Aborto e malinconia, paura di vivere e cambiare

(Intervista a Claudio Risé, a cura di Gioia Palmieri, dal “Giornale del Popolo. Quotidiano della Svizzera italiana”, 30 giugno 2009, www.gdp.ch)

Un libro che analizza la grande forza insita nell’uomo che contrasta la vocazione al cambiamento e alla rinascita, che spinge verso “l’uccisione del nuovo”: dall’arrivo di un bambino al modo di concepire i rapporti e le circostanze dell’esistenza

Claudio Risé, psicoterapeuta affermato in campo internazionale, nel suo ultimo libro “La crisi del dono”, sostiene che l’aborto, il soffocamento della novità del nascituro e il rifiuto al cambiamento a cui assistiamo oggi, affondano le loro «radici in un terreno psicologico, cognitivo ed affettivo molto più vasto», alimentato «dalla maggiore tentazione regressiva da sempre presente nella psiche umana: quella di uccidere il nuovo, lo sviluppo, il cambiamento, appena comincia a prendere forma. Prima che nasca, e ti costringa a cambiare con lui», scrive l’autore nell’introduzione.

Dott. Risé, qual è l’origine umana, affettiva e psicologica da cui nasce la decisione di abortire o da cui trae la sua forza, in generale, la cultura della non-vita?
Se guardiamo alla storia dell’inconscio collettivo umano, di come esso si esprime nelle leggende, nelle saghe e nei miti di tutte le culture, troviamo sempre di fronte alla nascita una duplice reazione: l’accoglienza, la gioia di fronte alla nuova vita che si manifesta e accanto e contrapposta ad essa, la reazione di spavento, di odio, di avversione per qualcosa che comunque modificherà profondamente la vita della persona, dei genitori e della società circostante. Questo perché la vita nuova è l’evento che trasforma il mondo e noi stessi. Di fronte a questo la reazione non è univoca: perché ci sia gioia è necessario che ci sia anche il desiderio di donarsi a questi bambini. Se questo desiderio non c’è si organizza la reazione del rifiuto, del “no”, della paura di fronte ad un evento che per genitori, adulti e poteri costituiti significa sempre una rinuncia, un passaggio di consegne (non immediato, ma che si profila nel futuro).
Infatti in tutte le culture e religioni, anche prima dell’Erode cristiano, noi troviamo dei re, dei vecchi dei, delle persone potenti o dei genitori noti – come nella cultura greca la figura di Medea – che uccidono i figli per ragioni diverse, ma dietro alle quali c’è sempre il rifiuto di donarsi ad una nuova vita che andrà avanti dopo di te, anche grazie al tuo sacrificio.

In questo senso, che significato hanno i miti e le leggende che lei analizza nel suo libro?
Se non ricordiamo che la storia dell’uomo ha sempre dovuto confrontarsi con questo problema, finiamo per pensare che l’aborto sia un problema di oggi, della coscienza contemporanea, un prodotto di legislatori perversi, mentre in realtà queste leggi rappresentano la versione attuale di un dilemma che si è sempre posto davanti all’uomo. Questo non vuol dire che la responsabilità di chi decide per la morte e non per la vita sia minore, ma aiuta ad andare a fondo delle radici del problema anche coloro che sono contro l’aborto.

Non donarsi e rifiutare il “nuovo” che sempre irrompe nella vita porta con sé una serie di conseguenze e ferite…
Non accettare il nuovo significa “imbalsamare” un vecchio che prima o poi crollerà, sia a livello individuale che sociale.
Nella vita della persona porta ad una malinconia che fatalmente si impadronisce di tutto, come la figura di Crono (N.d.R. vedi testo sotto). Nella vita sociale invece s’innesta la stessa fragilità che favorisce il crollo delle strutture ormai vecchie e incapaci di rinnovamento a livello comunitario, sociale e storico.

Allora, parafrasando Nicodemo – da lei ampiamente descritto nel libro – “come può un uomo vecchio rinascere”?
La mia esperienza quotidiana di psicoterapeuta mi mostra che quando la persona si fa carico di questo dilemma, cioè di prendere posizione sulla scelta tra conservazione del vecchio e il farsi “padre” del nuovo, è possibile sempre un grande cambiamento nella vita personale.
Dall’altra parte, come studioso di scienze sociali, vedo che quando una classe dirigente, politica o una élite culturale prende autenticamente posizione nel senso di un rinnovamento, di un dono alle nuove generazioni e di rinuncia ai poteri in termini consolidati, questo provoca sempre uno sviluppo a livello sociale e comunitario.
Quindi tutti noi dobbiamo farci carico di questo, anche le persone che non hanno particolari responsabilità collettive. Dobbiamo prendere le nostre decisioni e dalle nostre molteplici scelte individuali può nascere un clima collettivo che torni a far spazio al dono di sé.

Fondamentale soprattutto nella vita di coppia…
Il rifiuto del dono all’altro che si manifesta nell’aborto è di conseguenza visibile anche nella vita coniugale. Vediamo spesso nella coppia il rifiuto del dono di sé alla moglie, al marito, l’incapacità di una devozione disinteressata e animata da uno slancio verso un
cambiamento positivo. Quando c’è questo, come dimostrano innumerevoli miti, leggende e fatti quotidiani che racconto nel libro, tutto va in rovina.
Quando invece è presente una coscienza aperta al cambiamento, il mondo intorno a noi e in noi si rigenera, si sviluppa e conosce la gioia più che la malinconia.

