L’infelicità femminile

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 28 settembre 2009, www.ilmattino.it

L’infelicità femminile è in aumento, in tutto il mondo. Storie come quella di Erika, la giovane donna che ha ucciso i suoi figli, e se stessa, sono sempre più frequenti, non solo in Italia. Queste vicende non rivelano solo un interiore «male oscuro», ma una condizione femminile vissuta sempre più frequentemente come pesante, senza veri piaceri e consolazioni.
Da quando e perché ciò accade? Secondo le statistiche su opinioni e umori dei diversi gruppi sociali (come il General Social Survey americano, ed altri), tutto cominciò nei primi anni 70.
In Europa è arrivato un po’ dopo. All’inizio degli anni 70 si era ancora in piena euforia femminista, e le donne, anche se non felicissime, ancora sognavano un mondo migliore. È quando è sembrato che l’avessero conquistato che è cominciata la delusione.
Come ha scritto al mio blog una corrispondente che non conosco, subito dopo aver letto di Erika: «Non posso approvarla, ma la capisco. Anch’io non ne posso più dell’ufficio, i bambini cui badare, tutte le cose cui star dietro……..è troppo pesante. E tutto da sola».
Questo, e non qualcosa di oscuro e misterioso, è all’origine della depressione femminile contemporanea, diffusa in tutto il mondo e tra tutte le donne. Un po’ meno, a quanto pare, tra le afroamericane, come dimostra la loro più nota rappresentante: Michelle Obama. Che però un marito ce l’ha, e di quelli che una mano finisce col dartela (anche se nei loro siparietti mediatici lasciano filtrare qualche accusa, e corrispondenti ammissioni).
Le donne sono «stanche», come scriveva Erika. Lo status di madre-lavoratrice sola sembra rivelarsi psicologicamente più pesante di quello della casalinga che si muoveva all’interno dei limiti, ma anche delle garanzie di una coppia stabile. In queste difficoltà, la responsabilità dei figli, affidati per solito alla madre dopo la separazione, ha un ruolo molto importante. «La cosa che nella vita ti toglierà più felicità è avere figli», ha scritto la docente universitaria Betsey Stevenson, nel suo libro «Il paradosso del declino della felicità femminile».
Anche nell’esperienza terapeutica appare con grande evidenza il senso di fatica, affollamento, impotenza delle donne sole nell’educazione e allevamento dei figli (salvo nei casi di grande abbondanza di mezzi, e neppure sempre). È ancora statisticamente raro, per fortuna, che ciò sfoci nella loro soppressione. Tuttavia accade, e i biglietti con le minacce «piuttosto che lasciare i piccoli a lui, li porto via con me» non rivelano necessariamente follia, quanto piuttosto la frustrazione di non avercela fatta da sole, l’ammissione del bisogno dell’altro, di un altro, vissuta però come debolezza inaccettabile.
Sembra che sia questa durezza con se stesse, questo voler essere sempre «brave», inappuntabili, per giunta anche belle, a rendere infelici le donne emancipate (o comunque superimpegnate). Anche, a quanto pare, sul lavoro, dove la donna, soprattutto se in carriera, richiede moltissimo a sé e agli altri che lavorano con lei. Proprio la difficoltà di adeguare le sue richieste alle possibilità degli altri la rende a volte impopolare; mentre la severità verso se stessa mette a rischio la sua vita affettiva, e le sue emozioni personali.
Difficile dire quanto questa elevata richiesta sia da sempre un tratto della personalità femminile, o quanto derivi dall’aver adottato quello che credeva fosse il modo maschile di stare nel mondo. Gli uomini però sono anche abili (a volte fin troppo) nell’indulgenza verso le proprie inadeguatezze. Meglio che anche le donne se ne concedano almeno un po’.

