui ho assistito. Una figlia che, in cucina, condivide alla madre il dolore di una lunga distanza affettiva. Madre e figlia piangono. Sorella e padre intervengono a ridicolizzare il tutto, per non entrare loro in quello spazio di verità.
    Io credo che ci sia molta paura di guardare la vita come essa è, rinunciando per un attimo a giudicarla, semplicemente per imparare a conoscerla. E che questa paura venga agitata strumentalmente da alcuni per evitare che gli altri gli pongano domande.

  31. Redazione says:

    Grazie Klee.E’ proprio questo il punto. E’ la domanda risolutrice che alla fine Parsifal si decide a porre al Re Pescatore: “Dimmi cosa ti strugge”? Domanda salvifica, che pone fine , oltre che alla malattia di Amfortas, alla desolazione della terra, che rifiorisce. Domanda però oggi impronunciabile, perché apre la strada alla conoscenza del dolore, ed alla sua trasformazione.Conoscere il dolore, infatti, significa smettere di consumarlo ciecamente; fa perdere soldi a chi li brama, potere a chi non ne può fare a meno……….Insomma è un’azione eversiva. Per la quale les braves gens reclamano, da sempre, la croce. Come per Benedetto XVI quando dice tutto quello che ha detto di fronte al dolore dell’Africa ( e nostro). Il dolore è intollerabile, perché testimonia, sempre, la verità.

  32. Luigi D'Elia says:

    Penso che l’orientamento sessuale, come del resto ogni definizione “di confine”, tra questo o quello: vita/morte, salute/malattia, normalità/anormalità, etc. riguardi l’ordine sociale. Dal mio punto di vista la cosa interessante non è certo lo sport nazionale di schierarsi da questa o quella parte della barricata, della curva statistica di opinione, quanto quella di comprendere come si realizzano nelle nostre società i presidi su questi confini, come si stabiliscono, chi, perché.
    Questo determina una profonda differenza tra visioni della società, dello stare insieme, del nostro futuro.
    La psicologia e la scienza in genere, per quanto rivendichino un ruolo di neutralità, non lo sono affatto e in un modo o nell’altro prendono parte nella diatriba “biopolitica” in atto.
    Sulla questione del transitare tra orientamenti sessuali, trovo l’inasprirsi delle posizioni (tra chi vive questa mobilità come attacco all’ordine morale e chi s’irrigidisce sull’altro lato a difensore di un sexual style) alquanto ridicolo.
    In realtà questa polarizzazione nulla dice dei contenuti in questione, che da una parte e dall’altra sono “gommosamente” manipolati fino alla deformazione (non da ultimo lo slittamento semantico tra disagio, disturbo e malattia), ma dicono piuttosto delle posizioni ideologiche che le cavalcano o alle quali sottostanno.
    Non mi stupisce infatti che anche qui, come sul “mio” http://www.osservatoriopsicologia.it la zona commenti sull’articolo da noi scritto sulla canzone di Povia (articolo che voleva semplicemente prendere le distanze da obsolete vulgate psicoanalitiche – del tutto riprese nel testo della canzone – giusto per ribadire che uno psicologo, in quanto uomo di scienza, non può vestire alcuna divisa, tonaca o tessera di partito) sia stata colonizzata da tifosi (ultrà?) di ogni provenienza, che ci tenevano a ribadire che un gay può scoprire di non esserlo o di non volerlo essere.
    Chissà perché questa considerazione non si risolve nella sua intrinseca ovvietà, ma esorbita e si connota di coloriture morali, politiche, religiose, come se l’intero tessuto sociale ne risultasse minacciato alla radice.
    Il fatto che un etero voglia diventare (o scopra di essere) gay o viceversa un gay voglia diventare (o scopra di essere) etero – faccenda di per sé ben poco appassionante per l’intera società e magari molto cogente per chi la vive – diventa questione ontologica su cui giurarsi guerra di religione.
    Post-modernismo e pre-modernismo trovano dunque un elettivo campo di battaglia sulle scelte sessuali di Luca, piuttosto che sulla presunta delineazione di normalità o rettitudine.
    Ciò che è in gioco, a me pare, è la libertà individuale di stabilire il bene per sé, cosa che risulta per molti inaccettabile. Piuttosto è qualcun altro che dovrà deciderlo, codificarlo, fermarlo una volta per tutte al posto mio.
    Più difficile (molto più difficile) è tollerare l’incertezza e l’ambiguità della vita come intrinseca alla vita stessa e provare a percorrerla, senza bisogno di colonizzarla, con la necessaria umiltà.

