Quelle vittorie in nome di Dio

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 6 luglio 2009, www.ilmattino.it

Federcalcio in campo contro Dio? Forse non è proprio così, ma gli assomiglia molto. La Fifa, la Federcalcio mondiale, nella persona del suo padre-padrone Joseph «Sepp» Blatter, ha infatti inviato un ammonimento alla nazionale brasiliana, cinque volte campione del mondo, chiedendole di smetterla di ringraziare Dio sul campo di calcio per le proprie vittorie. Come aveva appunto fatto dopo aver battuto gli Stati Uniti nella finale della Confederations Cup, ripresa dalle televisioni mondiali.
Secondo la Fifa l’intensa preghiera degli atleti brasiliani, disposti a cerchio al centro del campo, abbracciati gli uni agli altri, il capo chinato verso la terra, era esagerata. Molti però dissentono. «Se pregare Dio è esagerato – ha detto il difensore della Juventus Nicola Legrottaglie – mi domando allora quali siano i gesti condivisibili». Tanto più, osservano altri, che nei campi di calcio avvengono aggressioni e insulti di ogni genere, sulle quali la Fifa di rado interviene. Del resto a ragione: è pur sempre un gioco, con le sue inevitabili durezze.
Allora, però, perché vietare un momento di ringraziamento a Dio per la vittoria ottenuta, un gesto iscritto nella storia delle gare sportive in ogni tempo e in ogni cultura? Se non si censurano le bestemmie, come si può vietare la lode a Dio da parte dei vincitori? Che senso ha oscurare la fede degli atleti, visto che moltissimi di loro affermano pubblicamente di trarre proprio da lì la loro forza, come Kakà che se lo fa scrivere sulle magliette?
Non sono questioni banali, né per gli appassionati di calcio, né per l’intera società, visto le grandi passioni che il pallone suscita e moltiplica con la sua capacità di aggregare masse, atleti, speranze.
Forse, per dare più efficacia ai loro interventi contro le pratiche illegali che spesso crescono all’ombra di questo sport di massa, le autorità calcistiche potrebbero invece chiedersi anche quali sono i gesti virtuosi, positivi, che compaiono sui campi di calcio. Allora però, perché deplorare un gesto di devozione, a fine partita?
L’ha spiegato, a suo modo, il dirigente della Federcalcio danese, che ha sollecitato il divieto dalla Fifa. «Nel calcio – ha detto – non c’è posto per la religione. Mescolare le cose in quel modo è stato come dar vita a un evento religioso». Il calcio, però, è (anche) appunto un evento religioso. Non solo perché i campi dove lo si giocava erano considerati «spazi sacri» (su essi verranno poi iniziati i giochi Olimpici, dal nome della montagna ritenuta sede degli dei), né perché oggi Berlusconi dichiara il calcio «la sua religione laica». Ma perché (come descriveva il filosofo John Dewey, fondatore della psicopedagogia anglosassone), lo sport di squadra come la religione sono fondati sulla comunione, sul mettersi insieme, sull’unire profondamente capacità, intuizioni, sentimenti individuali. Religione, del resto, significa appunto lego insieme, unisco.
La spinta alla comunione e all’eccellenza per ottenere la vittoria è nel Dna del calcio, e la popolarità di cui oggi questo sport gode la rafforza ulteriormente.
Giustamente la Fifa non fece nulla contro gli egiziani che invocarono Allah, nella Confederations Cup, dopo la vittoria contro l’Italia. Ognuno ringrazia il suo Dio. Lo stesso rispetto, però, meritano i giocatori brasiliani ed i moltissimi calciatori e tifosi che vedono nella passione sportiva un momento di comunione, e la possibilità di dare il meglio di sé a lode del Signore, magari ricevendo in premio la vittoria.
Inutile deplorare: il calcio, come ogni grande passione, è anche comunione. A suo modo religiosa.

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4 Responses to Quelle vittorie in nome di Dio

  1. klee says:

    E’ chiaro che per il signor Blatter il tema è no scontentare nessun potenziale cliente, nemmeno quelli islamici o cinesi. Ma se qualcuno gli da retta invece di fargli un sonoro pernacchio è perchè ormai fa presa su molti l’ottuso stereoptipo politicamente corretto per cui vanno tolti i crocefissi dalle scuole o vano evitati i segni di marcata identità culturale: non esporre le differenze per rispettare l’altro. Che in realtà vuol dire chiedere all’altro di ricacciarsi in gola le proprie parole, di togliersi il proprio velo, di nascondere la propria preghiera. Se nessuno è ciò che è, allora sì che siamo tutti uguali!!! Bah!

  2. Roberto L. Ziani says:

    La mia opinione è che la faccenda nasca dal commercio.
    Gli atleti egiziani non hanno grossi sponsor e calcano campionati poco famosi (quanti di loro giocano in Europa? E quanti eventualmente titolari in grandi club?). Quelli brasiliani l’opposto.
    E quegli sponsor sono multinazionali (e quindi multiconfessionali) e non vogliono “precludersi” clienti di altre fedi a causa di manifestazioni di gioia religiosamente connotati.
    In poche parole, quella del poco amato Sepp puzza piuttosto di piaggeria e di ipocritissima “correttezza politica”.
    Un saluto al prof.Risé, alla Redazione e a tutti gli utenti.

  3. armando says:

    Non si può esultare togliendosi la maglia, non si possono tenere i calzettoni abbassati, ora non si può neanche ringraziare per una vittoria. Questi calciatori devono somigliare sempre di più a polli di batteria, profumatamente pagati ma privi di ogni spontaneità e di ogni identità, individuale e di gruppo. L’industria, nel calcio come in altri campi, esige prodotti standardizzati. Uguali gli uni agli altri, che non disturbino l’immaginario del consumatore e non lo distolgano. E l’omologazione va avanti.
    armando

  4. Daniele says:

    Beh ma siamo nell’Era dell’Inquisizione Laica, non lo sapete?

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