Se il dono va in crisi sono guai neri

(Di Giuseppe Romano, da Il Domenicale, 16 maggio 2009, www.ildomenicale.it)

I simboli non sono costruzioni astratte e fantasiose bensì rispecchiamenti di ciò che davvero siamo. Un libro di Claudio Risé rilegge storia e psiche secondo la categoria dell’aprirsi e accogliere. Che segna la differenza tra sognare e mentire.

Riguardo al tema del dono va chiarito che i riduzionismi moralizzanti risultano insufficienti: ce lo hanno insegnato sia i mostri partoriti da troppi sonni della ragione, sia gli ottimismi delle volontà col loro avvenire più sanguinoso che radioso. Il secolo dei totalitarismi violenti ha mostrato a sufficienza quanto sia esiziale ridurre lo spazio della libertà umana a pedagogia del “dover essere”.
Ragionare sul dono riguarda invece anzitutto la dimensione esistenziale dell’uomo, la sua costituzione fisica e metafisica: il dono infatti decide la qualità stessa dell’esistenza umana. Fa la differenza. Come la cipolla nel celebre episodio dei Fratelli Karamazov, dove la donna avara che precipita nell’inferno potrebbe ancora essere salvata, racconta Dostoevskij, dall’unico atto generoso della sua vita che l’angelo custode riesce a evocare davanti a Dio, appunto il dono di una cipolla. Quella stessa cipolla, calata dall’alto affinché la vecchia, se può, si aggrappi e si sollevi dalle fiamme eterne, la sosterrebbe se lei non si dimenasse nell’intento di respingere a calci gli altri dannati che vorrebbero approfittare di quel soccorso insieme a lei.
Quella cipolla è una cipolla vera, prima che una metafora. Non possiamo costruire relazioni umane realmente significative se non partiamo da ciò che – per statuto di natura – siamo. Il dono è una dimensione costituzionale dell’essere umano prima di venire assunto a paradigma di atto etico, a comandamento religioso, eventualmente a imperativo sociale. Soltanto su quella concreta e storica cipolla Dio stesso – il Dio rappresentato da Fëdor Dostoevskij, che è il Dio giusto-misericordioso della tradizione cristiana – può fondare il miracolo della salvezza personale e collettiva.
Questa distinzione è delicata e fondamentale: l’uomo che dona non solo è migliore, ma soprattutto sta meglio, vive meglio. La dimensione del dono non dipende da scelte discutibili, da decisioni opinabili riguardo ai comportamenti socialmente accettabili, e nemmeno da ricadute sociali di precedenti scelte fideistiche (cortocircuito al quale volentieri cedono, per miopia o per convenienza, quei pragmatismi antireligiosi che amano relegare chi non la pensa come loro nel mondo della religione, intesa come sinonimo di irrazionale).
Claudio Risé, psicanalista, ha scritto un libro importante, La crisi del dono (La nascita e il no alla vita, San Paolo, Cinisello Balsamo 2009, pp.160, eur 12,00), per mostrare connotati e conseguenze del dono riguardo il vivere. Descrive l’essere umano a partire dall’effetto che i suoi comportamenti hanno nei confronti della percezione di sé. E utilizza sia l’esperienza della pratica psicanalitica sia lo studio di simboli e metafore nella storia delle civiltà e delle religioni: che vengono intesi in prima istanza come riflessi storici di aspirazioni e aspettative umane.
In questo fitto tessuto di miti e metafore, che rispecchiano l’intimo dell’uomo, buon primo viene l’aborto: un atto efficacemente indagato non nel suo “momento etico” – ovvero del giudizio personale e collettivo che la morale e le leggi possono dare sulla scelta di non aprirsi a una nuova vita –, bensì nel momento della scelta interiore che ciascun uomo, ciascuna donna, compie in prima persona riguardo a ciò che, sopraggiungendo, lo trasformerebbe. Sicché da una parte l’aborto ha profonde «radici antivitali» ed è un dramma che «affonda le sue radici in un terreno psicologico, cognitivo ed affettivo molto più vasto, ed è alimentato dalla maggiore tentazione regressiva da sempre presente nella psiche umana: quella di uccidere il nuovo, lo sviluppo, il cambiamento appena comincia a prendere forma. Prima che nasca, e ti costringa a cambiare con lui». E dall’altra parte «uccidere il nascente, fermare il tempo, è naturalmente anche un modo di pensare inconsciamente di vincere la nostra morte, fermando il tempo nel quale essa è iscritta».