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23 Responses to L’infelicità femminile

  1. Gorka says:

    Insomma, bla bla bla…il punto qual’è, perche le donne sono infelici? non ho capito, se è troppo pesante stare dietro i figli e farsi belle (belle? con quei faccioni pieni di trucco) andassero a lavorare nelle miniere, senza privilegi, vedreai che le crisi passano; oppure prendessero l’invalidità per disturbi psicotici: qui si parla troppo spesso di depressione per giustificare l’indolenza e la criminalita femminile, la depressione è un disturbo psichico, c’è la distimia o depressione minore, c’e la depressione maggiore: che è uno stato malinconico grave, poi ce la psicosi bipolare: che alterna stati depressivi a stati maniacali(euforia); insomma malattie mentali serie.

  2. Redazione says:

    La tua fede nella diagnostica, caro Gorka, è invidiabile. Purtroppo le cose della vita sono più complesse che le classificazioni (pur utili, per farsi un’idea), dei manuali. Altrettanto complesse sono le due condizioni antropologiche dell’uomo e della donna oggi. Complessità di cui nessuno vuole farsi carico, perché gli slogan sono più semplici. Però purtroppo inutili. E si vede, Claudio Risé

  3. Gorka says:

    Si, la mia era una risposta arrabbiata, non ho fede nella diagnostica, soprattutto nella psichiatria le diagnosi servono per dare un idea come hai detto tù; ma è innegabile che si fà un gran parlare di depressione per queste donne, mi sembra più una copertura, una moda, per questo l’ho buttata sulla malattia mentale.

  4. cesare says:

    A mio avviso,aver contrapposto “ontologicamente” la donna all’uomo, infelice risultato dell’orientamento pedagogico, formativo e culturale oggi prevalente, porta alla lettura scissa del fenomeno umano per cui inizia la impossibile contabilità separata delle felicità e infelicità del maschio e della donna: il “sindacalismo di genere” quando non “la guerra di genere”. E’ da qui che ogni difficoltà ha origine. Mentre l’unica felicità possibile ha com precondizione e si basa prima di tutto sul reciproco riconoscimento di una “ontologica unità originaria”. Di questa appartenenza tra uomo e donna la Bibbia nel Genesi dice poche chiarissime parole, fra cui anche il motivo per cui non si può pretendere dall’altro e da sè stessi la perfezione originaria. Altrimenti mi sembra si acceda a una visione dell’uomo e della donna, in insolubile opposizione rivendicativa, che apre ai desideri illusori e impossibili, che non possono poi fondarsi altro che su scuse autogiustificanti. Per cui il male che, è detto, “nasce dal cuore”, viene sempre e in ogni caso ridotto a sintomo di una malattia o effetto di distorsioni socioeconomiche.

  5. Giulia says:

    Al posto delle parole, due semplici fatti:
    1) Ho da sempre problemi con mio marito trovandomi diverse volte sull’orlo della separazione. Da sempre avrei voluto l’aiuto di uno psicologo, psicanalista o terapista di coppia. Finora non è mai stato possibile. Perchè? Perchè mio marito non vuole, risponde “Sei tu che non stai bene, mica io”.
    2) Mia sorella ha problemi con suo marito da tanti anni. Lei pure vorrebbe un aiuto psicologico, ma non le è possibile: il marito non ne vuol sentir parlare, il suo NO è categorico, perchè “I nostri problemi ce li dobbiamo risolvere da soli, gli estranei devono stare fuori”.
    Poi le situazioni precipitano e i poveri mariti cadono (o meglio, fingono di cadere) dalle nuvole.
    Giulia

  6. Gorka says:

    Certo Giulia, detta così sembra che hai ragione te, come sempre quando le donne si lamentano, poi bisogna vedere le cose come stanno sul serio, è ben lontano da me difendere gli uomini.

  7. Daniela says:

    Giulia, nessun giudizio di uomo può impedire ad una donna di agire contro se stessa, a meno che lei non riconosca a lui un potere d’arbitrio sulla sua vita. Datti da fare. E non ti fidare di chi non ama gli uomini, soprattutto se uomo. Non ama neanche le donne. Riprendi il controllo della tua vita. Non delegare. Costi quel che costi, il prezzo vale.

