Adattarsi e reagire, la forza degli italiani

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 7 dicembre 2009, www.ilmattino.it

Qual è il profilo psicologico dell’italiano d’oggi? Informazioni utili si ricavano dall’ultimo rapporto annuale del Censis (il centro studi presieduto da Giuseppe De Rita), un documento economico che, redatto con intelligenza, riesce a fornire elementi concreti per capire la psicologia degli italiani di oggi, i suoi punti di forza, e le sue debolezze. De Rita parla di un italiano «adattativo-reattivo», che reagisce, adattandosi, alle difficoltà della crisi. Una definizione tutt’altro che grandiosa.
Chi reagisce adattandosi è molto diverso da colui che fa saltare il banco, vincendo la partita con un colpo di genio. Tuttavia questa definizione ci dice che l’italiano che esce dalla crisi è forse vaccinato dallo squilibrio psicologico che quella crisi ha generato, e che continua ad imperversare in gran parte dell’Occidente: il narcisismo.
La cultura del narcisismo, che ha alimentato la grande corsa ai giochi finanziari e all’espansione dei consumi dagli anni ’90 fino a un anno fa, è ispirata alla grandiosità, all’immagine, al sorprendere gli altri e il mondo.
Il narcisista non vuole affatto adattarsi, ma vincere, sbaragliare. Non calcola, preferisce giocare, e rischiare. La grande crisi è nata da questa passione per scommesse finanziarie diventate sistema, per il disprezzo verso ogni attenzione al limite, al dato di realtà, alla misura. Tutte cose che il narcisista non sopporta perché lo costringono a fare i conti anche coi propri limiti, a preferire la mediocrità al disastro, insomma a dare spazio alla realtà, agli altri, invece di guardare solo a sé stesso, ed a quelli che lui crede essere i propri desideri (e invece non sono spesso che manie di grandezza, nel tentativo di bilanciare profonde insicurezze).
L’italiano di cui il rapporto Censis descrive comportamenti e preoccupazioni è molto diverso da questo personaggio, che ha inventato i meccanismi che hanno prodotto la crisi, e vi ha anche affidato risorse e risparmi, propri e degli altri. L’italiano adattativo-reattivo non si abbatte, ma neppure nega la realtà: se perde il lavoro se ne inventa un altro (accettando anche un «lavoretto»), tira i remi in barca, chiede aiuto alla famiglia, fa debiti modesti, per finanziare spese altrettanto modeste.
Anche le tensioni sociali si adattano alla circostanze: per esempio calano gli scioperi, che si scontrerebbero con interlocutori deboli, non in grado di fare concessioni significative. Ed aumentano, invece, le liti condominiali, dove si può scaricare aggressività senza correre troppi rischi.
Il grande idolo del narcisista, l’immagine, interessa all’italiano meno di quanto sembri dai dibattiti su veline e affini. Tanto che quando gli affari vanno male, ed esporsi significherebbe pagare tasse che magari non corrispondono ai guadagni, l’italiano si rende invisibile, e si inabissa nell’italica categoria del «sommerso» (che corrisponde al 20% del Pil, ed ora è probabilmente aumentata). Non è una gran prova di civismo, ma rientra tuttavia in quella «vitale resistenza alla pressione degli eventi» di cui parla De Rita.
Meglio un’attività sommersa in più, che uscire davvero dal ciclo produttivo; si potrà sempre rientrare tra i «visibili» domani, quando le entrate consentiranno con maggiore tranquillità di far fronte alle imposte.
Certo il modello italiano «adattativo-reattivo», consente di resistere, ma non garantisce lo sviluppo. Il guaio dell’Occidente, però, è proprio quello di non adattarsi, e vivere al di sopra dei propri mezzi.
Rispetto ai deliri del narcisismo trionfante, adattarsi è già un sapere. Prezioso.

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One Response to Adattarsi e reagire, la forza degli italiani

  1. daniela says:

    Dopo aver letto queste riflessioni, mi piacerebbe tanto che si riparlasse anche qui di una certa domanda, posto come premessa che il quadro che è stato dipinto dal prof Risè mi lascia un senso di mancanza di speranza. La domanda in questione è ”Possiamo essere felici?”.
    Perchè insomma..: da una parte quelli che dicono ”se non vinci sempre sei un fallito”. Dall’altra quelli che dicono ”vola basso”. Mi accorgo che la compagnia è davvero soffocante. Mi pare che entrambi gli atteggiamenti descritti escludano la possibilità di dare una risposta positiva.
    A proposito del “Ma allora, possiamo osare essere felici?” ricordo un’ intervista/dibattito col prof Risè del 2004 a proposito del dare e ricevere doni che partiva anche da una domanda di questo genere.
    Mi veniva in mente che il cercare la risposta a questo particolare quesito fa emergere sullo sfondo temi come il maschile e il femminile (già impliciti per esempio nella simbologia del dare e ricevere doni) in modo molto limpido, come se per definirsi ognuno per se stesso e l’uno rispetto all’altro avessero la necessità di confrontarsi con una questione comune, che interessa entrambi nel profondo, invece di tentare di riconoscersi attraverso uno scontro diretto con l’altro, alla fine del quale cercare di distinguere e raccogliere, ognuno per sè e scartando quelli dell’altro, tutti i cocci della propria individuale identità.

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