Il Superenalotto e l’isola del tesoro

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 10 agosto 2009, www.ilmattino.it

Pensatori autorevoli, statistici e matematici hanno anche recentemente spiegato perché giocare alle lotterie, come il Superenalotto, sia del tutto irrazionale e privo di senso, visto che le probabilità di vincita sono grottescamente vicine allo zero. Dunque persone e popoli dediti a questi giochi, come gli italiani, sensibili da sempre a queste passioni, rivelerebbero in questo modo un lato infantile, un poco lodevole legame col pensiero magico. Ma siamo sicuri che sia davvero così?
La frequentazione attenta di qualsiasi botteghino dove si vendano biglietti delle magalotterie ci fornisce informazioni diverse. L’atmosfera è positiva, piuttosto elettrica, ma cordiale. Già lì, mentre paga, la gente ha l’aria di divertirsi, cosa non frequentissima nell’attuale società di massa, e comunque indice di salute mentale. I posti malsani sono quelli dove la gente è spinta a soffrire, non quelli dove si diverte. Piacere, e tormento, segnano la linea divisoria tra salute psichica, e malattia.
Qui invece, mentre esco e il gestore sta abbassando la saracinesca, arriva trafelata una giovane donna in bicicletta e chiede autoironica: «Come, già chiuso? Anche stavolta non diventerò ricca…»? Il fatto è che anche lei, come tutti gli altri, ha già cominciato a sognare. Per questo investe qualche spicciolo nella giocata, per questo sorride, sperando che il tabaccaio le prenda il foglietto che ha preparato.
Il grande popolo dell’Enalotto compie insomma, quando può e si ricorda, la fondamentale operazione terapeutica di dare spazio all’immaginazione, che è poi la bombola d’ossigeno della psiche, la lampada magica che, se strofinata, lascia uscire il suo genio benefico. Fumoso, ma pronto ad ascoltare i nostri desideri.
Il costo della giocata, con la sua minima speranza di vincita, rappresenta il rito di ingresso per autorizzarsi a sognare: quali desideri realizzare, quali regali fare, quali oggetti belli concedersi. Se lo scopo è quello di immaginare, e non veramente quello di vincere, perché però pagare una tassa agli organizzatori delle lotterie, e allo Stato; perché non sognare per conto proprio, senza pagare balzelli di sorta? Innanzitutto, per fortuna, se una persona sta bene non si limita a sognare con le lotterie, ma coltiva anche sogni più personali, intimi e profondi, meno monetari. Ciò che però le grandi lotterie forniscono è la possibilità di inserire i propri sogni personali in un grande movimento di immaginazioni e speranze collettive, col risultato di rafforzarli con le emozioni di tutti gli altri che partecipano al rito.
L’operazione psicologica non si svolge più all’interno del conscio e inconscio personale, ma tra questo ed il grande ed impetuoso fiume dell’inconscio collettivo: quello delle speranze (e dei timori) condivisi con molti altri. È una variante moderna dei grandi «misteri» dell’antichità, nei quali i gruppi si esaltavano collettivamente nell’incontro con gli Dei, spesso rappresentativi della Fortuna, o del Destino.
In questo modo l’Enalotto, o la Sisal, svolgono la funzione sociale di organizzare con profitto un bisogno psicologico e affettivo specifico dell’essere umano. Certo, come ogni passione, anche questa può alimentare dipendenza patologica, in questo caso dal gioco. Non è però la lotteria a generare dipendenza; essa viene piuttosto utilizzata da nuclei di fissazioni psichiche ossessive che in assenza di questi giochi, si rivolgerebbero ad altri riti.
Nell’attesa dell’estrazione, a volte poi dimenticata, si viva il gioco per quello che è: la frequentazione di quell’«isola del tesoro» che è l’immaginazione umana.

