L’amicizia ci salverà

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 25 maggio 2009, www.ilmattino.it

Non usciremo dai guai in cui ci ha cacciato la passione per la competizione sfrenata se non ritrovando il gusto dell’amicizia, del fare insieme, dei punti che uniscono rispetto a quelli che dividono. Lo ha ricordato il presidente americano Obama ai giovani cattolici dell’Università di Notre Dame, impegnandosi quindi ad aiutare le donne a non abortire. Allo stesso modo, però, la pensano milioni di giovani che si incontrano nelle «communities» della rete per fare amicizia, scambiarsi pareri, e magari anche cambiare idea.
Il vecchio stile intollerante si sta sfaldando: anche chiunque abbia un blog di dibattito se ne accorge. Certo, ci sono sempre i reduci degli anni 70 che mandano messaggi tipo «morirete tutti» accompagnati da insulti irripetibili (magari in nome del pacifismo, o della «non violenza» che giurano viene loro ispirata dall’amato spinello quotidiano), ma sono in netta diminuzione, e palesemente vecchi. La maggior parte chiede, comunica e cerca, speranze. Preferisce verificare se puoi essergli amico, piuttosto che sparare al nemico. Riconosce in se stesso il bisogno di affetto, e maneggia il conflitto per sbarazzarsene, con evidente fastidio.
È da quasi mezzo secolo, dal tempo dei «figli dei fiori», degli hippy che dicevano che «tutto è amore», che non si vedeva niente del genere.
Nello studio dello psicoanalista, appare un fenomeno parallelo. Il delirio di onnipotenza che aveva ispirato fenomeni solo apparentemente opposti, come il terrorismo politico e la pirateria finanziaria, entrambi fondati sulla legge del più forte e sul disprezzo dell’altro, è entrato finalmente in una crisi profonda. L’individuo «imperiale», protagonista degli anni dell’intolleranza politica e insieme della più plateale ostentazione della ricchezza, o dell’immagine di potenza, ha perso vigore, credibilità, e forza. I suoi figli hanno progetti più a misura d’uomo, e delle risorse oggi effettivamente a disposizione. Hanno imparato che non si può fare quasi nulla da soli, e ancor meno alle spalle degli altri. Sentono il bisogno di ricostruire una rete affettiva, e si servono di quella di Internet per ampliarla e tenerla in vita.
Dal punto di vista clinico, è come se una coscienza collettiva tendenzialmente paranoica stesse lasciando finalmente spazio all’ascolto dell’altro, a una visione relazionale. D’altra parte, quest’anno i bambini nati nell’anno in cui veniva abbattuto il muro di Berlino compiono vent’anni. È finita l’epoca della chiusura e della contrapposizione, ma anche quella della conquista senza regole e principi che si cercò di affermare subito dopo. Occorre ascolto e rispetto.
I ventenni nati con le rovine del muro di Berlino cercano innanzitutto amici, mentre i loro padri in questi vent’anni avevano cercato soprattutto clienti. Le due cose, naturalmente, non sono in opposizione. I clienti serviranno anche alle nuove generazioni, consapevoli però che, per trovarli, bisogna intanto avere buoni amici.
Le coppie di amici fondatori di Google (Page e Brin), di Facebook (Zuckerberg e Moskovitz), e le compagnie amicali di tante altre avventure economiche di oggi sono lì a provarlo. È dal calore e dall’allegria dell’amicizia che nascono le idee, le iniziative, i clienti, e alla fine anche il denaro. Un circuito che ha rovesciato quello prediletto dalla generazione precedente (a cui dobbiamo la più smodata crisi finanziaria dopo il ’29), che metteva al primo posto l’Io individuale, la sua competizione con il resto del mondo, la vittoria, e il guadagno, sempre strettamente personale, come risultante finale.
Ora invece prima di tutto l’amicizia. Il resto verrà.

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