Il carattere solido degli italiani

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 16 marzo 2009, www.ilmattino.it

L’Italia regge la bufera meglio degli altri Paesi: l’ha confermato anche il Censis, con il suo segretario generale, Giuseppe De Rita, insospettabile di simpatie governative. Il che significa che, a far meglio, sono soprattutto gli italiani, e alcune loro caratteristiche innate, e spesso criticate.
Quali sono le qualità-difetti, che hanno protetto l’italiano, in questa come in altre precedenti crisi? La prima, che emerge da tutti i dati a disposizione, è che non è semplice dargliela a bere.
L’italiano si convince, ma fino a un certo punto. È questo che spiega, più di ogni altra cosa, il fatto che di «titoli tossici», i famosi «derivati» che hanno inguaiato mezzo mondo, qui ne siano stati venduti pochini. E solo a enti burocratici: comuni, enti previdenziali; quasi nulla a individui paganti di tasca loro, i quali non hanno abboccato.
Le banche e le finanziarie che cercavano di venderli, i titoli tossici, c’erano anche qui (ma comunque meno numerose e convinte che negli altri paesi). Le promesse mirabolanti dei prospetti pubblicitari, delle campagne a pagamento, sono circolate anche da noi. Il pubblico, però, non c’è caduto. È un’indicazione interessante. Può darsi che ogni tanto qualcuno di noi ci provi a vendere i Faraglioni a un turista sprovveduto, ma mai a un italiano. Siamo ancora troppo vicini a una secolare povertà, ai sacrifici delle precedenti generazioni nel costruire un benessere, alle difficoltà di uno sviluppo non sostenuto da giacimenti di materie prime o da ricchezze accumulate nei secoli, per buttare i soldi in scommesse finanziarie. Infatti non l’ha fatto quasi nessuno.
È la forza di un popolo, e di una psicologia individuale e collettiva, che non è ancora identificata nella ricchezza, e quindi non cade nella sua principale trappola: credere che riprodurre e moltiplicare il denaro sia facile. L’italiano sa che non lo è. Ciò lo rende meno veloce nel cogliere le onde dell’espansione: l’Inghilterra post Thatcher si è sviluppata enormemente di più che l’Italia dell’ultimo quindicennio; ma dopo è caduta molto più rovinosamente. Qui ci si entusiasma di meno, si dubita di più, si procede con cautela. Qualcuno dice che siamo cinici: di certo non siamo boccaloni. Una caratteristica che rallenta le corse, ma evita alcuni precipizi.
Poi c’è il legame con la terra, che è anche simbolo del rapporto con la «base di realtà», con il mondo delle cose esistenti, non di quelle immaginate o sperate. Per gli italiani la terra è molto importante: chi poteva se ne è tenuta almeno un po’; quasi tutti gli altri sperano di comprarsene forse un pezzetto, e lo preferiscono a qualsiasi titolo, o obbligazione. Per certi versi è normale in un popolo che, ancora un secolo fa, era composto nella sua maggioranza di contadini. Ma è anche il segno di uno sviluppo che non ha tagliato le radici. E quindi, per quanto forte, non ha fatto perdere la testa a troppi.
Del rapporto con la terra fa parte anche la proprietà della casa (poggiata appunto sulla terra), che in Italia è straordinariamente diffusa; anche perché moltissimi la casa se la sono costruita con le loro mani.
Un Paese di ex contadini (con forti speranze di ridiventarlo), e un presente di muratori a tempo pieno o per diletto, è difficile da sradicare con droghe di tipo finanziario. Non ci crede, non le prende. Infatti non le ha prese.
Poi (o prima ancora) c’è la famiglia. Un collante di affetti, solidarietà, e progetti condivisi che nei momenti di difficoltà si ricompatta, fa cassa comune, aiuta e consiglia molto più efficacemente di tanti «personal banker». Ecco perché l’Italia tiene.

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5 Responses to Il carattere solido degli italiani

  1. Caro Risé, mi vengono in mente tre osservazioni al suo post, che ho trovato molto interessante. La prima è quanto è stato fatto in questi anni per sminuire quei dati caratteriali italiani che lei loda. Credito al consumo spinto da banche e pubblicità, al posto dei risparmi, cui la televisione non è estranea. Forse la crisi questa volta è semplicemente arrivata appena prima che ci lasciassimo andare. Il tema terra, poi, è complesso: la nostra terra la vogliamo, ma anche la trascuriamo e la distruggiamo. Se dare la casa ai più è lodevole, mi sembra che ormai con la terra ce l’abbiano tutti, a destra e a sinistra.
    Infine, se il modello anglo-sassone è in crisi e dimostra di aver sbagliato di grosso, siamo in grado di contrapporre qualcosa d’altro che non sia passiva resistenza? La mia sensazione è che, nonostante tutto, dovrò ripartire da USA e Gran Bretagna perché, con tutti i disastri, hanno una forza vitale ed un’energia che l’Italia ha perso forse da cinquecento anni. Così almeno mi sento di orientarmi per me e nell’insegnamento ai figli, perché credo che gli insegnamenti paterni e le tradizioni debbano fornire una solida e certa imbarcazione con cui, però, solcare mari aperti e sconosciuti. E di mari aperti, nella mentalità italiana prevalente, ne continuo a vedere pochi.
    S&P

  2. Redazione says:

    E’ vero, siamo indietro di circa cinquecento anni. Tutte le mie formazioni professionali ho dovuto costruirmele fuori dall’Italia: semplicemente perché qui nessuno era davvero al corrente di quelle materie. Ai miei figli ho cercato di fornire formazioni internazionali, per la stessa ragione. L’italia non inventa nulla da tempo (tranne il fascismo che era, appunto, una reinvenzione del passato). Però è bravissima nel sopravvivere. E’ talmente premoderna, che tende a non cadere nelle trappole, anche mortali, della modernità. Non è poco. Per non impazzire oggi, è necessario mixare tradizione umanistica, arcaismo premoderno, e postmodernità. Per questo, l’Italia è una buona base operativa.
    Claudio

  3. ivano says:

    Ci sono infatti numerosi studi storici secondo cui l’Italia, nonostante i ritardi, si collochi per creatività e flessibilità ai primi posti in Europa. Ad esempio importanti istituzioni econonomiche (banca, credito etc) le abbiamo inventate noi, dai tempi di Francesco nei secoli Xi e XII. Si veda ad esempio Vera Zamagni (insegna all’Univ di Bologna), Dalla rivoluzione induistriale all’integrazione Europea, Il mulino.

  4. luigi says:

    patriarca

  5. Roberto L. Ziani says:

    Una volta mi fu detto: “Il figlio dell’uomo povero è intelligente, il figlio dell’uomo intelligente è ricco, il figlio dell’uomo ricco è stupido, il figlio dell’uomo stupido è povero.”
    L’Italia figlia della sofferenza aveva un cuore e una coscienza grandi come pochi al mondo.
    Oggi mi pare che siamo soprattutto diffidenti e furbi.

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