Meno depressi, se la vita è una lotta

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 23 marzo 2009, www.ilmattino.it

Negli studi degli analisti le depressioni non stanno più aumentando, per la prima volta da anni. Lo stesso, sembra, per le forme di panico, le crisi gravi d’ansia. Se si eccettua il girone infernale dell’adolescenza, che ha i suoi specifici guai, dalla droga alla scuola esigente ma inefficiente, ai traumi post-separazione, sembrerebbe quasi che la gente stia un po’ meglio. Come mai? Si direbbe che anche questo è uno dei tanti effetti della crisi sulla psiche individuale e collettiva.
Le paure reali, infatti, cacciano quelle immaginarie. Il posto di lavoro incerto, il benessere in discussione, i risparmi decimati, tolgono vigore alla sindrome dell’automobilista terrorizzato, quello che non riesce più a far partire la macchina perché teme lo scontro, e svuotano la noia da week end, quando non si sa cosa fare.
Di fronte al coraggio col quale pazienti fino a poco fa sfiniti reagiscono a situazioni davvero problematiche, il terapeuta è preso da un dubbio. E se l’essere umano avesse proprio bisogno di lottare? Se a logorarlo non fosse la fatica, quello che ci siamo abituati a definire stress (e che vediamo ormai dappertutto), ma proprio l’immaginaria sicurezza nella quale abitualmente ci culliamo, garantiti da una visione della vita tranquilla e ripetitiva, che in fondo ci annoia? Se si seguono queste domande poco usuali, si possono scoprire diverse cose. Per esempio: quello stesso automobilista terrorizzato viene colto dall’ansia, in genere, quando deve avviare la macchina per spostarsi dal solito parcheggio ad una meta altrettanto abituale e prestabilita. Oppure: il depresso cronico non lo era affatto fino a quando la mamma non gli proibì improvvisamente le uscite con gli scout, fonte frequente di raffreddori e sbucciature. Tutte nate da prove e sfide reali, che mettendo sotto sforzo il ragazzo, allontanavano qualsiasi fantasia depressiva.
Seguendo queste osservazioni, si intravedono possibili risposte ad altri interrogativi. Come mai i ragazzi albanesi che attraversavano il canale d’Otranto su impensabili carrette non erano mai depressi, e i nostri figli con motorino garantito a quindici, e spesso l’automobile a venti, invece sì? Incrociando casistiche personalmente raccolte, dati sociologici, osservazioni empiriche, si notano verità seminascoste. Non è la maggiore agiatezza in sé che toglie vigore e vitalità psicologica, quanto l’abitudine a contarci come un dato acquisito, e non qualcosa da riconquistare continuamente.
Fino a pochi decenni fa, nell’educazione borghese, si insisteva molto sul fatto che non era il patrimonio accumulato dai padri a decidere dello status dei figli, quanto la loro personale capacità di guadagno e affermazione. Le ricchezze più recenti hanno meno insistito su questo punto. I padri, orgogliosi dei risultati raggiunti, li hanno spesso presentati ai figli come parti ormai acquisite della loro identità.
Le sentenze della magistratura che obbligavano i genitori al mantenimento dei figli, indipendentemente dall’età e impegno, hanno fatto il resto. In questo modo si sono spalancate le porte alle depressioni, e all’ansia. Perché se è tutto già stabilito e assicurato, non ha più alcun interesse: la depressione è alle porte. Oppure, l’inconscio percepisce comunque la precarietà di questo quadretto tranquillizzante, anche se viene taciuta: e allora si sviluppa il panico.
Le energie di cui la psiche umana dispone per fronteggiare le difficoltà, se non utilizzate, si ritorcono contro di noi, e diventano malattie. Che diminuiscono, a volte scompaiono, nei momenti davvero duri. Scomodi, ma terapeuticamente fecondi.

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12 Responses to Meno depressi, se la vita è una lotta

