La globalizzazione e le domande di senso

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 27 aprile 2009, www.ilmattino.it

Molti (la maggioranza dei commentatori) pensavano che la globalizzazione avrebbe provocato la fine delle varie religioni. L’interesse per i guadagni fatti sui liberi mercati, e la moltiplicazione dei beni di consumo, si diceva, avrebbe rapidamente rimpiazzato quello per le antiche divinità e fedi diffuse nelle varie parti del globo. Economia, tecnologia e scienza sarebbero state le nuove religioni. È successo il contrario. «Dio è tornato», è il titolo del libro più venduto negli Usa.
Gli autori (Miklethwait e Wooldridge), capi redattori di un giornale con i piedi ben piantati per terra come l’Economist ripercorrono le tappe e le ragioni di questo «ritorno di Dio», avvenuto praticamente in tutte le regioni del mondo, comprese quelle precedentemente governate da regimi rigidamente atei, come la Russia. Dove un sondaggio del 2006 ha accertato che l’84% delle popolazione russa crede in Dio, e soltanto il 16% si considera atea.
D’altra parte, lo stesso Putin non si toglie mai dal petto la croce del suo battesimo, ha una piccola cappella accanto al proprio ufficio al Cremlino, e va regolarmente in Chiesa. E Gorbaciov, l’uomo che pose fine all’Unione sovietica, dopo aver pregato per più di mezz’ora sulla tomba di San Francesco, dichiarò che la vita di San Francesco aveva avuto un ruolo fondamentale nella sua vita. Per non parlare degli Sati Uniti, dove George Bush apriva ogni Consiglio dei ministri con una preghiera, e lo stesso Barack Obama presentò sé stesso al Partito democratico come «leader cristiano», e nella sua autobiografia ricorda il predicatore che lo «condusse a Dio».
Come mai gli avvenimenti hanno preso questa piega inaspettata per gli esperti, a cominciare da Henry Kissinger che nelle quasi mille pagine sul mondo contemporaneo (in: Diplomacy del 1996), non prestò alcuna attenzione alla religione? Il fatto è che politologi e economisti per solito tendono a considerare gli uomini soprattutto dal punto di vista del potere e del guadagno: gli argomenti che non hanno a che fare con queste due passioni non vengono quindi presi in considerazione.
Le persone però, in tutto il mondo, non hanno solo questi interessi. Si pongono anche domande apparentemente più stravaganti, meno concrete, che compaiono spesso, infatti, negli studi degli analisti, nei confessionali dei preti, e in genere si sentono rivolgere le persone che si dedicano alle varie «professioni di aiuto». Domande, ad esempio, come: «Chi sono io? Da cosa si riconosce una vita davvero riuscita? Come non aver paura della morte? Che valore ha il mio modo di vivere rispetto a quello di qualcuno cresciuto dall’altra parte del mondo»? Ma questi sono gli interrogativi cui, da sempre, in tutto il mondo, rispondono le diverse religioni.
La globalizzazione ha reso queste domande molto più frequenti, contrariamente alle previsioni dei politologi e come invece la psicoanalisi aveva previsto. L’identità personale e di gruppo, infatti, durante il processo di mondializzazione è diventata più fluida e incerta, aumentando le insicurezze e le paure e dando concretezza al: chi sono io?, e a tutta la sfera etica, su cui si fondano valori più stabili e un’autostima personale più salda.
Le risposte suggerite dalla politica, vale a dire una generica «tolleranza» da una parte, o dall’altra la rivendicazione della propria superiorità, sono sembrate troppo ideologiche, non veramente convincenti rispetto alla sensibilità semplice ma profonda, dell’uomo della strada. Che si sente più forte ed insieme tranquillo e dunque più in grado di vivere con altri, anche diversi, se con lui c’è Dio.

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7 Responses to La globalizzazione e le domande di senso

  1. Paolo says:

    L’uomo ha bisogno di Dio… anche perchè, cone ha detto qualcuno, quando non si crede a qualcosa si finisce con il credere a tutto!

  2. Daniele says:

    C’è un aneddoto curioso sullo stare “con gli uomini” da parte di Dio: Maometto e un suo amico si nascosero in una grotta fuggendo da alcuni inseguitori, e l’amico temeva che li avrebbero scovati. Maometto invece era tranquillo. La mattina dopo, videro che davanti all’entrata della grotta si erano formati contemporaneamente, nottetempo: una ragantela spessissima, un’edera e delle fronde fitte. E Maometto disse: “Che diresti di due uomini, se il terzo di loro è Allah?”.

  3. Daniele says:

    Ah, detto tra parentesi: questo aneddoto lo ho raccontato per sottolineare come invece ‘da noi’, nella nostra società che fa di tutto per non esistere, se uno dice “Dio è con me” sarebbe subito additato come retrogrado, e i media, le associazioni politicamente corrette e forse anche un’ipotetica “lega della sensibilità laicista” gli intimerebbero di scusarsi e ritrattare, dicendo “Dio è con me come con tutti, e siete liberi di credere il contrario e non vi giudico e non giudico nessuno e rispetto tutti e perfavore frustatemi”.