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9 Responses to Il Superenalotto e l’isola del tesoro

  1. samuele says:

    Ha visto l’iniziativa del giornale tedesco Bild in associazione con la compagnia tedesca Air Bild? Dalla Germania si vola in Italia per il jackpot, sul Corriere http://www.corriere.it/cronache/09_agosto_12/superenalotto_contagia_tedeschi_bfe48580-873e-11de-a53e-00144f02aabc.shtml

  2. Roberto L. Ziani says:

    Professore, Lei cerca del buono proprio dappertutto. Non è un difetto, certo, però…
    A me è stato insegnato che la corsa alle lotterie è un’onta nazionale che tradisce la troppo diffusa mentalità della ricerca della facile ed immeritata ricchezza, la speranza illogica nello stellone, ecc.
    RLZ

  3. Redazione says:

    Caro Roberto, criticare è più facile che apprezzare, anche perché ti conferma nella tua idea di superiorità rispetto ai miseri altri, mentre per apprezzare devi in qualche modo condividere loro miseria. Comunque le sembra “facile” la ricchezza cercata da questi giocatori? Molto più difficile della pepita nel rivo del Klondike! Sono dei sognatori, più che dei cercatori di ricchezza. E poi dire no alla sorte è un gesto di superbia. Certo più elegante che rincorrerla, implorando. Ma, invecchiando, si scoprono seduzioni diverse, come quelle dell’umiltà. Saluti, Claudio

  4. antonello says:

    Ricordo alcuni brani di Matilde Serao, giornalista de Il Mattino, che descrive la Napoli dell’Ottocento: miseria, disperazione, ma tanti sogni nella giocata al Lotto al punto che la nostra autrice dedica interi capitoli nei suoi romanzi a questo gioco(Il ventre di Napoli, Il Paese di Cuccagna). Non mi sembra però che emerga vergogna o senso di onta. Al contrario la Serao ci lascia uno spaccato di ciò che vede: una gente che si lascia travolgere dalla mania per il giuoco ma che nel suo sognare (come fanno le ragazze poverissime che sperano in una dote grazie al Lotto) è “passionale, istintiva, testarda, ma anche molto generosa”. Sarà poco politically correct, ma è molto verace
    antonello

  5. Roberto L. Ziani says:

    La ringrazio molto del commento. Mi faccia solo specificare due cose: non mi volevo rappresentare come superiore a nessuno, mi sono limitato a spiegare ciò che a me fu insegnato e che trovo vero; infine, con “facile” intendo che non nasce da sudore e faticoso lavoro (unica ricchezza degna di rispetto) ma da un foglietto compilato praticamente senza logiche ed estratto del tutto casualmente (speriamo).
    Se qualcuno si è risentito mi scuso e prometto di ponderare meglio le parole.
    RLZ

  6. antonello says:

    Eppure amche nella ricchezza data dalla Fortuna deve esserci qualcosa di nobile. Nella cultura occidentale, dai Greci almeno fino al Rinascimento, la Fortuna è stata rappresentata come una bella ragazza (quindi da corteggiarsi e in qualche modo legata all’Eros/Venere/cambiamento e nuova vita) che (si) dona bendata, oppure calva con un ciuffo(l’Occasione da non perdere e prendere al volo). Per nulla da disprezzarsi, anzi: Cesare nei Commentari la cita spesso a lui favorevole come segno di predilezione, legame col trascendente e ricerca di un senso storico individuale e collettivo. La cosa interessante è che nelle epoche in cui la si onorava vi era però anche la consapevolezza della sua “variabilità” (nei Carmina Burana è come la Luna); l’uomo cioè sapeva prendere dalla Fortuna/Sorte il bene e il male. Forse oggi non sappiamo fare nessuna delle due cose (come dimostra la sorpresa e imprudenza con cui abbiamo accolto la crisi economica).

  7. Carmelo says:

    Cao prof. Risè, nel leggere questo aticolo sono rimasto meravigliato delle sue considerazioni su un fenomeno che una certa “superiorità intellettuale” tenderebbe a snobbare. Poi ho notato che le sue considerazioni nascevano dall’osservazione della realtà, così come è. E mi è venuta in mente una una frase del premio nobel Alexis Carrel, ripetuta spesso da don Giussani:”Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore, molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”
    saluti

  8. Redazione says:

    Grazie Carmelo della citazione Carrel-Giussani. Anche perché molti “ragionamenti” sono intrisi di pre/giudizi, di origine più o meno ideologica, che invece di farci vedere la realtà, ce la nascondono. E noi li accettiamo di buon grado, perché in fondo i pregiudizi, travestiti da ragionamenti, ci aiutano a non metterci in discussione. Tutto molto umano, niente di scandaloso; nessuno si senta in imbarazzo. In fondo, anche gran parte della storia della scienza è impastata di contenuti di questo tipo. Saluti a tutti, Claudio

  9. Ha poi rivisto quelle stesse persone, così entusiaste al botteghino, dopo che sono arrivati i risultati?

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