Deserti affettivi e trasgressione

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 2 novembre 2009, www.ilmattino.it

Che effetto produrrà nella psicologia degli italiani, e dei più giovani, il fatto che ormai dalla scorsa primavera i principali media dedichino le notizie di testa alle trasgressioni sessuali di leader politici e vip di vario tipo e qualità? A cosa si deve l’esondare della cronaca politica dai propri argini tradizionali, per dilagare nella vita intima dei suoi protagonisti? C’è qualche relazione tra l’irrequietezza sessuale dei politici e la prepotente trasgressività degli adolescenti?
Se è fondata l’osservazione che il parlare troppo e morbosamente di guerra rischia di immettere il virus bellicista nelle popolazioni e nell’opinione pubblica, ci si può chiedere se dilungarsi sull’abitudine dei potenti di frequentare prostitute/i di vari generi sessuali non finisca col suscitare dapprima sconcerto, e poi emulazione, soprattutto nelle fasce “deboli”, dai giovani alle persone dotate di formazioni culturali o affettive più fragili. Chissà insomma se il messaggio: “guardate un po’ i potenti cosa fanno”, non venga percepito come: “se volete far carriera fate così”.
Nell’esperienza psicoterapeutica, ad esempio, si vede chiaramente il formarsi di una forbice, soprattutto tra i giovani. Da una parte le persone più psicologicamente strutturate si mostrano irritate di fronte allo spettacolo presentato dai media, distaccate dalle istituzioni (anche informative, giornali e televisioni), e intenzionate a dotarsi di propri criteri di giudizio, e di un proprio stile di vita, che li ripari da un costume collettivo percepito come scadente, e pericoloso. Dall’altra, soprattutto gli osservatori specializzati nelle categorie deboli e a rischio, segnalano che sempre più frequentemente il successo viene identificato con la deviazione sessuale. Come nel caso di quella madre che ha giustificato con l’intenzione di “aumentare la popolarità e il successo sociale” della figlia undicenne il proprio impegno nell’organizzarle di continuo incontri sessuali con compagni più grandi (che la donna convinceva regalando loro cariche telefoniche ed altri gadget).
Il martellare dell’informazione sessuocentrica convince le persone più deboli (spesso anche malate, come nel caso appena citato), che l’avere molti rapporti sessuali fuori da ogni morale riconosciuta, sia la vera chiave per il successo oggi.
Tuttavia ciò può accadere solo per il vuoto che caratterizza ormai la sfera privata e la vita affettiva di molte persone. Per il cittadino della postmodernità, sradicato da appartenenze di classe, di territorio o di fede in gran parte abbandonate, e con un’affettività familiare fragile e provvisoria, sempre sottoposta alla possibilità di un abbandono-separazione-divorzio, la sessualità è rimasta il principale terreno di esperienze emotive. Ma la caratteristica della sessualità separata dall’affetto è quella (come avvertiva già Freud) di lasciare inappagati. Di qui la ricerca di trasgressioni.
Lo scenario ossessivamente descritto dai media nelle loro cronache sui vip, prima e al di là delle varie manovre politiche che pur lo influenzano, è soprattutto la riproduzione dell’affettività postmoderna: una vita privata devastata cui si vorrebbe ansiosamente rimediare con una sessualità sempre più trasgressiva, aiutata da sostanze euforizzanti.
I media non fanno altro che raccontare la paura/desiderio di molti, che nella realtà viene interpretata da alcuni potenti, spiati e poi denunciati dagli avversari politici.
Come già accaduto nella storia, i capi cadono preda delle patologie presenti nell’inconscio collettivo, ed interpretano i deliri in esso diffusi.

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21 Responses to Deserti affettivi e trasgressione

  1. armando says:

    Le ultime parole del tuo articolo mi confermano in una convinzione che ho fatto mia da tempo. Siamo una civiltà in piena decadenza, che ricorda quella del tramonto dell’impero romano. Non può allora meravigliare che i popoli più giovani, con identità più forte, e di costumi più sobrii, siano destinati a prendere il sopravvento. Cosa che trova del resto una conferma nella sentenza della corte di Strasburgo che vieta il crocifisso nelle scuole, ossia che nega e rifiuta la nostra identità culturale. Intanto i giornali e i Tg aprono coi gossip, i programmi d’informazione si dilettano a sfrucugliare nelle camere da letto altrui intervistando escort e trans, e tutti quanti facendo allarmismo per un banale virus influenzale che sembra diventato la peste di Milano di manzoniana memoria, si perdono in consigli in sè banali allo scopo di trasformarci in un esercito di piccoli uomini e donne terrorizzati, che guardano al vicino come un untore ed allo straniero come il responsabile di ogni male, che invece è profondamente e drammaticamente in primo luogo nostro. Che tristezza!
    Armando

  2. pulvis says:

    Mi permetto di commentare il commento di Armando e non il post di Claudio Risé.