  1. Pietro Bono says:

    Sono cresciuto, per mia fortuna, in una cultura contadina, dove per i principali lavori, come aratura, semina, mietitura e trebbiatura, era ancora assolutamente indispensabile la collaborazione tra tutti. E dove, ovviamente, il sudore e l’incertezza del raccolto, erano di casa. Eppure non è mai mancata, intorno a me, la fede nella terra e nella vita, anche nei momenti più duri. E certo non c’era spazio per la depressione.
    Ricordo la mia esperienza di educatore, in un ospedale psichiatrico, negli anni ottanta. E certo non sarebbe stata per me umanamente sostenibile, senza la mia dura pratica dell’alpinismo nei fine settimana.
    Ho scelto per me e per la mia famiglia, un luogo in cui spesso le persone arrivano ancora al bar a cavallo.
    Insomma, pur senza ritenermi particolarmente masochista, credo che un’esistenza più sobria, e magari anche un po’ meno scontata e garantita, possa solo giovare alla qualità della vita e delle relazioni.
    Ritengo, come ci ha anche suggerito Viktor E. Frankl, un autore che certo in fatto di travagli ne sapeva qualcosa, che la ricerca di senso nella vita, sia importante. E a volte, questa ricerca di senso è altrettanto laboriosa del lavoro nei campi. Ma anche altrettanto proficua.
    Grazie ancora Risé per le Sue sollecitazioni.

    Pietro Bono

  2. antonello says:

    leggendo questo articolo capisco quanto sia stato profetico ciò che Risé dice nel suo libro Essere uomini. La virilità in un mondo femminilizzato (Red Ed) spiegando la fine della spinta vitale e della creatività nel mondo dell’identità fabbricata che ci circonda: “Al termine di questo processo, l’uomo occidentale, col suo guerriero interiore in poltiglia, è ormai ridotto a uno schiavo. Incapace di azione e mosso soltanto da spinte reattive alle difficoltà che lo assediano. Reazioni sempre più deboli, e sempre meno nobili”. Ma mi sembra di capire che forse qualcosa sta cambiando (è urgente che cambi)
    antonello

  3. Lele says:

    Io, la ‘depressione’ più forte che ho avuto è stato quando mi hanno fatto firmare il contratto a tempo indeterminato!!

  4. Claudia says:

    Una piccola osservazione. Nel romanzo “Furore”, prima uscita 1939, l’autore Steinbeck (di sesso maschile, preciso) osserva l’atteggiamento “solido” femminile delle donne americane di vivere giorno per giorno le enormi difficoltà e, perciò, di non logorarsi più di tanto l’animo. E la frequente incapacità degli uomini di abbandonare i grandi sogni proiettati nel futuro di fronte a una situazione di estrema drammaticità. C’è chi scappa, chi abbandona la giovane moglie, l’anziano che non accetta di lasciare la sua stamberga e ci muore, un’atteggiamento maschile generale di immobilità mentre le donne, nonostante tutto, si rimboccano le maniche.
    Non so a quale momento storico si possa far risalire con precisione questa “femminilizzazione” della società, ho sempre pensato fosse cosa più recente del ’39 (quantomeno del dopoguerra). Ma se è vero che un romanzo non è un documento storico – anche quando l’autore narra di cose appena vissute – non so quanto sia giusto o utile far convergere sempre tutte le disgrazie o le mancanze maschili nella femminilizzazione della società (mi riferisco in particolare alla risposta di Antonello). Così si rischia di manifestare ogni volta il solito punto di vista debole, reattivo (appunto) e fossilizzato su una posizione “ribelle”. E noiosa.
    c

  5. Alessandro says:

    Sono sicuramente d’accordo con quanto detto qui ma al fatto che l’agiatezza, se diventa dato acquisito apra le porte alle paure immaginarie aggiungerei che l’atteggiamento opposto potrebbe essere quello della gratitudine di ciò che si ha. La gratitudine come stile di vita intimo ci mette già in una disposizione di godimento dei beni senza “aquisirli”. E credo che quelle energie psichice che si utilizzavano contro di noi quando non venivano utilizzate nella ri-conquista di ciò che non si ha si ritorcono a nostro favore e beneficio per mezzo dell’attegiamento di gratitudine.
    Del resto di conquiste da fare anche nella società del benessere ce ne sono tantissime anche se meno esplicite e un pò troppo latenti.

    Alessandro

  6. Mauro says:

    X Claudia. A mio modesto parere, di non addetto ai lavori, ritengo che il motivo principale per cui in una società moderna moltissimi uomini tendano a deprimersi, a perdere vitalità e parimenti a cercare delle vie di fuga, sia da ricercare nel fatto che essi sono dei predatori castrati dalla società, dalle leggi, dal sistema. Non a caso in alcuni miei vecchi post sostenevo che nascere maschi è una disgrazia * (opinione che tu sicuramente non condividerai). Per le donne è diverso; le femmine non nascono predatrici.
    __________________

    * Per essere ancora più chiaro, ritengo che la vita stessa sia una disgrazia. Ma questa è un’ altra storia.