  8. Daniela says:

    Intendevo “agire per se stessa”. Uhm, interessante lapsus.. E la rima finale non era voluta 😀 Sempre più interessante!

  9. Gorka says:

    Cara Daniela: che non amo le donne, anzi le odio è evidente, ho scritto che non difendo gli uomini perche non amo neanche loro e come si comportano con voi: sia nel bene che nel male.

  10. Daniele says:

    Professore, sto scrivendo la tesi per la Laurea in Psicologia sul Maschile e Femminile, e citerò spesso i suoi lavori.

  11. Daniela says:

    Gorka, ti sei sentito chiamato in causa. Potrei esprimere un giudizio sulle tue affermazioni, ma non lo farò. Quanto a giudicare mi sembra che tu sia abile fino a perdere il senso, la misura e la speranza. Mi sembra che ti basti e t’avanzi.

  12. Gorka says:

    Non ho capito, il professore sarei io?.
    Riguardo a Daniela meglio che lascio perdere, da due parole che ho detto già pretende di sapere tutto su di me, classica arroganza femminile.

  13. Carmelo says:

    delle cose dette nel post e nei commenti successivi mi colpiscono (perchè li ritrovo nella mia esperienza) due aspetti, che sono anche limiti dei rispettivi generi:
    1) quello che afferma il prof risè circa il perfezionismo esasperato delle donne sul lavoro, che crea loro grandi problemi e sofferenze, anche se molte magari non lo ammetteranno mai;
    2) un aspetto emerso nei commenti circa la congenita difficoltà dei maschi a mettere in campo i loro sentimenti nel confronto (terapeutico o no) con un altro.
    carmelo

  14. Daniela says:

    Mi avvedo ora che come donna sono a serio rischio gorkizzazione.. Ohibò.
    Grazie Gorka, davvero, so che forse non capirai e che ti farebbe pure schifo, ma ti bacerei!

  15. Gorka says:

    Ecco un’altro comportamento classico femminile, il ricatto: o stai hai miei comodi o sei gay; se questa discussione succedesse in un luogo pubblico, rischierei davvero grosso.

  16. Daniela says:

    Giusto Gorka, messa così non ci si potrebbe davvero fidare delle donne! Effettivamente l’alternativa tra essere uno schiavo o non essere considerato un uomo è avvilente. Ma chi te lo fa fare?? Son d’accordo con te su tutta la linea.

  17. Giulia says:

    X Carmelo, hai ragione. L’unica differenza nel mio perfezionismo è che non è rivolto al lavoro (che nel mio caso considero perlopiù un mezzo per mantenere la famiglia, poichè un solo stipendio non basta). E’ rivolto invece alla casa e ai figli: ho paura di non essere una buona madre e una buona donna di casa come vorrei essere, perchè purtroppo (purtroppo, non per fortuna…) passo tutto il giorno fuori casa…temo di dedicare troppo poco tempo ai figli e che questi soffriranno per tutta la vita dei miei errori. So per certo di essere un disastro di moglie…insomma, in sostanza non accetto di essere limitata, ma non perchè vorrei essere considerata un fenomeno, ma perchè non sopporto di far soffrire quelli cui voglio bene. Spero di essermi spiegata.
    Saluti
    Giulia

  18. Gorka says:

    E’ vero, molti uomini hanno paura di parlare dei propri sentimenti e debolezze, questo è un male; al contrario le donne si lamentano a volte giustamente, pero il loro perfezionismo può essere asfissiante anche per i figli, se i bambini non mostrano sofferenza perche preoccuparsi, penso sia peggio per un bambino essere troppo oppresso e represso.

