Educare i figli mettendo al centro i genitori

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 24 agosto 2009, www.ilmattino.it

Dove abbiamo sbagliato? E’ questa (anche quando non pronunciata) la domanda più presente alla mente dei genitori dei tantissimi ragazzi che in tutto il mondo occidentale hanno passato l’estate ubriacandosi e drogandosi, evitando per di più ogni sport e disciplina fisica. Molti di loro (sono i casi più semplici anche se poi rimediare non è facile) riconosceranno di aver mancato per disinteresse e disattenzione.
Più in difficoltà sono però gli altri (la maggioranza): i bravi genitori. Quelli attenti al profitto scolastico, alla buona salute, che suggeriscono ai figli consigli e direttive positive. Ma che hanno ugualmente vissuto vacanze inquiete, sapendoli tra un festival hip hop ed uno reggae, tra fiumi di droga birra e superalcolici, con altri accanto a loro che stavano male.
Sarebbero tornati, ce l’avrebbero fatta? Quali conseguenze, poi, avrebbero avuto, queste vacanze scombinate, sulla scuola, il lavoro per chi già ce l’ha o lo deve trovare, gli affetti? Domande che nascono da una crisi educativa presente in tutta la nostra civiltà. Nella quale però si fa strada un’intuizione che forse chiuderà un’epoca di pedagogia ansiosa e bimbocentrica, inaugurata negli anni dopo il ’50 dai vendutissimi manuali del dottor Spock sul bambino, e da allora mai davvero abbandonata. La pedagogia che ha trasformato il figlio, prima bambino poi adolescente, in centro della vita dei genitori, fino a farne la loro principale, costante, preoccupazione. In questo modo ha scambiato quel ragazzino/a curioso e allegro in un ospite inquietante e imprevedibile.
Cosa combinerà, in quali pericoli si metterà, che malattie prenderà: ecco le domande che, se assillanti, trasformano quel simpatico rompiscatole del figlio in una preoccupazione ossessiva che distrugge il tuo buonumore (e quindi finisce col viziare anche il suo).
I genitori disperati raccontano ai terapeuti che quei figli chiassosi e distruttivi, incuranti di ogni regola e attenzione verso gli altri, si credono di essere al centro del mondo. Ma chi ha fatto loro credere di essere al centro del mondo, se non proprio i loro genitori (ma anche gli insegnanti, psicologi, assistenti sociali)? Questo incrementare l’egocentrismo prima infantile, poi adolescenziale, ha finito col privare i figli di un termine di paragone indispensabile per il loro sviluppo: gli adulti come “altro da sé”, con una loro vita e loro interessi, in relazione e magari in opposizione ai quali sviluppare i propri.
I ragazzi hanno così modellato una sorta di Ego personale apparentemente autosufficiente da quello degli adulti, in realtà profondamente povero e vuoto. A volte poi essi si ribellano a questo vuoto compiendo gesti estremi, apparentemente di ricerca del piacere, in realtà di autentica autodistruzione, come nei rave di ferragosto.
Anche il loro mondo di giovani appare come autoreferenziale e chiuso, se non per quanto riguarda i consumi (di droga, di musica, di gadget e mode di vario tipo) attentamente forniti da adulti, che lo trattano come un mercato. In realtà è piuttosto un mondo abbandonato a se stesso, da cui gli adulti sono usciti, assecondando le pulsioni e richieste più elementari dei ragazzi, spesso per non affrontare la fatica della contrapposizione, del fare ai ragazzi una proposta diversa. Che tuttavia, anche per prendere forma, presuppone che al centro della vita degli adulti non ci siano i pur importantissimi ed amati figli; ma loro, i grandi, con le loro sicurezze e le loro ricerche, le loro delusioni e le loro passioni.
Solo genitori protagonisti della propria vita consentiranno ai figli di riprendersi la loro.

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6 Responses to Educare i figli mettendo al centro i genitori

  1. Pingback: Anna Vercors

  2. samuele says:

    Un esempio di adulti usciti, abbandonandolo, dal mondo dei giovani è questo: una madre di Treviso ha oggi denunciato la scuola che, a suo parere, non ha fatto nulla per impedire che il ragazzo (e tutti i ragazzi quindi) si drogasse con la cannabis finendo al Sert e infine a San Patrignano. Secondo la donna che si è rivolta ripetutamente agli insegnanti, colta da sospetti sull’uso di droga a scuola, ciò che è riscontrabile è l’assoluta ndifferenza. Nessuno dice nulla, nessuno fa nulla, tantomeno ministeri e governo. L’articolo in http://www.gazzettino.it/articolo.php?id=70829&sez=NORDEST

  3. Claudia says:

    Scusate la non-pertinenza con l’articolo…se posso faccio comunque un commento: quella che il prof. Risé descrive è la stragrande maggioranza dei genitori, sono d’accordo. Ad oggi, però, sopravvive ancora una minoranza di padri padroni, che trattano i figli come bestiole che devono obbedire, che non esitano ad usare le mani, gli insulti verbali e che considerano una vera e propria umiliazione la ripresa del rapporto dopo un momento di scontro. Che sarà di questi figli? Qualcuno, un giorno, scriverà qualcosa anche per loro, anche se i loro genitori sono fuori moda?
    c

  4. Redazione says:

    Per Claudia: questi padri sono molto meno degli altri, i futili assenti, per questo ne ho scritto di meno, e non perché non siano di moda del che mi importa nulla (comunque, mi pare anzi, che i giornali appena ne trovano uno ne fanno gran sfoggio). Sul perché siano meno, e cosa accade ai loro figli, ho tuttavia scritto un po’ dovunque, sia nei libri che sui giornali. Elencare è difficile. Dia un’occhiata, se crede.

  5. Marco says:

    Mi colpisce, tra gli aspetti della pedagogia ansiosa, la convinzione che se il figlio fa quel che vuole, non bisogna fare altro che aspettare una vagheggiata età della ragione, in cui tutto magicamente si aggiusterà. Immaginare e magari pretendere che i limiti al figlio li metta qualcun altro, magari una maestra d’asilo con altri 25 bambini a cui badare, mi sembra veramente lavarsene le mani. Fare il proprio, spesso ingrato, mestiere di padre, non entra in linea di conto come possibile soluzione. A livello profondo, come l’articolo ben suggerisce, la mancanza di regole, limiti, protezione, holding, è vissuta dal bambino come un abbandono. “I no che aiutano a crescere”- dice il titolo di un famoso libro, non del dottor Spock …

  6. Margherita says:

    Fra le mie frequentazioni quotidiane non ho mai incontrato padri(madri) padroni, mentre vedo presenti i rischi di questa pedagogia figliocentrica in tutte le famiglie. Anche perché spesso i genitori vengono introdotti in questa mentalità già all’inizio da una filosofia che giustamente promuove l’allattamento al seno, ma lo carica eccessivamente di significato e soprattutto invita le madri ad attaccare il neonato ad ogni vagito. È vero che non si può parlare di educazione rispetto ad un bimbo di pochi giorni, infatti il problema è l’educazione della neo mamma che inizia subito a concepirsi “al servizio” del figlio.

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