  7. Claudia says:

    Non lo so se nascere uomini sia una disgrazia, non essendo uomo. E probabilmente il mio commento non era granchè a tema, perchè facevo una critica alle risposte e non all’articolo…
    Dicevo, comunque, che sono tante le ragioni di come (uomini o donne) ci si muove, si sceglie, si soffre e così via. Ricondurre tutto a un’unico aspetto della società (pur vero, non discuto!) mi sembra ingiusto.
    Sui predatori ci andrei piano, non siamo delle bestie, è sperabile che ci sia altro al di là dell’istinto.
    Claudia

  8. Mauro says:

    E’ ovvio che c’è anche dell’altro oltre all’istinto. Ciò non toglie che l’Uomo sia una bestia evoluta. Negare questo, significa negare l’evidenza.

  9. Pingback: Blessing The Time

  10. Roberto L. Ziani says:

    “Le energie di cui la psiche umana dispone per fronteggiare le difficoltà, se non utilizzate, si ritorcono contro di noi, e diventano malattie. Che diminuiscono, a volte scompaiono, nei momenti davvero duri. Scomodi, ma terapeuticamente fecondi.” Condivido al 100%.
    Ricordate la vecchia battuta di John Belushi “Quando il gioco si fa duro…”, in un certo senso afferma proprio questo: che se sei qualcosa di valido, più facilmente l’occasione di dimostrarlo sarà durante una crisi seria, che non durante una situazione “normale” o “giocosa”. Peccato soltanto che lui stesso non abbia saputo dimostrarsi all’altezza.

  11. Maria says:

    E’ vero, mi riconosco anch’io in quello che dice il professor Risè: quando la vita diventa una lotta, per conquistare da soli, o tentare di non perdere, stabilità e certezze, le tristezze scompaiono.
    Che non vuol dire che la vita all’improvviso diventa fantastica, ma semplicemente si è così concentrati sul presente, sulle cose da affrontare, e che si ha voglia di affrontare, che mille dubbi, paure, incertezze, si dissolvono come se non fossero mai esistiti.
    All’improvviso, il bivio su cui ci si era soffermati (e interrogati) per troppo tempo, si sorpassa con decisione e slancio, che sembrano impensabili perfino a noi stessi.
    Vengono fuori risorse inaspettate, e questo è bellissimo.

  12. armando says:

    Leggo solo ora il post di Claudia, rispetto al quale vorrei osservare questo: la situazione maschile e quella femminile rispetto alle incertezze prodotte dalle crisi economiche sono molto diverse, sia sul piano materiale che su quello psichico. Sul piano materiale perchè, almeno fino a pochi decenni orsono quando le donne non lavoravano fuori casa, le crisi economiche e l’incertezza che ne deriva non stravolgevano così radicalmente le abituidini e i compiti quotidiani. Dal punti di vista psichico l’uomo, abituato a percepirsi (e ad essere) come colui che provvede al mantenimento della famiglia, si viene improvvisamente a trovare in una situazione in cui il proprio valore è messo in dubbio, ai suoi stessi occhi ed anche a quelli della moglie. Prova ne sia che, oggi ancora più di ieri, quando è l’uomo a perdere il lavoro le probabilità che la famiglia si sfasci sono altissime. E ciò perchè la psiche umana non cambia tanto facilmente, e l’uomo che non ha reddito non “vale” nè socialmente nè per la donna, tanto che si usa dire che è un “fallito”.
    Vedo due tipi di problema. Il primo è che il maschio, molto più della femmina, viene valutato per quello che guadagna. Quì occorrerebbe un’analisi più approfondita, ma si tratta comunque di spada di damocle tremenda che, occorre dirlo, gli uomini stessi hanno laragmente contribuito ad appendere sulla propria testa.
    Il secondo, di ordine ancor più generale, è che nelle società così dette avanzate la forma prevalente con cui ci si guadagna da vivere è quella del lavoro salariato che per sua stessa natura, ed anche per le lunghe e dure lotte dei lavoratori (maschi in primo luogo) ha offerto finora più garanzie e minori rischi rispetto al lavoro autonomo. In ultima analisi, femminilizzazione della società significa questo. E non si può disconoscere che finora gli uomini, più delle donne, si sono sobbarcati l’emigrazione, i rischi e le fatiche dei lavori più duri e rischiosi, con la lotta che ciò comporta. Può essere che ora la situazione sia cambiata da qualche decennio a questa parte. Ma allora la soluzione non sta nel fare confronti impropri come quelli di Claudia (che legge secondo me superficialmente Steinbeck), ma creare le condizioni affinchè gli uomini riscoprano il loro essere guerrieri (interiori). Per il bene proprio, dei figli, ed anche delle donne.
    armando

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