  19. Daniela says:

    E’ vero Gorka. Io personalmente ho sperimentato cosa significhi tenersi tutto dentro. Ma quello che mi fregava era proprio considerarlo un male. Quello che abbiamo dentro non è male. E che finchè lo consideriamo tale non riusciamo a tirarlo fuori. Quando riconosciamo che ha valore allora vogliamo condividerlo con altri. Ma bisogna trovare il coraggio di andare a scoprire se oltre che per noi ha valore anche per gli altri. E dopo questo, avere il coraggio di continuare a credere a quel valore anche se scopriamo che ci sarà pure qualcuno che per motivi suoi non lo apprezzerà. Dico bene?

  20. armando says:

    Sono sincero, non afferro bene il senso della discussione sull’articolo di Claudio Risè. Mi sembra una degenerazione personalistica come accade spesso nei vari forum sparsi sul web e che per questo non mi appassionano.
    Il succo delle argomentazioni di Claudio mi sembra chiaro. Le donne si percepiscono infelici constatando che gli orizzonti emancipatori che erano stati loro prospettati e che esse stesse avevano assunto come l’obbiettivo per eccellenza della loro liberazione, erano in realtà una bufala tremenda, un inganno alla loro femminilità. In primo luogo il credere di poter fare da sole, liberandosi dell’ingombrante presenza maschile, dall’atto che da inizio alla vita al matrimonio buttato facilmente a mare. Non è così, semplicemente. E, sia chiaro, non si tratta soltanto di sperare in un marito più cooperativo. Il malessere è più sottile, e concerne secondo me proprio l’essenza dell’essere femmina e dell’essere maschio. L’infelicità nasce dall’aver dimenticato o rifiutato questa verità elementare e istintiva, che implica la complementarietà fra i sessi, il contrario della moderna omologazione.
    Personalmente credo anche che al di là della rappresentazione che danno di se stessi, l’infelicità colpisca anche gli uomini. E’ vero che siamo meno propensi ad ammetterlo, è vero che difficilmente riusciamo ad esprimere, in primo luogo a noi stessi, le inquietudini che ci abitano dentro. Ma i numeri parlano. I suicidi, i vagabondi senza casa, i carcerati, sono in stragrande maggioranza maschi. Sfido chiunque a leggerli come sintomi di uno stato di felicità o almeno di serenità. C’è da chiedersi, infine, se l’incapacità maschile a dire se stessi non nasca anche dalla percezione di non trovare ascolto nella società e nelle proprie compagne. Ossia il contrario di quanto accade alle donne. Perchè, alla fine, la psiche non si cambia in poco tempo, ed un uomo che confessa le proprie fragilità perde facilmente appeal presso il genere femminile. Giusto o sbagliato che sia, ed io propendo a dire che la verità sta nel mezzo (un uomo troppo lamentoso perde virilità e diventa insopportabile come quello sempre falsamente sopra le righe) è così.
    armando

  21. Claudia says:

    Fa tristemente impressione leggere questi interminabili sfoghi uno sotto l’altro, dove nessuno riesce a leggere gli altri e parla unicamente con se stesso/a. Ci credo che sono tutti pieni di “non ho capito, non ho capito”. La rabbia verso l’altro genere impedisce letteralmente l’ascolto e il dialogo.
    c

  22. Gorka says:

    Io l’ho detto subito: le femmine si lamentano per ottenere sempre più servilismo da parte dei maschi, che poi e normale che si suicidano e crepano di infarto, devono fare tutto loro; se uno osserva le automobili che passano si vedono sopratutto uomini al volante che portano a spasso le loro ragazze, oppure ragazze sole al volante, difficilmente donne che portano uomini e così tutto il resto. Se un uomo si lamenta è un pappamolla, non vedo nient’altro. Armando non hanno mai voluto fare tutto da sole, più se la tirano più gli uomini devono impegnarsi per avere quel poco di pelo ormai del tutto rasato.

  23. stregadigorla says:

    A proposito dell’infelicità femminile: io ho cercato per tutta la vita un uomo che corrispondesse all’ ideale di virilità incarnato da mio padre e finalmente l’ho conosciuto, ma naturalmente è sposato e se non fosse un buon marito e un buon padre, probabilmente non lo troverei affascinante!

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