La solitudine globale, e le sue stragi

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 6 aprile 2009, www.ilmattino.it

L’ultima strage in cronaca, l’immigrato asiatico che a Binghamton, New York, ha ucciso 13 persone, ferite quattro, e poi si è tolto la vita, affonda le sue radici nel sentimento più diffuso nel mondo globale: la solitudine. È infatti questo il dato comune, sempre presente in queste stragi impersonali, spesso contro sconosciuti: l’attacco violento agli altri, con i quali non riesci a comunicare. Li uccidi, perché non sei mai riuscito ad incontrarli. E questo ti impedisce di vivere. Senza l’altro, infatti, la vita dell’uomo perde di senso.
Il lavoro perso, come in altri casi lo scacco scolastico, o la delusione sentimentale, sono solo l’ultima goccia che scatena la disperazione finale. Sotto, c’è il fallimento dell’incontro con gli altri, la solitudine vissuta come condanna ad una vita impossibile, perché priva di quel calore affettivo che è indispensabile nutrimento di ogni esistenza umana.
Quando la psicoanalisi dice che l’Eros, la spinta verso l’altro, è la più potente delle passioni non sta parlando solo della sessualità. Anche Freud lo intuiva quando diceva che lo stesso Eros ispira anche la guerra e la morte, forma rovesciata di incontro con l’altro, quando quello amoroso non è possibile.
Abbiamo bisogno di abbracciare l’altro, di venirne abbracciati. Quando questo incontro affettivo, umano, personale e sociale non si realizza, la personalità si ammala, il rapporto con la vita diventa difficile, e la fantasia della morte, data a sé e/o agli altri, viene vista a volte come unica prospettiva di uscita, oltre che come regolamento di conti con un’esistenza vissuta come troppo crudele.
La durezza e la violenza di queste ribellioni alla solitudine personale ci spiegano, anche, perché giovani e giovanissimi oggi sentano invece così importante il contatto con altri, l’amicizia, e qualsiasi forma di socializzazione, da Facebook, a YouTube, alle mille tribù della rete, a tutte le mode, che sono contemporaneamente fonti di aggregazioni giovanili.
Si dice spesso che questi ragazzi non sanno stare soli, non reggono la solitudine: è vero, e queste stesse stragi, spesso compiute da giovani, precipitati appunto nella solitudine, lo dimostrano. Forse però, liquidando la questione in questo modo, noi ci riferiamo ad un’idea romantica e non attuale della solitudine, che non tiene conto di cosa significhi essere soli nel mondo globalizzato di oggi. Un mondo in cui gran parte delle appartenenze che hanno sempre rappresentato la rete di salvataggio dell’essere umano in difficoltà (la famiglia, l’etnia di origine, la cultura e solidarietà della classe di provenienza, la religione), sono state violentemente attaccate dai modelli dominanti, ed hanno finito per entrare in profonde crisi e trasformazioni. Il solitario novecentesco poteva sempre rifugiarsi in una di queste reti, oggi chi si ritrova solo ha di fronte a sé un mondo che percepisce come impersonale e privo di reale interesse affettivo.
Per questo i giovani sono così attenti a stabilire e rafforzare i loro luoghi e modi d’incontro, reali e virtuali. Per questo chi scivola invece fuori da ogni rete di comunicazione, entra in zone di angoscia intollerabili, come dimostrano le storie di gran parte di questi stragisti suicidi.
L’individuo del mondo globalizzato, anche sotto l’effetto degli idoli collettivi (il successo, la ricchezza facile, l’immagine) tende a vivere «al di sopra» delle proprie capacità e mezzi affettivi. In particolare non considera la forza del proprio bisogno d’amore, dell’altro. Quando si accorge di non poterne fare a meno, a volte pensa che sia troppo tardi, e non accetta più la vita.

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3 Responses to La solitudine globale, e le sue stragi

  1. klee says:

    Ricordo un periodo della mia vita di drammatica solitudine, dolorosa. E ricordo di esserne uscito perchè ho trovato la forza (mi è stata data la forza) prima di riconscere il fallimento del mio approccio alla vita, poi di cercare qualcuno che mi mostrasse una strada.
    Chi insegna a chiedere, a imparare, ad ascoltare?
    A provare sbagliando?
    A permettersi di conoscere se stessi, di incontrarsi?

  2. Federico says:

    Un mio problema.
    Venerdì santo sono andato a confessarmi, e il prete mi ha fatto parlare di questo problema, che mi riguarda molto da vicino.
    Mi ha consigliato le preghiere di Tobi e di Tobia presenti nel libro di Tobia. Poi mi ha promesso che avrebbe applicato la messa di Pasqua anche al mio caso.

    Di gente nella mia situazione affettiva, che poi trova il culmine nella difficoltà a trovare una donne che la ami, ne conosco un bel po’.

    Ci scherziamo su.

  3. Sono convinta che la solitudine sia una causa non solo del vivere male, ma anche della ricerca dell’altro in questa forma così patologica che lei ben descrive. E ho subito personalmente – come altri più di me – le ritorsioni del tipo di persona che lei ben descrive. Riflettendo su questi eventi, mi trovavo a dire a mio marito che i figli non bisogna mai lasciarli soli, soli nel cuore intendo. Non bisogna mai dargli il tempo nè la possibilità di coltivare questo genere di fantasie, di sentirsi al di sopra del bisogno di amore e di relazione con gli altri. Questo richiede una presenza costante, e soprattutto un dialogo quotidiano con le nostre ferite, con la nostra solitudine affettiva, con il nostro sentimento di superiorità rispetto agli altri. Cosa forse non semplice, ma direi indispensabile.
    A presto.
    Fioridiarancio

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