Tempo di voti

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 29 giugno 2009, www.ilmattino.it

Tempo di voti, di promozioni e bocciature. Per gli studenti, giudicati dai professori, ed anche per gli insegnanti, promossi o bocciati dai ragazzi. Con il giudizio poi esposto in bacheca, prof e studenti accanto, nell’atrio della scuola. È accaduto in qualche liceo italiano, tra i quali il famoso Berchet di Milano, dove studiò Luchino Visconti e insegnò don Luigi Giussani. Un’idea certo innovativa. Ma serve davvero alla scuola italiana e a chi la frequenta? Conviene rifletterci. Le posizioni più popolari diventano infatti, rapidamente, norma.
Vediamo allora con calma. Innanzitutto la bontà delle idee si giudica dalla loro aderenza alla realtà. A scuola, in particolare, la personalità adolescente dovrebbe essere addestrata a riconoscere le cose come davvero sono e stanno. La scuola può davvero aiutare i ragazzi a distinguere tra realismo (descrizione di ciò che c’è) e velleitarismo (scambiare per reale ciò che ci piacerebbe fosse).
Da questo punto di vista la promozione e bocciatura dei professori, con relativa pubblicità, sembra invece un’operazione del tutto velleitaria. I regolamenti vigenti nella scuola italiana prevedono forse che gli studenti votino, ed eventualmente boccino, i professori? Nient’affatto. Sono i professori che, dopo aver insegnato, votano, promuovono ed eventualmente bocciano gli studenti. Allora, però, per quale ragione far credere ai ragazzi che il gioco di promuovere o bocciare i professori sia seppur lontanamente paragonabile alle votazioni (reali) che loro ricevono dagli insegnanti, tanto da pubblicarlo addirittura nelle bacheche pubbliche, che sono un po’ la Gazzetta ufficiale della scuola? Perché non aiutarli a capire anche la natura compensatoria della loro improvvisata boria professorale, con la quale distribuiscono voti e debiti a chi nella realtà li vota e li rimanda a settembre, addestrandoli invece a riconoscere e governare in se stessi l’antico vizio umano, quello di ritorcere contro gli altri le angherie che si ritiene di aver ricevuto?
Si tratta, per giunta, di un vizio altamente diseducativo, perché a somma zero: finché trasferisci sugli altri ciò che non vorresti ricevere non cresci. Quindi, sostanzialmente, non impari. O almeno non impari a vivere, ciò che invece dovrebbe accadere, appunto, a scuola.
La votazione dei professori, virtuale ma pubblicizzata perché politicamente corretta, è quindi altamente diseducativa, perché traveste la realtà, e confonde idee e identità dei giovani, che invece vanno a scuola proprio per imparare a chiarirsele.
Il problema della valutazione degli insegnanti esiste, ed è giusto che gli studenti vi concorrano, come già accade (molto opportunamente) all’università ed in altri Paesi, riempiendo moduli che chiedono il loro parere sulla chiarezza espositiva, contatto umano, metodo d’insegnamento, ed altro. Questi moduli sono però destinati ai dirigenti scolastici, non alla pubblica, e piuttosto intimidatoria, affissione.
Certo, questo conferma una differenza: la valutazione dei professori viene proclamata in bacheca, è ufficiale, quella degli studenti no. Infatti, la scuola serve anche ai ragazzi per allenarsi a vivere un’esperienza che ripeteranno poi per tutta la vita: i rapporti non paritari, gerarchici, o comunque caratterizzati dal fatto che l’altro sa cose che tu non sai ed ha poteri che tu non hai. Sarà così con il capo in azienda, con il pubblico ufficiale, con il medico.
Fantasticare un universo di pari, quando siamo tutti diversi, non ci addestra alla realtà, non ci rende flessibili (parola chiave soprattutto nella postmodernità), soltanto presuntuosi.

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2 Responses to Tempo di voti

  1. armando says:

    Quando ho letto della pensata del liceo Berchet sono rimasto allibito. Triste fine, in assenza di ripensamenti, per un liceo glorioso che in questo modo dimostra di aver sposato in pieno le opinioni più “politicamente corrette” e dunque più nocive, di una società orizzontale che rifiuta ogni tipo di gerarchia, anche quella semplicemente funzionale allo svolgersi di una qualsiasi attività umana. Atto finale, verrebbe da dire, di un processo iniziato con la delegittimazione del Padre celeste, poi di quello terreno, poi di entrambi i genitori ed infine degli insegnanti. Non perchè le figure terrene che ho citato debbano essere sacralizzate e rese immuni da critiche, ma perchè debbono esistere luoghi e forme precise in cui tali critiche si possano esprimere ed essere valutate.
    La messa alla berlina degli insegnanti, perchè di questo si tratta oltre le pie intenzioni dei piallatori di qualsiasi differenza di cui questa trovata è una delle tante conseguenze, azzera le distanze fra docente e discente e finirà per favorire negli insegnanti la tendenza a comportarsi in modo tale da essere “graditi” agli alunni. Ossia l’opposto di ciò che un educatore dovrebbe fare. E questo nell’ipotesi migliore, perchè in quella peggiore c’è anche la spirale vendicativa reciproca che può innestarsi. Un disastro sotto tutti i punti di vista, insomma, il maggiore dei quali è poi la distanza di questo tipo di scuola dalla realtà della vita, dove le gerarchie (di potere, di censo, di cultura, di posizione sociale etc. etc) esistono eccome. E non è certamente questo il sistema per ridurre quelle ingiuste.
    Non resta che sperare che il buon senso dei ragazzi prevalga sul non senso di certi adulti, e che dai giudizi sugli insegnanti emerga il bisogno dei giovani di incontrare dei veri maestri, quelli che non li compiacciano ad ogni costo, quelli che dicano loro anche i No, quelli che li sappiano instradare alla vita adulta mediante lo stimolo a pensare con la propria testa ma anche con la fermezza che ciò richiede.
    armando

  2. Alessandro Caroli says:

    E quando si naviga nel vasto mare della presunzione non si ha idea di che cosa sia la realtà. Un anno e mezzo fa ho esaminato trenta curriculum professionali per conto di una multinazionale: di questi: eccellente, uno; accettabili, due. Il resto, carta da riciclo. Frutto appunto di quella presunzione che stigmatizza Claudio Risé, che ringrazio.

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