Il bisogno di storie, e di passioni

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 18 maggio 2009, www.ilmattino.it

Si accusa il nostro tempo di essere pericolosamente inclinato verso lo spettacolo: politica, sport, perfino la cultura e la scienza tenderebbero alla spettacolarità, agli effetti speciali piuttosto che ai contenuti. Questo fenomeno, si dice, avrebbe effetti pericolosi sulle qualità personali di individui e comunità, spingendoli a banalizzarsi, a diventare leggeri e inconsistenti. La «società liquida» sarebbe anche una società piuttosto stupida. Quanto c’è di vero in queste critiche? Sarebbe ridicolo contestare la spettacolarità del nostro tempo.
Ma è davvero una novità? Durante tutta la storia dell’impero romano, o anche del Medioevo, periodi storici per nulla banali, che segnarono interi secoli, l’elemento spettacolare non mancò mai. I grandi leader erano quelli che sapevano organizzare gli spettacoli più appassionanti, magari in silenzio, come le Crociate immaginate nei chiostri da Bernardo di Chiaravalle. Le vicende private appassionarono sempre, da quelle belliche di Cesare, a quelle sentimentali di Antonio e Cleopatra, a quelle sante di Francesco d’Assisi.
La storia è sempre stata fatta dai creatori di storie, personaggi che avevano forti passioni, e che su quelle costruivano la propria vita. Attorno a quelle vicende, esemplari o anche disgraziate, come quella di Riccardo «cuor di leone» (il cui riscatto costò un sacco di soldi all’Inghilterra), si raccoglieva il consenso degli individui e dei popoli, mossi proprio dalle passioni dei loro capi più fantasiosi. Senza narrazioni, personali o collettive, non si muove niente, non nascono società, scoperte, ricchezze, arti.
È vero che nel ’800 e ’900 le storie e le passioni degli uomini sembrarono lasciare il passo a battaglie ideologiche, dove i programmi delle idee ebbero più importanza della vicenda umana di chi li proponeva. Lenin e Hitler, all’inizio, erano noti (e solo in parte) soltanto a piccoli gruppi, eppure comunismo e nazismo incendiarono il mondo. Questo però non fa altro che confermare il carattere molto più sano delle storie e delle passioni umane, rispetto a quelle di carattere ideologico, che finirono coi grandi totalitarismi del secolo scorso, e milioni di morti.
Le grandi storie personali, però, non sono mai convenzionali, politicamente corrette. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha sofferto della mancata relazione con un padre tutt’altro che esemplare. San Carlo fu fatto arcivescovo di Milano che era ancora un ragazzo, e, essendo un principe Borromeo, entrò in città con gran pompa di carrozze e servitori. Poi si rivelò come grandissimo santo e ispirò l’austero Congresso di Trento, dove il cattolicesimo rinacque, tra la sorpresa generale.
L’idea del leader irreprensibile e senza peccato è relativamente recente: prende forma infatti nel ’800, un secolo noioso ed ipocrita, alla fine del quale la psicoanalisi nasce, a Vienna e poi a Zurigo, proprio per curare le nevrosi procurate dal perbenismo dell’epoca, che annega subito dopo nelle follie sanguinarie dei totalitarismi, anch’essi intrisi del moralismo ottocentesco.
La bizzarria e il disordine privato così frequenti nei leader storici non ha d’altronde niente di strano. Sofferenze, eccessi e imprudenze (quelle di Obama come quelle di Mc Cain) sono ingredienti costanti della passione, la materia prima delle storie, delle narrazioni personali che interessano e muovono i popoli, da sempre, da molto prima delle televisioni, i reality e il sistema mediatico.
I leader dunque mostrino pure le loro passioni. Sta poi a genitori e insegnanti far capire la differenza tra storie, e storielle.

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One Response to Il bisogno di storie, e di passioni

  1. Claudia Capitani says:

    Giusto.
    Detto questo – proprio per le suddette ragioni – non credo che leader di così grande carisma abbiano bisogno di leccapiedi e menestrelli a magnificarli e incensarli come modelli di eroismo o esempi di santità (come purtroppo testimoniano, ad esempio in questi ultimi giorni, certi untuosi opuscoli a celebrazione del nostro Presidente del Consiglio). Questi – al pari del moralismo ipocrita e accusatore di cui sopra – difendono un’ideale di purezza disumano, negando la realtà del limite che segna ogni uomo (leader compresi).
    Claudia

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