E’ da questo nucleo d’acciaio che si avvia un percorso avvincente e convincente, a braccetto con quattromila anni di metaforica e simbolica, nonché enunciati di filosofi e testimonianze di civiltà insorte e nel frattempo anche defunte. Risé ce lo riassume per mostrare quanto sia costante, sotto il cangiante avvicendarsi delle ere, l’archetipo del rapporto diretto e nativo tra l’uomo e il dono. Che è una maniera – individua e incomunicabile, biologica e psicologica ma anche spirituale, poiché non ci esauriamo nella nostra componente fisiologica – per mostrare quanto sia decisivo, per le singole persone e per il loro convivere associate, riconoscere nel dono il proprio naturale obiettivo di compimento esistenziale. Se per esempio è vero che il binomio puro/impuro – come più compiutamente si discute sotto – è una categoria umana fondamentale, la sua lettura alla luce del dono ne volge il senso non verso la separatezza sdegnosa ed elitaria, bensì verso l’apertura feconda che arricchisce. Uscire da noi, accogliere il nuovo, non soltanto ci migliora ma ci rivela ciò che davvero siamo.
Qui si schiude, il lettore l’avrà intuito, il vastissimo territorio del senso. Ovvero di quelle “ragioni per vivere” che non sono – non primariamente – elaborazioni dell’intelletto bensì anzitutto evidenze, dati esperienziali che riconducono a ciò che siamo. Stabilire la priorità ontologica su quella logica, spiegava Etienne Gilson, è del resto l’unica opzione che ci porti all’unità del sapere e del reale senza lasciarci arenati nella secca nebbiosa del “secondo me”. In natura la doxa, l’opinione, non vale: decisivo non è sostenere che a me il gusto dell’arsenico piace o dispiace, bensì l’evidenza che se lo bevo muoio avvelenato. Chiunque io sia, comunque la pensi.
Detto questo, e incassata l’impressionante rassegna che riassume le posizioni sulla vita nascente o soppressa dalla Grande Madre a Crono, da Medea a Erode, lo studio sul dono approda alle ragioni del presente. Qui si dipana nei mille rivoli della “società del possesso”. Nei mille pretesti e divagazioni che abbiamo imparato ad accampare per giustificare (verso noi stessi, chi altri?) l’ostinato e suicida rifiuto a donare.
Di nuovo, non c’è spazio per moraleggiare. Posto che del dono non possiamo fare a meno, con procedura analoga a quella che dal Dio negato porta a idoli e superstizioni, storicamente il rifiuto a donare si traduce nel rimpiazzare il dono impegnativo con altri pretestuosi e provvisori. Doniamo ciò che non costa, o facciamo finta di donare. Peraltro vediamo che la nostra è l’era delle pubbliche, catartiche, richieste di perdono, pronunciate sul lettino di Freud o perfino sul palcoscenico di Stranamore o di C’è posta per te. Il “per-dono”, etimologicamente, è il dono come extrema ratio: quello che s’invoca quando ci si è scoperti fallaci nel donare, quando si constata che si doveva donare e non si è donato. Quando la realtà della vita ha, ineluttabilmente, sconfitto noi e i nostri castelli di pretesti.
Vengono da qui tante “soluzioni funzionali” e sostitutive rispetto al dono negato, che tentano cioè di cambiare le carte in tavola a livello delle affermazioni rassicuranti, poiché non possono farlo al livello della realtà esistenziale. Una è la strutturazione del welfare in termini di pubblicità e consumo, che respinge il compimento del dono al termine di una trattativa interminabile e sempre da concludere: quel che compro, infatti, non è mai ciò che voglio. Lavoro per donarmi un benessere sempre incompleto. Un’altra ingente costruzione simbolica, vero e proprio emblema di insufficienza esistenziale e sociale, traduce l’incapacità reale a partorire e a partorirsi in soluzioni artificiali: la “riproduzione tecnica” come la “invenzione del gender”. Accompagnato da Risé, il lettore esplori e constati.

Giuseppe Romano [Il Domenicale]

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3 Responses to Se il dono va in crisi sono guai neri

  1. Vincenzo says:

    La radice di ogni male è l’avarizia, bisogna guardarsi dall’avaro, la persona che non dona ha in se un deficit nell’animo.

  2. Andrea says:

    ho letto le parole di Obama alla Notre Dame: “Cuori aperti. Menti aperte. Parole equilibrate”.
    Ho coprato il libro di Risé e sono convinto che allo stesso modo vi troverò parole equilibrate frutto di un cuore e di una mente aperte. Il nostro Paese ne ha bisogno

  3. enrico pagano says:

    Ennesimo “dono” prezioso di Risè, introdotto al meglio dalle ricercate qualità dell’ottimo Romano.

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