    “Le ultime parole del tuo articolo mi confermano in una convinzione che ho fatto mia da tempo. Siamo una civiltà in piena decadenza, che ricorda quella del tramonto dell’impero romano. (…) Cosa che trova del resto una conferma nella sentenza della corte di Strasburgo che vieta il crocifisso nelle scuole, ossia che nega e rifiuta la nostra identità culturale”. (Armando)

    Sono felice di essere Cristiana. Credo che il Papa sia il successore di Pietro e vicario di Cristo qui in terra. Cerco di onorare questa fede nel privato del mio cuore e nella mia vita con gli altri con molti insuccessi e qualche risultato che spero vada a gloria di Chi mi ha creata e mi ha dato i beni di cui dispongo. A partire dall’intelletto.

    Io sono contenta della sentenza di Strasburgo.

    Sono contenta proprio perché sono conscia della mia identità culturale. Sono contenta perché non ho bisogno di ostentare un crocifisso per ricordarmi di Cristo. E se durante il giorno sentissi il bisogno di rivolgere a Lui il mio sguardo posso guardare il cielo o toccare la catenina che tengo al collo sotto la canottiera. O ancora entrare in una chiesa, giacché ce ne sono tante.
    Non sento minacciata la mia libertà di religione perché a tutelarla dovrebbe esserci uno Stato laico e super-partes che, come da Costituzione italiana (se non sbaglio), garantisce a tutti libertà di culto.

    … E finalmente mi sento tornare alla mi piccola dimensione di pellegrina su questa terra. Attiva in una “parrocchia”, un posto nel quale incontro tanti fratelli tutti “di passaggio” che hanno come fonte di difesa e come meta Dio e non solo Città del Vaticano.

  3. claudia says:

    Ma se non ha bisogno di ostentare un crocifisso, perchè mai sente il bisogno di sbandierare su internet la sua fede? Poteva benissimo tenerla per sè. Quanta presunzione!
    c

  4. armando says:

    Il crocifisso nelle scuole o in altri luoghi pubblici non è ostentazione, non serve ad aumentare la fede, e il buon credente non ne ha bisogno per pregare. Ma è il simbolo per eccellenza della nostra civiltà, anche di chi non crede. Per Benedetto Croce, filosofo laico e non credente, noi “non possiamo non dirci cristiani”. E’ offendere la sensibilità di qualcuno se la nostra civiltà si riconosce in questo simbolo e si fa vanto di esporlo?
    Sono tornato da pochi giorni dal Marocco, paese musulmano in cui l’accesso alle moschee è vietato ai non musulmani. Non mi sono sentito offeso nella mia sensibilità, semmai dispiaciuto di non poterne ammirare qualcuna. Fra l’altro, ed è il colmo, almeno una parte dei musulmani riconosce Cristo come profeta (certo, non come figlio di Dio) e in quanto tale lo rispetta. Me ne parlava un marocchino musulmano. E non mi sento offeso se in un paese di altra religione e cultura quei popoli i propri simboli li espongono eccome. E neanche si tratta sempre di paesi o religioni fondamentaliste. I paesi buddisti pullulano di simboli religiosi, ed è bene così. E’ la loro cultura che io rispetto profondamente, e non mi sognerei mai di esigere che li tolgano. Quella dello stato laico che garantisce la libertà di religione è un argomento debole. Un crocifisso non toglie a nessuno la libertà religiosa, nè quella di essere atei. La verità è che una Nazione senza simboli diventa una non Nazione, agglomerato informe di individui privi di un comune sentire e di una comune cultura, al di là della fede. Individui omologati. E’ ciò che vuole il potere tecncratico, lo stesso che vorrebbe vietare alle persone di “ostentare” in pubblico i simboli della propria fede, lo stesso che non vuole sia “esibito” il copricapo ebraico o che le ragazze musulmane mettano il chador. Togliere il crocifisso è il segno del nichilismo masochista in cui siamo scivolati senza neanche accorgersene. Ed è proprio questa inconsapevolezza la cosa più drammatica.
    armando

