Come salvare i «ragazzi né-né»

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 20 luglio 2009, www.ilmattino.it

Basta con i piagnistei. Le «colpe della società» siamo noi stessi a fabbricarcele, uno per uno. Il «non cercate scuse» che Barack Obama ha rivolto ai giovani neri, invitandoli a smetterla di sognare di essere rapper o campioni di basket, per diventare invece «scienziati, ingegneri, dottori, insegnanti, giudici della Corte suprema e presidenti degli Stati Uniti» era diretto – ha poi spiegato – a tutti: bianchi e neri, giovani e adulti. E vale non solo per gli Usa, ma per tutto l’Occidente.
Il grande problema in questa parte del mondo è infatti il calo delle aspettative, delle ambizioni, della voglia di impegnarsi. Anche il far soldi (e distruggere ricchezza sociale) con le truffe finanziarie che hanno provocato l’ultima crisi economica, o il peso assunto dal narcotraffico e dal consumo di droghe su cui esso prospera, sono altri volti dello stesso problema: il disincanto dell’Occidente e la caduta delle speranze e delle ambizioni dei suoi giovani.
Quest’anno i media spagnoli li hanno soprannominati la «generazione né-né», né studio né lavoro. In Italia sono circa un milione i giovani in età lavorativa che non cercano un lavoro, né sono disposti a studiare per qualificarsi meglio. Due anni fa il ministro Padoa Schioppa aveva liquidato l’intero problema parlando di «bamboccioni» che non volevano crescere, uscire di casa ed assumersi le proprie responsabilità. Le cose sono molto più complesse. Tra l’altro, come ha ricordato Obama, l’atteggiamento rinunciatario dei figli dipende anche da quello dei loro genitori: «I genitori devono assumersi le loro responsabilità, mettendo da parte i videogiochi e mandando i figli a letto presto».
La parola chiave in tutta questa faccenda è infatti: responsabilità. I figli non si prendono le loro, né come studenti né come lavoratori, perché i padri non gli hanno insegnato come si fa, rinunciando per primi a prendersi le responsabilità poco gratificanti del genitore-educatore. Così come gli insegnanti non si sono assunte le loro, e molti continuano a non volerlo fare, come le maestre di Bologna che hanno promosso gli allievi col «dieci politico» generalizzato, pur di non assumersi la responsabilità, richiesta dal ministero, di valutarli coi voti numerici.
Dietro a questa mancata assunzione di responsabilità sta (come l’osservazione clinica dimostra) il fondo depressivo della cultura del narcisismo. «I ragazzi né-né sono anche figli delle famiglie che non li spronano», ricorda il ministro per la gioventù Giorgia Meloni. Genitori e maestri sono troppo depressi per reggere il confronto ed il conflitto provocato dal «no». La bassa autostima dell’adulto narcisista non regge siffatta prova.
Questo opportunismo impedisce però di trasmettere ai giovani, assieme ai no, anche l’energia e la forza che ogni giusto sacrificio sprigiona. La vita e lo sviluppo psicologico non sono infatti il risultato di continue acquisizioni, ma anche di rinunce, di limiti imposti alle proprie pulsioni, al proprio egoismo, alla propria prepotenza, in nome di uno sviluppo, di un «diventare altro» (e meglio), che rafforza ed orienta il senso della nostra vita. È questo, in fondo, il processo educativo, ed è proprio dallo smarrimento di questa consapevolezza che nasce quella «emergenza educativa» che genera gran parte dei problemi attuali anche nel nostro paese; da quelli che chiamiamo impropriamente «morali» a quelli economici, a quelli funzionali, dei servizi.
Occorre assumerci le nostre responsabilità di adulti per aiutare i giovani a sperare, e a volere. Obama esprime un’esigenza e un pensiero ormai sempre più diffuso in Occidente.

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One Response to Come salvare i «ragazzi né-né»

  1. Roberto L. Ziani says:

    Questo articolo mi è piaciuto.
    Vorrei aggiungere una cosa, ponendo l’accento sulla difficoltà di spronare ma soprattutto di sentirsi spronati, in una realtà dove la reciproca sfiducia Paese-Potere sta portando a legislazioni iper-divietistiche e punitive. Che poi vengano rispettate o meno è un’altra cosa.
    Ma una sequela di “non puoi – non devi – prima devi avere questo titolo/autorizzazione/accredito”, pur motivata, ti deprime. Quando senti in giro che il tuo titolo sudato viene sorpassato in graduatoria da “altri meriti”, è ovvio dire chi me lo fa fare. Quando vedi che uno scienziato viene minacciato di morte perchè le sue ricerche contrastano con una certa moralità o abitudine, dici anche lì chi me lo fa fare.
    Il rapper sbraita, il cestista gesticola, e poi se ne vanno in Rolls. Anche questo ha il suo peso.
    Quante materie sono effettivamente utili nella vita? E quante pura teoria utile solo per concorsi e stop? Scusate il mio pessimismo se dico “queste ultime, troppe”. Per questo capisco il disamore per l’iniziativa e per l’auto-coltivazione.
    Sarà un recupero complesso e durissimo. Perchè i “nè-nè” (ma che orrenda definizione, però!…) non hanno – come anche il prof.Risè suggeriva – tutti i torti.
    RLZ

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