  33. Pietro Bono says:

    Se mi è permessa ancora una osservazione polemica, mi dispiace cogliere nel commento del Dott. D’Elia quasi un sentimento di sottile “superiorità”. E anche la conclusione del suo commento, quando parla di “colonizzazione” e di “umiltà”, mi pare purtroppo poco coerente con quello che era il titolo originale dell’articolo da lui firmato e riportato nel “suo” Osservatorio: “LUCA ERA GAY? LA POSIZIONE DEGLI PSICOLOGI”.
    Poi trasformato in “Chiediamo scusa ai gay e alle loro famiglie. La canzone di Povia “Luca era gay” riletta da psicologi”.
    http://oknotizie.virgilio.it/info/79611a98989219c8/opm_-_luca_era_gay_la_posizione_degli_psicologi_-_osservatorio_psicologia_nei_media.html
    O era solo un lapsus Freudiano?

    Pietro Bono

  34. armando says:

    Dott. D’Elia, la sua considerazione sull’ovvietà della possibilitàdi scoprirsi etero o gay non sarebbe stata necessaria se quella canzone non avesse scatenato un mare di polemiche da parte di coloro che questa possibilità di passaggio (solo quella da gay a etero, in realtà) non ammettono o la giudicano oltraggiosa. Se la canzone di Povia fosse stata presa per quello che è, ossia una semplice storia, non saremmo qui a discuterne.
    La questione, come ha detto lei, è semplice: è legittimo e corrisponde alla realtà concreta la possibilità di scoprirsi sessualmente orientati in modo diverso da come si è vissuti?
    E’ la risposta che, evidentemente, non è tanto ovvia. Altrimenti non ci sarebbero state le polemiche. Ed gli psicologhi non sono certo chiamati a pronunciarsi pro o contro l’omosessualità o l’eterosessualità, ma sul fatto che sia ammissibile il passaggio dall’uno all’altro orientamento.
    Armando

  35. Ecco, a me pare che i vostri commenti, cari Pietro e Armando, confermino la sensazione che sia più interessante, in questo dibattito, scoprire da quale parte della barricata mi pongo in quanto psicologo piuttosto che comprendere cosa la psicologia in quanto scienza riesce a comprendere, all’oggi, e nelle sue diverse voci, dei fenomeni in questione. Insomma preoccupa sapere a chi appartengo piuttosto cosa so e come la penso veramente.
    Voglio quindi rassicurare tutti: non appartengo a nessuno; non difendo nessuno; provo solo a stare dalla parte della conoscenza, per quanto mi riesce, e delle persone che a me si rivolgono per disagi connessi. E provo a riconoscere, laddove mi è possibile, quelle condizioni ambientali di eccessivo inasprimento emotivo o ideologico che sono fatalmente sfavorevoli al pensiero e alla riflessione.
    Da Psicologi (con le altre autrici) riportavamo nel nostro articolo dell’Osservatorio Psicologia nei Media semplicemente lo smarcamento da precedenti e vetuste visioni colpevolistiche, deterministiche, medicalistiche, moralistiche, nell’orientamento sessuale e appoggiavamo la protesta delle associazioni gay che condividevano proprio QUESTA critica. Stop.
    Ad Armando aggiungo che la canzone di Povia ha avuto certamente il merito di sollevare il magma di malumori verso la laicità sessuale che sotterraneamente ci attraversa, ma ha avuto anche l’intuito commerciale di rappresentare solo quella direzione della mobilità sessuale (gay verso etero) che “interessava” l’opinione pubblica e ne cavalcava l’onda di emotività (contraria al presunto disordine morale che una reale mobilità bisessuale introduce).
    Alla luce di questa emotività, è letteralmente impossibile porsi in una posizione esplorativa sul tema “orientamento sessuale”. Ovvio che tutto è già scritto e pre-scritto, nella genetica, nell’ordine naturale, nell’ordine naturale guidato dal divino, e così via. Dunque non esiste alcuno spazio al dubbio.
    La riflessione è abolita, il contraddittorio è osceno e piuttosto si preferiscono le barricate.
    Da psicologo non mi interessa nulla dell’orientamento sessuale del mio utente, non sono chiamato a prendere alcuna posizione etica o estetica su questo. Non m’interessa al limite nemmeno tanto sapere perché e percome si è o si diventa etero o gay. M’interrogo casomai sul modo in cui ognuno se la vive. Prendo atto, inoltre, che esiste una dato piuttosto costante (nelle epoche storiche e in tutte le culture) di persone che hanno orientamenti omosessuali. Lo leggo come un dato antropologico (che non vuol dire un dato “di natura” in senso filosofico o religioso), non certo come un dato subordinato più di tanto a fattori contingenti sociologici, familiari, ambientali, seppure anche questi fattori incidono in maniera secondaria e probabilmente non rilevante sui numeri in un verso o nell’altro. Dimostrazione di ciò il fatto che laddove l’omosessualità è vietata e punita essa non scompare, e laddove l’omosessualità è accettata non prevale sull’orientamento eterosessuale.
    M’interrogo sulla complessità dell’intreccio di questi fenomeni e dei mille piani sui quali si muovono, che apparirebbero quasi regolati da fattori sovraodinati e, come sembrano dimostrare alcune ricerche statistiche, legati anche a fattori demografici.
    Prendo atto infine che laddove l’omosessualità è percepita culturalmente come orientamento legittimo, si assiste ad una maggiore mobilità “bisessuale” (in un verso e nell’altro).
    La cosa né mi entusiasma, né m’indigna.
    Da Psicologo il mio compito non è redimere, correggere od orientare (come il caso di un mio paziente mandato dall’esorcista allorquando espresse un dubbio sul suo orientamento al suo ex psicologo-diacono, cosa che lo mandò nel panico), ma di accompagnare la persona nella difficile e dubitativa gestione personale e relazionale relativa al suo orientamento sessuale.