  5. armando says:

    ancora per Pulvis. Lo scorso anno in Nepal, durante una visita ad un santuario buddista arrampicato su un pendio ripidissimo e lontano da centri abitati raggiungibili con mezzi meccanici, un venerando monaco, dopo alcune sue formule di cui intuivo il senso ma non il significato preciso, mi toccò la testa in segno di benedizione. Fu un momento di intenso raccoglimento, molto suggestivo. Per me, che non sono particolarmente credente, tantomeno osservante, fu istintivo salutarlo col segno della croce. Non per ostentare nulla. Al contrario era il mio ringraziamento, attraverso i simboli ed i gesti della mia cultura. Il monaco capì benissimo e mi sorrise. Questo per dire che i simboli religiosi uniscono, non dividono. Poi è vero che talvolta sono stati usati per altri scopi, ma non ha senso prendersela con essi piuttosto che con chi ne fa cattivo uso. Sarebbe come prendersela col martello se un delinquente mi da una martellata in testa.
    E poi guardiamo cosa è accaduto quando i simboli religiosi sono stati messi al bando. Nazismo e Comunismo hanno prodotto genocidi immensi. E dire che il Comunismo voleva liberare l’umanità dall’oppio dei popoli. Il potere tecnocratico certo non provoca direttamente genocidi, ma indirettamente si, attraverso la diffusione di una (non) cultura nichilista e “indifferente” all’uomo, anche se sbandiera il contrario. I milioni di aborti legalizzati in nome dei diritti individiali, sono lì a monito e testimonianza.
    armando

  6. Gorka says:

    Devo ricordarvi che la caduta dell’impero Romano è avvenuta dopo l’avvento del crocifisso, io non mi fido della storia, è tanto difficile staccarsi dalla religione che ci nasconde il sesso, per poi stare lì a fare malignità, pettegolezzi, su le stupidate sessuali in TV.

  7. Lorenzo says:

    Io sono giovane, ho 26 anni. Questo mondo pazzo mi sembra davvero da pazzi a volte ma la cosa brutta è che il mondo lo facciamo noi! Questa è la cosa più triste e la più difficile da combattere perchè pur lamentandoci non cambiamo – affossandoci nella bruttezza e nello squallore, accettandola, preferendola – e anche se vogliamo cambiare, talvolta, chi dovrebbe, non sa indicare la giusta direzione perchè anche in vita sua, personalmente, è più disperso di noi!

  8. claudia says:

    Direi che riguardo quanto scritto nell’articolo, il governo – nella persona della ministra carfagna – si è mosso in modo intelligente:

    l ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna ha presentato a Palazzo Chigi la nuova campagna contro le discriminazioni di gay e lesbiche organizzata, appunto, dal Ministero per le Pari Opportunità. Il ministro ha deciso di stanziare per la suddetta campagna, dal titolo “Nessuna differenza”, 2 milioni di euro e ha rivendicato: “Si tratta della prima campagna di questo genere organizzata da un governo in Italia”.
    Ciò che la Carfagna si auspica è che si possa diffondere il messaggio che “l’omofobia è una malattia dalla quale si può guarire”. Nella campagna non si parla di transessualità e a tal proposito il ministro ha voluto precisare: “Per ora mi contento di questo, ma la lotta alla transfobia è tra le nostre priorità e cercheremo di fare azioni concrete anche in tal senso”.
    ‘Nella vita certe differenze non possono contare’. Questo è il messaggio lanciato dalla campagna contro l’omofobia e il razzismo sessuale realizzata dal ministero per le Pari opportunità, presieduto da Mara Carfagna. La campagna anti discriminazioni comprende uno spot video, uno radiofonico, ma anche opuscoli da distribuire nelle scuole.
    L’ex deputato Franco Grillini, presidente di Gaynet, ha così commentato l’iniziativa: “E’ la prima volta che in Italia un governo lancia una campagna contro l’omofobia. Questa massiccia campagna è un fatto di enorme rilevanza che può contrastare con efficacia quel pregiudizio maschilista e antigay che è alla base degli atti di aggressione e violenza a omosessuali, lesbiche e transessuali”.

