Alle radici dell’aborto

La genealogia del dramma che porta a togliere o impedire la vita nel nuovo libro di Claudio Risé

(Di Riccardo Paradisi, da “Liberal”, 2 luglio 2009, www.liberal.it)

La materia di indagine del saggio è la psiche umana, il cui dinamismo è continuamente sollecitato anzitutto dalla nascita e la morte

Per ora il dibattito sull’estensione del diritto di abortire alle minorenni senza il coinvolgimento e il consenso dei genitori è circoscritto alla Spagna di Zapatero, dove la maggioranza parlamentare sembra seriamente intenzionata ad approvare una legge di ulteriore liberalizzazione della pratica abortiva. Ma c’è da attendersi che il dibattito esca dalla penisola iberica – dove il 70% degli spagnoli, compreso il 56% dei socialisti, è contraria all’iniziativa di Zapatero – per arrivare anche in Italia. Imbarazzando tutti quelli che, a destra come a sinistra, hanno trasformato la riflessione sull’aborto in un tabù, qualcosa da tenere fuori dal dibattito pubblico, nella convinzione che i conti con “l’interruzione di gravidanza” la nostra coscienza collettiva li abbia fatti e li abbia anche chiusi.
«Senonché l’aborto – come scrive Claudio Risé ne La crisi del dono. La nascita e il no alla vita (edizioni San Paolo) – non è solo materia di cronaca quotidiana e battaglia politica. Esso non inizia con le leggi che lo legalizzano, così come non era “un delitto come un altro” quando era considerato un crimine. La polemica politica sull’aborto è per questo quasi sempre inadeguata. Perché lo si considera soprattutto come un fare male, un malaffare, senza indagare la sua natura in quanto malessere, essere nel male, in una situazione di forte disordine e disagio». Ecco, è nelle acque profonde di questo disagio che Claudio Risé, psicanalista di scuola Junghiana e tra i maggiori studiosi dei temi del maschile e della paternità, si immerge senza riserve con l’intento di cogliere e portare in superficie, alla coscienza individuale e collettiva, le sue cause rimosse: «La piena comprensione del dramma dell’aborto e della vicenda di uccisione del figlio, del nuovo essere umano che in esso si compie, ci chiede un ulteriore profondo sforzo per svincolarci dagli aspetti strumentali della polemica politica, e dall’effetto fatalmente banalizzante della comunicazione mediatica».
Per questo Risé ripercorrere nel suo studio la genealogia della tragedia abortiva lungo tutta la storia della psiche umana, utilizzando il prezioso materiale delle narrazioni profonde che la rappresentano. Si tratta insomma di individuare le radici archetipiche di quell’inclinazione a togliere o impedire la vita, che porta a rifiutare uno dei tratti più caratteristici dell’esistenza umana, ossia la sua costante trasformazione, il suo dinamismo spontaneo e misterioso, avvertito appunto come una minaccia all’idea nevrotica, ma dominante nella nostra cultura, di un controllo totale della realtà. Una fantasia nutrita e alimentata dalla celebrazione acritica dell’onnipotenza tecno-scientifica svolta dalla comunicazione di massa.
Il saggio di Risé non ha come tema insomma una critica all’attuale legislazione sull’aborto, non sostiene un’ideologia della vita, non muove dai presupposti di una filosofia del diritto o da formulazioni etiche. La materia di indagine di Risé è la psiche umana, luogo magmatico, concreto e incandescente, il cui dinamismo è continuamente sollecitato dai fatti radicali della vita, la nascita e la morte anzitutto. Eventi radicali le cui rappresentazioni emergono nei sogni, nei miti e nei simboli degli uomini di oggi come in quelli di ieri.
«L’aborto non nasce solo dalla malvagità o dalla distrazione individuale, o dall’opportunismo di gruppi politici inconsapevoli e irresponsabili, esso affonda le sue radici in un terreno psicologico, cognitivo ed affettivo molto più vasto ed è alimentato dalla maggiore tentazione regressiva di sempre presente nella psiche umana: quella di uccidere il nuovo, lo sviluppo, il cambiamento, appena comincia a prendere forma. Prima che nasca, e ti costringa a cambiare con lui». A prendere cioè coscienza della propria finitudine fisica e dell’illusione della propria onnipotenza. «Di fronte alla nascita di un altro essere, evento che lo trascende, l’uomo può manifestare la sua volontà di potenza, in opposizione alla forza del sacro e della natura (che sono poi i due volti, quello simbolico, trascendente, e quello biologico, immanente del vivente).
Il modo che l’uomo ha di opporsi al flusso vitale in cui comunque è immerso, è rifiutare la nuova nascita, cedendo alla fantasia onnipotente di limitare il tempo a se stesso, di rinchiudere la storia, lo sviluppo, il futuro, nella propria immagine».
I miti hanno sempre rappresentato questa costante tentazione del vecchio potere che si oppone al nuovo, alla nascita, alla trasformazione, rappresentando come demoni le forze contrarie per fini egoistici alla manifestazione e allo sviluppo di ciò che è inedito.