Dal “Maschio selvatico” a “Il mestiere di padre”, come si colloca nel suo lavoro personale questo libro?
Questo è un libro che porta avanti tutto il lavoro che sto svolgendo da 20 anni.
I primi libri sono sul maschile, poi attraversano il campo femminile fino ad arrivare al padre, ma sottolineano tutti il bisogno di ritrovare la spinta per lo sviluppo, che passa attraverso il cambiamento delle persone. Per questo mi è sembrato necessario presentare una ricerca sulla nascita, quindi sul destino specifico di rinnovamento che abita la coscienza umana.
L’uomo è interpellato e chiamato al continuo cambiamento che si manifesta nel suo corpo, nella sua crescita psicologica e spirituale.

Che risposta dà la psicologia contemporanea a questo problema?
Ciò che io vedo nel mio lavoro di psicanalista è che spesso il malessere che il paziente porta non richiede semplicemente un “adattamento” alle circostanze, ma un rinnovamento profondo. Questo non può avvenire se lo stesso terapeuta non è consapevole del significato profondo della nascita e rinascita psicologica nella vita umana.
Ho scritto il libro quindi per presentare l’assoluta forza che nella vita degli uomini ha l’immagine di nascita/rinascita, un passaggio obbligatorio richiesto dal corpo e dalla psiche delle persone per il loro benessere e per il compimento del loro destino e della loro felicità.
È un punto essenziale che la psicologia contemporanea ha molto meno in chiaro di quanto l’avesse la stessa psicanalisi all’inizio del ’900. Perché negli ultimi 50 anni si è molto lavorato sull’adattamento o sull’adeguarsi alle domande della società e molto poco sulla realizzazione del sé e del destino personale. Si è quindi arrivati a legiferare l’aborto perché la cultura contemporanea, al contrario di come si presenta, è una cultura profondamente conservatrice, per certi versi anti-vitale e ostile all’autentico rinnovamento.

In cosa consiste quindi la novità dell’avvenimento cristiano?
Nel tema della nascita e del rinnovamento, il cristianesimo rappresenta una straordinaria evoluzione perché per la prima volta è proprio Dio che si manifesta e si fa simile ad un bambino, un neonato. Dio si fa portatore di una rinascita che si identifica essa stessa nel bambino. È un fatto senza precedenti nella cultura umana, anche se ci sono stati nelle leggende degli dei bambini come Krishna.
Ma quello cristiano è il Dio che sceglie il corpo di un bambino, che morirà, ma è destinato a rinascere per realizzare il destino di dono e rinnovamento a cui è chiamata la vita umana.
Gioia Palmieri

Crono: infanticidio, malinconia e calcolo

(Testo tra dal libro “La crisi del dono. La nascita e il no alla vita” di Claudio Risé, edizioni San Paolo, 2009 (Pagg 30- 32).

Nell’incisione di Dürer, come nelle molte opere ad essa ispirate, c’è poi un’abbondanza di strumenti di calcolo, sia geometrico sia matematico. Tralasciando più sottili disquisizioni filosofiche ed estetiche, essi ricordano che Crono, il tipo saturnino-melanconico, il primo uccisore di figli non ancora nati della storia dell’Occidente, è un calcolatore. È totalmente assorbito dalla verifica e dalla misura delle cose materiali, e, come abbiamo visto, delle ricchezze e dell’oro.
Dal punto di vista psicologico, è qui descritta la difficoltà per la persona afflitta da nevrosi ossessiva di accedere alla dimensione simbolica. Come ha osservato uno dei maggiori pensatori del XIII secolo, Enrico di Gand, la sua «spiccata capacità per la matematica… rende lo spirito incapace di speculazione metafisica. Questo limite intellettuale, ed il sentimento che ne risulta, di essere prigionieri entro muri che li chiudono, rende melanconici coloro che ne sono così impediti».
Le rappresentazioni artistiche, di cui quella di Dürer è forse la più famosa e tra le più elaborate, sottolineano l’aspetto materialistico del Saturno uccisore dei figli, ed illustrano la malinconia di cui è prigioniero.
Il materialismo malinconico di Crono-Saturno è legato ad una concezione del tempo che cerca di servirsi degli strumenti di calcolo per affermare una visione del tempo lineare, che si oppone al tempo naturale, ciclico, scandito dai processi di rinnovamento, dalla nascita e dalla morte.
Come nota lo psicoanalista junghiano Daniele Ribola, Cronos, il tempo nel suo aspetto geometrico e indifferenziato, cerca di negare l’altro tempo, «quello ciclico, vitale, legato ai processi di trasformazione incessante della natura… che è però anche il tempo dell’incarnazione, dell’individuazione e della morte».
Il conflitto tra l’appartenenza ad un tempo senza sviluppo, “uroborico”, nel quale il soggetto rimane ancora sostanzialmente prigioniero del ventre della Grande Madre, in una situazione vicina alla psicosi, e il tempo ciclico, che accetta la nascita del nuovo, quindi la morte e la rigenerazione, è costantemente presente nella psicologia degli uomini, così come nella loro storia, nel loro pensiero scientifico, e nella loro arte.
L’incisione La melanconia di Albrecht Dürer segna uno dei momenti in cui l’uomo prende atto della sconfitta del tempo egoriferito, e accoglie il lutto dell’onnipotenza di Crono-Saturno di fronte alla nascita del nuovo mondo. (…)

Leggi l’articolo dalla pagina del “Giornale del Popolo“:

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