    Con tutta la fatica che si fa ad educare i figli, con i tg e i programmi di informazione che non fanno altro che parlare nei dettagli dei politici che vanno a trans, ci mancavano anche gli opuscoli distribuiti nelle scuole.
    “L’omofobia è una malattia dalla quale si può guarire”. Forse era meglio ribadire che l’omosessualità è una malattia dalla quale si può guarire. Aggiunge che per ora si contenta di questo. Brava. E dopo?

    c

  9. pulvis says:

    Ho visto il tenore delle prime risposte “a caldo” e temo di aver offeso qualcuno. L’unica cosa che credo avrebbe potuto essere offensiva nel mio intervento è il termine “ostentare”. Pertanto chiedo scusa per la mia leggerezza nell’usarlo. Nelle mie intenzioni (lo so che il dizionario di italiano non dice così) non era carico di significato negativo. L’ho usato erroneamente come sinonimo di “mostrare più del necessario senza che sia obiettivamente necessario”.

    Per quanto riguarda il resto, mi sembra di abusare di questo spazio proseguendo un discorso non cominciato dal titolare del blog (Risé) ma da Armando. Propongo per tanto a quest’ultimo, qualora ne fosse interessato, di confrontarci in un’altra sede. A me è venuto in mente il blog sul quale scrive (“maschi selvatici”) ma non ho problemi ad ospitarlo sul mio (“grazie infinite”). Attendo indicazioni.

    pulvis.

  10. Redazione says:

    X pulvis e armando: fate come volete, a me va benissimo anche se volete continuare qui. Mi sembra una discussione molto interessante per tutti, claudio

  11. Claudia says:

    Pulvis, per quanto mi riguarda, le mie due righe erano ironiche. Non so davvero come un cristiano possa dirsi addirittura contento della sentenza di Strasburgo: del cristianesimo fa parte anche la missione, che consiste certamente in una diversità di vita, ma anche – perchè no? – nell’appendere un crocifisso al muro, nel portare una croce al collo, nel farsi un segno di croce; nel ribattere pubblicamente (ad esempio nell’ufficio in cui si lavora o fra amici) le cose a cui si tiene, fra queste l’essere cristiani. Come si può pensare che tutto questo sia violento, o che offenda qualcuno? Quanti cristiani sono morti (vedi il libro “I nuovi perseguitati” di A. Socci) per aver difeso la loro fede, nella storia del cristianesimo? Che avrebbero dovuto fare, invece, vergognarsene? Vorrei avere anch’io, invece, il loro coraggio. Purtroppo quello attuale è proprio un momento storico in cui i cristiani per primi si vergognano di Gesù, lo nascondono, ne fanno un affare privato. Contribuendo a rendendere, così, il cristianesimo sempre meno incontrabile. In compenso, sento molti di questi cristiani “nascosti” lodare pubblicamente i musulmani perchè vivono una fede più genuina, più autentica, proprio per la centralità che la religione ha nella vita di questi fedeli…facciano un po’ di chiarezza sulle esigenze del proprio cuore e cerchino di non farsi strumentalizzare dai falsi scrupoli di questo laicismo, che dietro le accuse della mancanza di rispetto vuole semplicemente eliminare Cristo dalla vita degli uomini.
    Credo che Armando abbia commentato ottimamente la questione.
    c

  12. pulvis says:

    Caro Armando,
    mi sono presa un po’ di tempo per riflettere e non ho certamente la verità in mano.
    Ho però cercato il testo della sentenza tradotto in italiano http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/11/04/la-signora-lautsi-contro-il-governo-italiano/ (ahimé è stato redatto in francese, una lingua che non comprendo…). Non parla di “offesa” subita da chi cristiano non è. Parla però di doveri dello Stato italiano che, per Costituzione, si dichiara laico; e di sentenze italiane (in particolare quella n. 4273 del 1° marzo 2000 della Corte di Cassazione italiana) per cui la presenza di un crocifisso nelle classi quando queste diventano urne per le elezioni politiche è stato giudicato contrario al principio di laicità dello Stato.
    Lei ha già espresso una sua posizione in merito alla laicità dello Stato:

    “Quella dello stato laico che garantisce la libertà di religione è un argomento debole. (…) La verità è che una Nazione senza simboli diventa una non Nazione, agglomerato informe di individui privi di un comune sentire e di una comune cultura, al di là della fede. Individui omologati. E’ ciò che vuole il potere tecncratico, lo stesso che vorrebbe vietare alle persone di “ostentare” in pubblico i simboli della propria fede, lo stesso che non vuole sia “esibito” il copricapo ebraico o che le ragazze musulmane mettano il chador. Togliere il crocifisso è il segno del nichilismo masochista in cui siamo scivolati senza neanche accorgersene. Ed è proprio questa inconsapevolezza la cosa più drammatica”.