  4. armando says:

    La “morte di Dio” ha prodotto il grande deficit d’identità (culturale, etnica, di genere), cara ai teorici del pensiero debole, che pensavano che l’uomo sarebbe diventato più “buono”. Grande illusione, come la storia, e le cronache di ogni giorno, dimostrano. E grande errore quello di attribuire alla religione in quanto tale, ciò che è, semmai, il limite dell’umanità sempre presa in mezzo fra il bene e il male.
    E’ vero che di religione abbiamo bisogno, perchè abbiamo bisogno di senso e questo deriva dall’avere una identità salda. La quale, se è davvero tale, è anche la precondizione per potersi confrontare con le identità altrui, ed anche accoglierle. La paura dell’altro, di colui che viene percepito come diverso e in quanto diverso emarginato se non odiato, è in realtà paura di sè, della propria incertezza e del proprio caos interiore. A questo ci hanno portato non il cristianesimo, non l’ebraismo e neanche l’islam (nonostante tutto), ma l’omologazione generalizzata intorno al feticcio del consumo di oggetti. Meno male che l’anima dell’uomo trova ancora il modo di manifestarsi e di emergere sia pure in mezzo alle mille difficoltà che stiamo vivendo.
    armando

  5. klee says:

    Mi piace molto il commento di Armando, che condivido. Solo su un aspetto ho un dubbio. Personalmente non credo che il consumismo sia la causa dei nostri mali, ne è semmai anch’esso una conseguenza (che come molte conseguenze contribuisce a consolidare le cause che le generano). Credo piuttosto che la causa abbia a che vedere con il difficile rapporto dell’uomo col progresso.
    Diverse volte la nostra civiltà ha prodotto improvvisi salti tecnologici, di fronte ai quali l’uomo solitamente ha reagito “superando il bisogno di Dio”, quasi fosse il figlio della parabola che va dal padre a prendere “ciò che gli spetta” per andarsene per la sua strada…salvo poi scoprire che, come tutte le innovazioni, anche quelle lo rendevano un po’ più forte ma non diverso e soprattutto non rispondevano alle domande di fondo e ai bisogni di fondo dell’uomo. E allora come il figliol prodigo torna dal padre.
    Credo cioè che nell’uomo ci sia una profonda ambivalenza tra il desiderio di affrancarsi da ogni autorità da un lato e il bisogno di punti di riferimento più grandi che non possa distruggere dall’altro. E ogni tanto quest’ambivalenza deflagra, producendo vistose oscillazioni da un etsremo all’altro.
    L’uomo nasce, vive e muore tra il mito dell’età dell’oro (il passato) e il mito del paradiso terrestre (il futuro), tra il desiderio di tornare alla madre (la nascita) e quello di abbracciare il padre (la vita dopo la morte). E in questo percorso il progresso è il mito del presente, quello che sostituisce il vecchio mito della guerra (cui così tanto assomiglia), quello che dovrebbe farlo evadere dallo spazio angusto tra l’inizio e la fine e che invece assolve il più modesto compito di traghettarlo dall’inizio alla fine. Così capita che, finché lo rincorre, l’uomo perde di vista gli altri due miti, come chi in montagna sale guardandosi i piedi; ma quando finalmente lo raggiunge, rialza lo sguardo e si ritrova ancora compreso tra l’inizio e la fine.

  6. armando says:

    Per Klee. La necessaria brevità dei commenti porta alle volte a troppa concisione. E’ vero quello che affermi sul consumismo come un effetto che finisce per rafforzare le cause che lo hanno generato. Succede lo stesso con certe leggi che recepiscono la mutata sensibilità dell’opinione pubblica e finiscono per consolidarla definitivamente. Lo stesso vale per il modo e i contenuti degli spot pubblicitari.
    Sull’ambivalenza dell’uomo fra desiderio di affrancarsi da ogni autorità e il bisogno di riferimenti più alti, valga quanto ha scritto Pietro Barcellona in “Il furto dell’anima”, che ho recensito in
    http://www.maschiselvatici.it/abbiamoletto/furto.htm

    Il soggetto della tradizione occidentale – scrive Barcellona – vive nello spazio dell’oscillazione fra finito e infinito, ed è in esso che si sono resi rappresentabili il conflitto fra umano e divino, e la configurazione della religione e della politica come percorsi salvifici. Le stimmate del dolore e della sofferenza per la perdita della beatitudine simbiotica con il cosmo sono il punto d’arrivo della rielaborazione consapevole della nostra destinazione mortale, ma anche lo stimolo all’oltrepassamento della condizione umana.

    La coscienza dell’umano è coscienza di questa tensione e della sua ineliminabilità. In essa è anche la libertà dell’uomo, quella libertà di agire il bene ed il male che Dio ci ha dato. Se non si tiene conto di entrambi i poli, o se ne disprezza uno, si viene risucchiati verso il basso o verso l’alto. In apparenza sembrano due cose molto diverse, ma in realtà sono la stessa cosa. Basta pensare che nell’universo infinito basso e alto non esistono.
    armando

  7. klee says:

    Per Armando. Grazie dell’interessantissimo spunto, che dice ciò cui cercavo confusamente di alludere. Approfondirò con piacere il link.

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