  36. Pietro Bono says:

    Ho letto con interesse anche il secondo intervento del Dott. D’Elia.
    E per scrupolo mi sono riletto anche l’articolo da lui firmato.
    http://www.osservatoriopsicologia.it/2009/03/04/chiediamo-scusa-ai-gay-e-alle-loro-famiglie-la-canzone-di-povia-luca-era-gay-riletta-da-psicologi/
    E sono sinceramente perplesso. E non poco.
    Infati D’Elia scrive nel suo ultimo commento: “…Voglio quindi rassicurare tutti: non appartengo a nessuno; non difendo nessuno; provo solo a stare dalla parte della conoscenza, per quanto mi riesce, e delle persone che a me si rivolgono per disagi connessi. E provo a riconoscere, laddove mi è possibile, quelle condizioni ambientali di eccessivo inasprimento emotivo o ideologico che sono fatalmente sfavorevoli al pensiero e alla riflessione…”.
    Quando invece nel suo articolo esordisce, tacciando subito di “omofobia” la canzone di Povia.
    Poi scrive: “…queste considerazioni riguardano il contenuto culturale che la canzone veicola che ci sembra prodotto di pregiudizi del tutto infondati e sul quale abbiamo qualcosa da dire…”.
    “…La precisazione “Nessuna malattia. Nessuna guarigione” non emenda il testo: è vero, non si parla di una malattia del cervello, ma si equipara comunque l’omosessualità a una condizione di anormalità psichica e si colpevolizza la madre come patogena…”.

    Per finire poi con un esplicito:
    “…Ben comprensibili e condivisibili le proteste di associazioni quali Agedo, Arcigay e Arcilesbica, nonché di esponenti del mondo intellettuale…”.
    Se non è schierarsi questo…
    E non saprei concludere che con le parole di Risé: “…La richiesta di togliere la canzone dal festival, quindi, mette in pericolo proprio ciò che dice di difendere: la libertà sessuale, di cui la libertà di parlare senza pregiudizi della sessualità è parte integrante…”.
    Grazie della pazienza.