    Ed ancora

    “Il potere tecnocratico certo non provoca direttamente genocidi, ma indirettamente sì, attraverso la diffusione di una (non) cultura nichilista e “indifferente” all’uomo, anche se sbandiera il contrario. I milioni di aborti legalizzati in nome dei diritti individuali, sono lì a monito e testimonianza”.

    Credo che simbolo della nostra nazione dovrebbe essere il Tricolore. E’ l’unico simbolo che (davvero) ha il potere di riunire la varietà di individui e culture che ad oggi costituiscono l’Italia.
    Ritengo che la cultura che ci rappresenta sia quella democratica, che ha gli stessi valori di rispetto dell’altro che si ritrovano – con sfumature diverse ma arricchenti l’una per l’altra – nel Cristianesimo, nel Buddismo, e non dubito anche nell’Ebraismo e nell’Islam non estremisti.
    Personalmente sono a favore dell’uso del copricapo ebraico, musulmano o di qualunque altra cultura (alcune nostre nonnine lo usano ancora) purché non impedisca il riconoscimento della persona (quindi per motivo di sicurezza) o non abbia (al pari dell’uso del crocifisso in questione) in qualunque modo un potere “discriminante” rispetto agli altri. Spiego meglio questa mia affermazione con un esempio.
    Un tavolo spazioso permette di lavorare, di esprimersi e di pensare meglio di un tavolo sommerso dalle carte. Soprattutto se sono degli altri. Ti fanno sentire che non c’è spazio per te, per la tua individualità. Così (a mio giudizio) con i simboli religiosi in spazi pubblici nei quali si formano tutte le individualità a prescindere dal credo. Si formano tutti i cittadini che hanno il diritto di sentire di essere accolti a pari degli altri per potersi riconoscere Italiani fedeli allo Stato ed alla sua Costituzione. Lo definirei un semplice “spazio di accoglienza”.

    Un’ultima risposta alla questione che Lei ha posto circa gli altri Paesi nei quali ha viaggiato.
    Lei scrive:

    “Sono tornato da pochi giorni dal Marocco, paese musulmano in cui l’accesso alle moschee è vietato ai non musulmani. Non mi sono sentito offeso nella mia sensibilità, semmai dispiaciuto di non poterne ammirare qualcuna. Fra l’altro, ed è il colmo, almeno una parte dei musulmani riconosce Cristo come profeta (certo, non come figlio di Dio) e in quanto tale lo rispetta. Me ne parlava un marocchino musulmano. E non mi sento offeso se in un paese di altra religione e cultura quei popoli i propri simboli li espongono eccome. E neanche si tratta sempre di paesi o religioni fondamentaliste. I paesi buddisti pullulano di simboli religiosi, ed è bene così. E’ la loro cultura che io rispetto profondamente, e non mi sognerei mai di esigere che li tolgano.”

    I Musulmani (a quel che ne so) considerano le loro moschee dei luoghi “sacri”, religiosi, non “culturali”. Per questo l’accesso è vietato. Esattamente come noi non consentiamo la comunione o gli altri Sacramenti a chi Cristiano non è. La loro arte è ancora preghiera, come le icone bizantine.
    Per la nostra cultura, invece, la bellezza ha preso il sopravvento sul significato che l’ha ispirata finché questo non si è quasi perso. Le nostre chiese cristiane sono, per la maggioranza di noi, anzitutto luoghi d’arte nei quali ammirare la bravura degli artisti e la bellezza dei fregi e delle decorazioni. Se n’è smarrito il senso. I critici d’arte o le guide turistiche ci raccontano il simbolismo delle chiese o dei quadri, cosa ha pensato il pittore quando l’ha dipinto… ma poi ci rimane solo che è bello nella misura in cui la fede e la devozione per quel Dio che dovevano celebrare si è spenta. Resta talvolta come baluardo il divieto d’accesso – a chi è puramente turista curioso – di ristrette aree di preghiera davanti ad un tabernacolo o qualche cartellone che ci invita al decoro nell’abbigliamento dovuto alla “Casa di Dio” nella quale si sta entrando.
    Non solo. I Paesi arabi sono legati a doppia mandata con la loro fede. Gli “infedeli” corrono grossi rischi se non rispettano le tradizioni religiose fondamentali. Non così per noi. Atei, agnostici, musulmani, ebrei, buddisti e quant’altro sono ben accolti ormai. Una volta non era così, ma oggi non è più un problema insuperabile nemmeno sposarsi con chi crede diversamente da noi.
    Il fatto per me fondamentale è che la croce è “simbolo religioso”. E’ l’essenza dell’Amore di Dio che si è fatto uomo. Reclamo questo significato religioso come dominante!
    Usarla come “simbolo culturale” è per me ridurla ad un “idolo” ormai privo del suo vero senso per la maggioranza degli Italiani (un po’ come è già avvenuto per il Natale: occasione di ferie e regali e non molto di più). In questo senso mi spaventa assai l’argomentazione del nostro Governo per il quale il crocifisso