La religione cristiana tra tutte incarna letteralmente questo mito nella vicenda storica e salvifica di un dio che si fa uomo, che muore e rinasce sconvolgendo col proprio sacrificio le leggi conosciute e l’ordine razionale che stava inaridendo un mondo incapace da solo di redenzione. Erode, il vecchio negativo, ricorda Risé, “turbato” dalla nascita del Cristo, cerca di utilizzare i Magi per impadronirsi di Gesù. Fallito questo tentativo ordina la strage degli innocenti, diretta ad uccidere tutti i fanciulli di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù. È la reazione disperata del vecchio re alla comparsa del fanciullo portatore di trasformazione e rinnovamento.
«Quello di Erode – spiega Risé – è il vecchio io disorientato e pauroso, preda di fantasie paranoidi di controllo ossessivo sulla realtà, che tenta di mantenere il potere malgrado il proprio tempo sia ormai passato, uccidendo tutti i contenuti nuovi».
È proprio perché ogni nascita rinnova il mondo e consente l’irruzione del non manifesto nella vita ordinaria che un ordine politico sclerotizzato e timoroso d’essere sconvolto organizza sempre più sistematicamente la sua presa sull’origine della vita, nella pretesa
di farne oggetto del suo controllo. Non a caso il biopotere descritto da Michel Foucault si è dato, ormai da decenni, l’obiettivo di controllare la vita dalle sue origini, obiettivo che sta perseguendo con sempre maggiore efficacia grazie anche alla complicità di una scienza che sembra aver perduto ogni intelligenza morale. Non a caso, nota Risé, la nascita di un bimbo viene oggi «sempre più vista e auspicata come esperienza tecno-scientifica, frutto dello sviluppo del laboratorio, invece che come esperienza dell’amore umano».
Senza che quasi nessuno denunci ciò che è evidente: e cioè che la vita prodotta in laboratorio è la via maestra verso i peggiori e più sofisticati totalitarismi, un orizzonte anche peggiore dei più neri incubi orwelliani, un mondo dove non soffierebbe più il vento della libertà e dell’amore.
La nascita del resto, la cui vita s’è accesa in un atto di dono e d’amore, è una minaccia reale per un paradigma sociale fondato sul narcisismo, il razionalismo del dare e dell’avere, la volontà paranoide di controllo totale sulla realtà, l’incapacità del donarsi all’altro.
Per questo, ci ricorda Risé, la chiusura al figlio è all’origine di quella crisi del dono che sembra il fenomeno più acutamente caratterizzante il cambiamento attuale nella relazione tra uomo e donna. Quel figlio «che non viene più desiderato, oppure che sempre più spesso non è più veramente accolto come altro, come terzo, ma come proiezione narcisistica. O addirittura ucciso prima della nascita».
E che il discorso dominante di questa tarda modernità porti alla costruzione ideologica di una società sempre più chiusa alla nascita e dunque alla trasformazione lo dicono le inesistenti politiche per le famiglie che sembrano proprio voler scoraggiare la spinta alla vita delle nuove generazioni, le sempre maggiori disinvolture in campo bioetico, l’aggressione sistematica alla famiglia come comunità naturale organica che ha caratterizzato, come istituzione morale e giuridica, la civiltà occidentale e in particolar modo quella cristiana.
Una civiltà verso la quale il relativismo dogmatico portato in punta di lancia da elite minoritarie ma agguerrite e potenti nutre del resto un odio profondo. L’estensione del concetto di famiglia alle unioni gay o il tentativo di introdurre forme familiari surrettizie con i Pacs e i Dico è peraltro la dimostrazione di come “la pressione secolarizzante del diritto” si stia esercitando soprattutto sul matrimonio per indebolirne quegli aspetti «legati ad un’interpretazione trascendente della relazione uomo donna e dei fenomeni ad essa correlati, per trasformarlo gradualmente in un diritto individuale tra persone non necessariamente di sesso diverso, organizzato in forme mobili e temporanee».
Non è una riflessione politicamente corretta quella di Claudio Risé, anzi è il suo un discorso scomodo e urticante per il conformismo intellettuale che domina l’intelligenza d’un Occidente che sembra volersi consegnare al suo avviato tramonto senza opporre nessuna resistenza ma anzi attirato dalle luci artificiali della notte della sua anima. Una decadenza il cui sintomo più esplicito è lo sviluppo di relazioni sempre meno durature, ma anche sempre meno appassionate, «gli interrogativi crescenti sulla propria capacità di amare vissuti dagli individui con angoscia o depressione sempre maggiore, le patologie del desiderio e della sessualità, tutti fenomeni che descrivono un quadro delle relazioni tra i due sessi, che rivela a occhio nudo diminuite energie e minor interesse l’uno per l’altra».
Ma è in questa linea d’ombra, dove ciò che è essenziale – lo specifico umano – è seriamente minacciato, che le forze della conservazione assumono una forza e una propulsione rivoluzionaria. La vita e ciò che preme dietro di lei infatti è più forte di un ordine artificiale che porta in se stesso i dispositivi per la propria distruzione e che, come si dice, ha la catena misurata. Tanto più che «Non è la prima volta – come ricorda infine Risé – che nella sua storia l’umano costruisce idoli materiali per sottrarsi al dono di sé. Dono che ha la sua immagine vivente nel figlio, nel bimbo che nasce. Spinto dall’infelicità e dalla solitudine, ha poi riaperto il cuore all’accoglienza dell’altro da sé, la donna e l’uomo, ed il suo dono, il figlio».
Riccardo Paradisi

Leggi l’articolo dalle pagine di “Liberal“:

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