    Pietro Bono

  37. Daniele says:

    Ma signori, io penso che ancora una volta gli Antichi abbiano da offrirci una visione delle cose più dolce e sensata: “malato” non significa “uno che brucerà all’Inferno”, significa, per la concezione del Mondo che è propria delle culture più profonde, lo Sciamanesimo, la Cabala, la cultura classica ecc., che una certa persona ha in sé un germe di “diversità”, un eccesso, un daimon, un elemento anomalo che incarna in lui un principio di “HETE”. Hete, in Aramaico, significa sia peccato, sia trauma, sia malattia: e si compone di geroglifici che indicano un eccesso di Energia Vitale, di Anima, che crea una condizione di disadattamento al Mondo, e che si manifesta come malattia, stravaganza o squilibrio psichico. E quando Gesù parla di Peccatore e Peccato, usa questa parola, HETE, cioè: il peccatore, il malato, il Diverso (in senso non per forza negativo) è un uomo in cui si manifesta una denuncia, un trauma, un eccesso particolare. Che l’omosessuale sia una persona carica di “HETE”, è INDUBBIO. E su quel “peccato”, su quella condizione anomala, su quella sua tensione, traumatica o non, può anche costruire una sua poesia, un suo romanzo, una sua leggenda personale. E, per gli antichi, non è tanto importante poi una visione neè SANITARIA del ‘peccatore’, ne’ una visione a tutti i costi SOCIO-POLITICA: il Diverso è il Diverso, è un archetipo, poi certo, maltrattarlo è vile e violento, ma come vale anche per tutti gli altri innocenti!

  38. armando says:

    Mi scusi dott. D’Elia, ma quì il problema non è se essere pro o contro l’omosessualità (domanda insensata) , ma se si ammette la possibilità di scoprirsi diversi da come si è vissuto, in un senso o nell’altro. Non c’è bisogno di fare tanti ragionamenti o distinguo. La risposta è si oppure no e non implica alcun giudizio sull’omosessualità, nè alcuna indagine per risalire alle sue cause (genetiche, di costume, di rapporti familiari, demografiche o altro), peraltro destinata a rimanere, concordo con lei, senza risposta certa. E pur non essendo psicoterapeuta concordo anche sulla necessità che lo psicoterapeuta debba proporsi di far scoprire al paziente ciò che per se stesso è un bene, ed aiutarlo a vivere serenamente, a prescindere da ogni giudizio morale (moralistico). Ma è proprio per questo che diventa inspiegabile, e se mi permette ambigua, la sua solidarietà a quelle associazioni gay che escludono a priori che un omosessuale possa percepire un disagio autentico e sentire che la sua vita è da un’altra parte.
    Perchè se si ammette che un eterosessuale possa scoprirsi diverso, si deve necessariamente ammettere anche l’inverso, qualsiasi siano le cause delle , chiamiamole così, conversioni.
    Tutto il resto è ideologia, per la quale quando la realtà si dimostra diversa dalle proprie idee, non sono queste ad essere sbagliate, ma è la realtà ad essere sbagliata e dunque da cambiare. Siamo insomma nell’anticamera del totalitarismo, qualsiasi sembianza assuma.
    armando

  39. Luigi D'Elia says:

    La solidarietà verso le associazioni gay, nel nostro articolo sull’Osservatorio Psicologia nei Media, è evidentemente legata alle “scuse” che facciamo loro per le passate teorie sull’etiologia dell’omosessualità, ma anche perché nella canzone il “frame” pietistico/giudicante sulla condizione omosessuale ci è apparso evidente (a partire da un’ideologia della normalità=felicità che non riscontriamo nelle nostre esperienze professionali).
    Condivido con tutti coloro che mi rispondono che ogni pensare ideologicamente queste cose sia in sé errato, da una parte e dall’altra. E mai avrei accettato l’esclusione della canzone per dei veti politici opposti e contrari. Aggiungo però che a mio parere non esiste nessuna lobby omosessuale, così come tra le righe, mi pare di cosgliere da alcuni interventi.
    A Daniele dico: interessante la sua prospettiva, ma mi domando chi, come, perché si muova l’asticella della “diversità”. Non mi sembra infatti cosa scritta deterministicamente, ma muta da una declinazione cuturale all’altra e da un’epoca all’altra. L’idea di invarianti di natura mi atterrisce tanto quanto il totalitarismo (anzi nè è in sostanza all’origine). Tutto sta dunque a stabilire “diverso da chi”…
    Quali criteri utilizziamo: statistici, culturali, religiosi, economici? Mah…
    Ad Armando dico: si, certo, sono d’accordo, ho conosciuto professionalmente percorsi dell’orientamento sessuale variegati e bidirezionali, ed infatti io parlavo di “bisessualità”… ;o)