    “ricorderebbe solo una tradizione culturale e dei valori umanisti condivisi da altre persone rispetto ai cristiani. (…) Il governo non sostiene quindi che sia necessario, opportuno o auspicabile mantenere il crocifisso nelle sale di classe, ma semplicemente sostiene che la scelta di mantenerlo o no dipende dalla politica e risponde dunque a criteri di opportunità, e non di legalità”.

    Ed allora faccio mia la domanda implicita del Greek Helsinki Monitor (“GHM”):

    “Se si segue l’ argomentazione del governo secondo la quale l’esposizione del crocifisso non richiede né alcun omaggio né alcuna attenzione, occorrerebbe chiedersi allora perché il crocifisso viene esposto”

    e non perché viene tolto.

    Con stima,
    pulvis.

  13. pulvis says:

    Grazie per l’ospitalità. Spero che il commento sia arrivato: ho avuto difficoltà a decifrare il numero in bianco e nero…

  14. pulvis says:

    Cara Claudia,
    tu dici:

    “Forse era meglio ribadire che l’omosessualità è una malattia dalla quale si può guarire”.

    Personalmente, in un percorso di crescita personale che ho fatto con altre persone, ho avuto modo di conoscere e frequentare omosessuali e qualche lesbica.
    So per loro testimonianza che è un mondo “duro”, spesso privo realmente di amore disinteressato che pure è raro trovare anche nel “mondo etero”. Però le persone che ho conosciuto mi sono piaciute. Non erano “malate”. Alcune erano sofferenti, altre in pace con se stesse e con gli altri o sulla buona strada per esserlo… e le ho guardate con ammirazione.
    Alcune stavano bene con la loro omosessualità, sentivano che era proprio il loro modo di essere almeno in quel momento. Cercavano l’Amore. Altre erano alla ricerca di un’identità che le rispecchiasse e perciò si affacciavano all’eterosessualità per capire se quello fosse il loro vero posto. Nel far questo spesso mettevano in discussione il loro passato (un po’ come quando si pulisce con cura e per farlo prima bisogna togliere i soprammobili, sollevare le sedie e sbattere i materassi) e questo non è mai un agire a costo zero…

    “l’omofobia è una malattia dalla quale si può guarire” è il titolo della campagna.

    Mah… Gli atti di violenza contro chi è, la pensa o vive diversamente credo non siano mai una buona soluzione. Insegnare la tolleranza (ed il rispetto) verso l’altro è senza dubbio un passo importante nell’educazione ma nella mia esperienza ha successo solo se prima si è amati (e si insegna ad amarsi) così come si è. Non sono una specialista in materia ma il cuore (e la poca esperienza) mi dicono che se un genitore farà questo con i suoi figli non avrà di che preoccuparsi: percorreranno la strada “più giusta per loro”.

    pulvis.

  15. armando says:

    Anche a me va bene discutere in qualsiasi spazio, ma visto che Claudio ci ha dato il suo ok, eccomi a proseguire:

    Una decina di giorni addietro ho voluto che sul blog MS comparisse questa frase di Alexis de Tocqueville nel suo classico la Democrazia in America:

    “Se cerco di immaginare il dispotismo moderno vedo una folla smisurata di esseri simili ed uguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri. Al di sopra di questa folla vedo innalzarsi un immenso potere tutelare che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. Tenendoli in un’infanzia perpetua”.
    Tocqueville era un liberale autentico, non certo un fondamentalista dell’identità, e proprio per questo aveva visto con straordinaria lucidità i pericoli insiti in una certa declinazione della modernità, direttamente connessi a mio avviso con l’illusione di poter costruire il così detto Uomo Nuovo. Un nuovo tipo umano che prescinda dalle proprie radici e tradizioni, dalla propria cultura. L’individuo astratto, in nessun rapporto col proprio passato (e quindi, aggiungo, anche senza futuro) che agisca per pura razionalità “economica”, come sostengono le filosofie utilitariste. Ma un simile individuo sradicato da se stesso (e quì occorre il richiamo all’ancora valido concetto di alienazione, di cui Marx aveva visto gli sviluppi futuri pur offrendo una soluzione sbagliata), non esiste in concreto.
    L’Uomo è fatto di carne e sangue oltre che di anima e spirito, di istinto oltre che di razionalità. Necessita di miti e di simboli che lo mettano in comunicazione col proprio passato e in meta-comunicazione con gli altri uomini oltre i rapporti “contrattuali” a cui siamo abituati. Necessita di condividere con altri uomini un sentire profondo che lo faccia sentire parte di una vera comunità umana, e non parte di un “contratto sociale”. La cultura autentica di un popolo è tutto questo. Sradicarla, perchè questo è il tentativo in atto come dimostra la sentenza sul crocifisso e prima ancora il rifiuto a richiamare le radici giudaico/cristiane dell’Europa, fa parte di quella pericolosa utopia che possiamo senz’altro far risalire all’ideale borghese di uomo. Molto opportunamente Francesco Alberoni (non un ottuso reazionario), scriveva su Il Corriere di lunedì scorso che “La storia ci dice che il pluralismo viene negato da tutti coloro che vogliono distruggere il passato per realizzare un’utopia…..l’utopia porta al totalitarismo”. E chi, prosegue, vuole realizzare “l’utopia di impedire che qualsiasi individuo possa essere turbato dal comportamento reale o simbolico di qualsiasi altro”, allora costui ha una “metalità totalitaria”. “Per accontentare tutti devono proibire tutto”, come fanno gli utopisti eurocrati e a differenza di quanto accadeva nei grandi imperi persiano, romano, inglese (ed aggiungo austro-ungarico), quando tradizioni, usi, costumi, religioni dei diversi popoli che li componevano erano lasciati intatti. Semmai, anzi, la centralizzazione politica dava l’opportunità a quei popoli ed a quelle culture di confrontarsi e contaminarsi in un lento e proficuo per tutti processo di osmosi. L’esatto contrario cioè delle proibizioni buoniste odierne che mirano ad imporre un unico modello di pensiero mascherato da neutralità dello Stato.
    Mi permetto, a questo punto, di allargare ancora un po’ il discorso. Della mentalità totalitaria del pensiero unico fa parte anche, purtroppo, il progetto del Ministero della P.I. di istituire una nuova materia d’insegnamento obbligatorio dal nome “Cittadinanza e Costituzione, che fra le altre chicche si propone di “insegnare” ai futuri cittadini ad essere “solidali”,responsabili, consapevoli”, e naturalmente favorevoli ai “diritti umani” ed alla promozione “del benessere proprio e altrui”. Insomma una scuola come vero e proprio indottrinamento secondo i paradigmi attualmente dominanti (e in questo senso metodologicamente identica alla scuola sovietica) piuttosto che luogo di apprendimento del sapere e quindi di padroneggiamento di strumenti critici atti a formarsi per ciascun allievo una sua propria visione del mondo. E la chiamano democrazia.
    armando

  16. Redazione says:

    Nessuno di voi ha mai provato pena per il Crocefisso, nuovamente inchiodato, questa volta su un muro (più freddo e duro di una croce di legno), quasi ad autorizzare le scemenze che si dicevano sotto di lui, e spesso contro di lui ? Nessuno ha sentito il bisogno di ritrovarlo poi, fuori da scuola, in una chiesa, circondato dal silenzio e dal rispetto di chi davvero lo cerca? Saluti, Claudio
    Claudio

  17. Claudia says:

    No, prof. Risé, mai provato pena per le ragioni che lei dice e che mi sembrano veramente sentimentalismi. Cristo non è quel pezzettino di legno inanimato appeso al muro. Tuttavia, personalmente, quando a scuola me lo trovavo appeso di fronte mi veniva la domanda opposta alla sua: Gesù, ma non ti facciamo pena con le nostre miserie?
    Speriamo abbia compassione di noi, per quel che stiamo facendo.
    c

  18. klee says:

    E’ curiosa la piega che hanno preso i commenti, abbastanza slegati dall’originario intervento del dr. Risè. Ciò premesso, mi adeguo e dico che condivido pienamente quanto scritto dal dr. Risè nel suo ultimo commento sul crocefisso. Aggiungo anzi che spesso, purtroppo, ho provato pena anche nel sentire Cristo “inchiodato” alle parole di catechisti improbabili o preti ormai spenti.

