Zero in condotta al «10» politico

(Di Stefano Andrini, da “Bologna Sette”, 19 luglio 2009, www.bo7.it)

Risé: «Così si cancella il principio di autorità»

«Così si mina alla base il principio d’autorità», lo afferma Claudio Risé, psicoterapeuta e docente di Psicologia dell’educazione alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano Bicocca, commentando la vicenda delle «Longhena» di Bologna dove 24 maestre, per protestare contro la reintroduzione del voto decimale, hanno dato il 10 in pagella a tutti gli alunni.
«Il punto pregiudiziale», sottolinea Risé, «è l’immagine che le maestre danno di sé, e dell’autorità in generale, nel momento in cui, di fronte ai bambini, prendono una posizione contraria all’autorità cui sono sottoposte per legge. Un intervento di questo tipo mina alla base il loro rapporto coi bambini. È come se dicessero loro: “L’autorità non vale nulla. Vi dimostriamo che si può fare il contrario”.
Questo messaggio, inviato a chi hanno il compito e il dovere di educare, passa una consegna molto precisa: “Ciò che vi diciamo è in ogni momento opinabile e potete fare esattamente il contrario, così come facciamo noi nei confronti del ministro”. In questo modo si incrina alla base qualsiasi processo educativo, che richiede fiducia totale da parte dei bambini ed un riconoscimento del principio d’autorità.
Casi come questo», aggiunge Risé, «dimostrano che il principio d’autorità è il grande disperso della scuola italiana. E trascina nella sua caduta una serie di altri principi come quelli ad esempio di legittimità e responsabilità. Se si può fare il contrario di ciò che l’autorità chiede, come fanno i bambini a sapere a chi devono ubbidire?
La maestra è titolata a chiedere cose ai bambini in quanto dipende da un’istituzione, il ministero della Pubblica istruzione, a cui ne è affidata l’educazione. Ma se fa il contrario di ciò che dice il ministero, perché il bambino deve riconoscerla come soggetto educatore? Da dove deriva la sua legittimità nel chiedere ai bimbi quello che chiede? E ancora, guardando al principio di responsabilità: le maestre sono responsabili nei confronti di qualcuno o fanno quello che passa loro per la testa? E se lo sono, nei confronti di chi lo sono, se non dell’autorità da cui dipendono?
Partendo da un episodio di questo genere possiamo avviare un’ampia riflessione, in cui rintracciamo una serie di manifestazioni e di episodi anche di cronaca: il tipico smarrimento dell’adolescente, che non sa più a chi dar retta, se al dj, al barista, alla maestra o al preside, deriva anche da questo.
Per quanto riguarda le famiglie», conclude Risé, «devono essere consapevoli che gli insegnanti sono al loro servizio, al servizio dell’educazione dei loro bambini. E che hanno una possibilità diretta di intervento nella scuola attraverso la politica. Se sosterranno, unite, la posizione del ministero, le maestre, che al ministero sono sottoposte, saranno costrette a cambiare atteggiamento.
Le famiglie quindi hanno potere contrattuale attraverso l’azione politica: possono mobilitarsi, ricorrere al ministero, organizzare manifestazioni e lo devono fare nell’interesse dei loro bimbi».
Stefano Andrini

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One Response to Zero in condotta al «10» politico

  1. antonello says:

    Come insegnante mi trovo daccordo con quanto dice Risé. Bisogna tra l’altro ricordare che chi lavora nella scuola ha firmato un contratto per un ruolo che gli viene conferito dallo Stato italiano e in cui sono previsti chiari adempimenti e regole da seguire, in questo caso violate. Questo non significa che si debba per forza accettare tutto quanto viene “dall’alto”, ma significa che i dibattiti ci possone e devono essere purché nelle sedi e nei momenti adeguati, con una voce competente e preparata pedagogicamente, non coinvolgendo gli studenti, e in modo infantile, in questioni che non li riguardano. per loro l’obiettivo è la maturazione e la crescita, non le questioni sindacali o private
    antonello

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