  40. argonauta says:

    Più ingenuamente a me sembra che certi tipi di osservatori assomiglino a delle nuove e postmoderne guardianie tecnocratiche.
    Guardianie attraverso cui un certo collettivo ( inconscio?) pretende di esercitare veti e sanzioni pubbliche per imbrigliare quante più coscienze individuali possibili e sbarrare loro la possibilità di .

  41. argonauta says:

    Più ingenuamente a me sembra che certi tipi di osservatori assomiglino a delle nuove e postmoderne guardianie tecnocratiche.
    Guardianie attraverso cui un certo collettivo ( inconscio?) pretende di esercitare veti e sanzioni pubbliche per imbrigliare quante più coscienze individuali possibili e sbarrare loro la possibilità di ritornare finalmente a casa!
    (ora la frase è completa)

  42. Ho già manifestato sul mio blog ( http://sudorepioggia.wordpress.com/2009/03/28/infestante-e-da-non-divulgare-quello-che-non-e-politically-correct/ )la forte perplessità per queste scuse a nome degli psicologi. Non mi risulta che la teoria delle genesi familiare dell’omosessualità, che affonda le sue radici nelle psicanalisi, sia così vetusta, a meno che forse si consideri vetusta la stessa psicoanalisi. Ancora più preoccupante è il definire questa visione dell’omosessualità – che si ritrova in qualche modo nella canzone – come infestante e non da divulgare, cosa che l’articolo di Serra, Tinelli e D’Elia fa.
    Qui riprendo il discorso sulla bisessualità che mi è parso curioso venisse tirata in ballo per la storia raccontata da Povia. Mentre una persona con comportamenti eterosessuali che passa a comportamenti omosessuali, è omosessuale; quando accade il contrario, è al massimo bisessuale e si parla di flessibilità di comportamenti.
    Ribadisco la mia sorpresa nel vedere tra gli autori Lorita Tinelli che si è occupata, come noto, del caso Arkeon, argomento del quale, nonostante il clamore suscitato da Striscia La Notizia relativamente ad Arkeon, omosessualità e canzone di Povia, nell’articolo si tace completamente.
    S&P

  43. Luigi D'Elia says:

    Si, caro “sudorepioggia”, è alquanto vetusto il punto di vista causale, colpevolistico e familiare sull’etiologia dell’omosessualità. E non credo che la psicoanalisi contemporanea possa mai sostenere questa linea.
    L’omosessualità è un orientamento ordinario della sessualità. Non ho mai sostenuto ciò che lei mi attribuisce: quando parlo di bisessualità (ed è la psicoanalisi, tra l’altro, che lo afferma) dico che si tratta della condizione-base di tutti: etero ed omo, per cui il transito è aperto da entrambe le direzioni. A dispetto delle prescrizioni culturali.
    Purtroppo se si parte dalla prospettiva che l’omosessualità sia una disgrazia da emendare, occorre necessariamente, ed in automatico, ricercarne una causa, un colpevole, ed in genere trovare la colpa nelle relazioni familiari è ancora uno sport diffusissimo, anche tra gli psicologi.
    Non essendo invece, secondo gli attuali orientamenti scientifici (e neanche secondo me), alcuna disgrazia, non necessita di alcuna cura o espiazione, se non nei risvolti, che nulla hanno a che fare con l’orientamento in sé, per cui esistono conflitti (interiori e non) nel viversi la propria vita di relazione e sentimentale (sia essa etero che omo).
    Se parliamo invece della prospettiva colpevolistico-familiare (in generale), i colleghi che come me lavorano da molti anni con i “campi mentali familiari” hanno superato da molti anni questa prospettiva “emotiva” e questi automatismi mentali e sanno benissimo che essa non è di nessuna utilità a livello clinico.
    La famiglia di origine non è la fonte di tutti i mali degli individui. Né serve pensare semplicisticamente che, recisi i legami familiari (per inciso, indissolubili sul piano della vita mentale), tutto sia risolto. I legami familiari vanno attraversati e casomai “risolti”, non certo nella direzione della loro abolizione, piuttosto nella direzione dell’individuazione e dello svincolo (che non significa rescissione, separazione).
    Non conosco la vicenda Arkeon della quale lei mi accenna. So solo che è in corso un procedimento penale, piuttosto serio a loro carico. Mi asterrei da ogni valutazione prima di ogni pronunciamento della Magistratura. Non capisco a quale titolo l’articolo sulla canzone di Povia c’entri con questa vicenda e con la collega Tinelli e della quale mi sembra così preoccupato.
    Mi sembra, comunque, un confondere i piani del discorso, non so a quale scopo. E qui, sinceramente, la cosa m’interessa molto poco.