    Personalmente non credo molto alle “ore di..” (di religione, di educazione civica, di educazione sessuale, etc..etc..) perché, pur sapendo che nascono con l’obiettivo di creare una coscienza civica condivisa e magari di colmare i vuoti che le famiglie lasciano, so anche che nei fatti queste attività sono spesso affidate ad insegnanti non preparati, non pagati e non motivati a renderle fruttuose. In questo senso non credo che il crocefisso appeso in aula o non appeso in aula faccia alcuna differenza: chiedendo a molti miei amici ho visto che nessuno di loro sa dirmi (come neanche io) se nella loro classe il crocefisso ci fosse o meno.

    Con questo non voglio dire che tutto è indifferente.
    Voglio dire invece che sarebbe interessante se la Chiesa – invece di difendere il passato – osasse. Per esempio chiedendo LEI di rimuovere i crocefissi dai muri, perché siano esposti là dove possono essere rispettati per ciò che sono (segni di fede e non di cultura); chiedendo LEI che nell’ora di religione davvero si facesse studio storia e cultura delle religioni (e non il catechismo annacquato che normalmente si osserva), per mostrare alla gente perché l’Europa davvero ha radici cristiane e per mettere i frutti buoni e cattivi di queste radici a confronto coi frutti buoni e cattivi delle altre fedi sulle loro terre.
    Detto in altri termini, sarebbe bello se la Chiesa ANCHE in questa sua dimensione sociale provasse non a raccogliere fedeli annoiati abbassando l’asticella, ma a far sorgere fedeli ardenti alzandola.
    Sarebbe – a mio modo di vedere – una prova di FEDE da parte della Chiesa, credere nella forza dell’annuncio e non delle tradizioni.
    Questo mantiene vive le tradizioni, perché le rinnova.

  19. Claudia says:

    Mi domando allora perchè Cristo stesso abbia chiesto esplicitamente il “Fate questo in memoria di Me”, cioè il ripetere all’infinito un gesto dell’anno 33 (1976 anni fa). Alla faccia delle cose sempre uguali. Forse, anzichè chiedersi come inventare un cristianesimo “diverso”, “attuale” ecc. ecc. bisognerebbe chiedersi e riscoprire le ragioni di quel che si fa.
    c

  20. armando says:

    Penso che nei commenti di chi critica/esorta la Chiesa ci sia anche del vero, come nel fatto che esista una discrepanza stridente fra il crocifisso appeso in un’aula scolastica e le cose che vengono dette lì sotto.
    Se la discussione fosse partita da queste constatazioni sarebbe non solo bene accetta ma addirittura feconda. Ma non è così. Si sta discutendo per l’iniziativa di chi dal crocifisso in sè si sente disturbato o offeso, e vorrebbe eliminare i simboli religiosi da tutti gli edifici pubblici. E’sul significato di questa richiesta che stiamo discutendo, ma non solo. Chi propugna quel divieto, ritiene giusto anche il divieto per le singole persone di portare addosso i simboli riconoscibili del proprio credo religioso, siano essi la croce (come nel caso di quella hostess della compagnia aerea britannica) o altri simboli di altri credi. Mi chiedo allora se sia preferibile, ed anche più allegro, più colorato e più affratellante, riconoscere un cristiano o un musulmano mentri si parlano, piuttosto che due persone anonime vestite con gli stessi abiti neutri e omologati, e in definitva “grigi”. Già le nostre città moderne sono state definite “non luoghi” per il tipo di architettura volutamente aliena dal passato e dalla sua cultura. L’omologazione delle persone completerebbe l’opera.
    Armando

  21. gizzi says:

    Cristo che ha regalato la modernità e la tolleranza. Anche io che ho difficoltà a credere nell’aldilà sono profondamente colpito dal Cristo in quanto simbolo non solo di pace ma anche di lotta. Il crocefisso non è un “cadavere” come è stato definito sprezzantemente da qualcuno, rivelando forse anche la rimozione della morte cosi di moda nelle nostre menti iperefficientiste, ma un simbolo che ha a che fare non solo con la religione ma anzitutto con il cuore degli uomini occidentali tutti, indipendentemente dalla fede cattolica, che spesso vediamo più blaterata che praticata.

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