  44. Caro Risé,

    non abuserei oltre dello spazio offerto dal suo blog se l’intervento di D’Elia non mi chiamasse direttamente in causa, attribuendomi peraltro cose che non ho mai detto per il semplice motivo che non le penso.

    Sarei curioso di sapere su quale basi quelle teorie sulla genesi dell’omosessualità che, a mio giudizio confusamente, D’Elia chiama causali, colpevolistiche e familiari sarebbero da considerarsi “vetuste”. Ma non è certo questa la sede. Non ho peraltro le competenze per delineare la posizione della psicanalisi sull’omosessualità e prendo atto della posizione di D’Elia sulla bisessualità.

    Dal testo di D’Elia, sembrerebbe che io ritenga l’omosessualità sia una disgrazia da emendare. Non lo penso, ma concordo con chi afferma il diritto a verificare anche terapeuticamente un orientamento sessuale non soddisfacente. Che, almeno nel caso dell’orientamento eterosessuale di partenza, è la posizione di quasi tutti gli psicologi. Penso senza dubbio che ricercare le cause del proprio vissuto nella propria storia familiare sia utile ed importante; e che far passare questa ricerca per necessaria colpevolizzazione sia una mistificazione.

    Mi sono formato l’impressione che l’equivalenza genesi familiare dell’omosessualità=disgrazia, come sembra ribadire D’Elia, sia immotivata, illogica, e pretestuosa. Dalla famiglia ci derivano, in maniera complessa e non deterministica, molteplici inclinazioni. Valutarne la bontà è altra cosa rispetto a riconoscerne l’origine.

    Lascio i suoi colleghi, se interessati, a dibattere sull’utilità della visione familiare che mi sorprende D’Elia legga solo in chiave colpevolistica. Dove mi trovo, come ho già scritto, in totale disaccordo è nel giudicare “infestanti” e da “non divulgare” le visioni dell’omosessualità, per esempio, dei medici cattolici, tanto più, quando, come nella canzone di Povia, rappresentano semplicemente l’elaborazione dell’ormai ultracinquantenne protagonista della canzone.

    D’Elia sembra lasciar credere che io pensi che “la famiglia è l’origine di tutti i mali degli individui” o che i legami familiari vadano recisi. Non so con chi, o con cosa, o per quale motivo, si confonde. Mi aspetterei di certo maggiore rigore, ma di sicuro è stata una semplice confusione.

    Certamente, la famiglia è l’origine di tanti, enormi beni, e anche alcuni mali, nella storia degli individui – per questo la considero sacra.

    Ho sentito altrove la straordinaria teoria – che D’Elia fa sua – secondo la quale di Arkeon non si può parlare per via di indagini o procedimenti in corso. Non ho dubbi che, ai tempi di Dreyfus, qualcuno sosteneva la stessa identica posizione. So che è anche la posizione di Lorita Tinelli che peraltro di Arkeon, dal suo punto di vista, ha sempre parlato.

    Ma sono anche queste, ne sono certo, parole dette da D’Elia senza riflettere. Non solo i giornali parlano soprattutto di procedimenti in corso, ma questo ragionare ha condotto proprio Lorita Tinelli a denunciare due colleghe, Raffaella Di Marzio e Simonetta Po, alla magistratura: per aver avanzato un punto di vista diverso sulla vicenda Arkeon. Non ho dubbi che, invece, D’Elia stia dalla parte della libertà di parola e d’opinione.

    La ringrazio di nuovo del suo spazio.
    S&P

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