Maternità e lavoro

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 11 gennaio 2010, www.ilmattino.it

Le mamme, soprattutto giovani e lavoratrici, sono in difficoltà. Medici, psicologi, presìdi sanitari, strutture educative sono bersagliati da segni di smarrimento di fronte a problemi spesso banali: la difficoltà del bimbo a lasciare il pannolino, o ad accettare l’asilo.
Mal di pancia passeggeri o raffreddori qualsiasi diventano fonte di panico. Il principale imputato è il lavoro: le donne fanno fatica a coniugare professione e maternità, anche perché i padri le aiutano poco.
Che maschi, strutture pubbliche e aziende, siano inadeguati ai bisogni materni, è indiscutibile. La maggior parte d’Italia ha una tradizione di lavoro femminile più breve e fragile di quella di altri paesi europei, e questo ritardo lascia sulle donne pesi che non ci sono nei nostri confinanti: Francia, Svizzera, Germania. Ascoltando le madri però, e guardando a come media e strutture specializzate affrontano il problema, ci si accorge che il problema più profondo è un altro.
Il fatto è che si è fatta strada nelle donne, ma prima ancora nel modello presentato da media e dibattiti pubblici, l’idea che l’impegno professionale, e l’attività di crescita dei bambini siano due lavori equiparabili. Coi loro classici parametri professionali: obiettivi, capacità di raggiungerli, tempi impiegati, costi, ricavi. Di qui frustrazioni infinite per le mamme.
Con i figli, infatti, gli obiettivi si rivelano difficili da ottenere in tempi stabiliti. I bambini sono spesso riluttanti a collaborare. Soprattutto però, diversamente dal lavoro, la cura materna è piena di aspetti non calcolabili: malattie, interazioni con altri (bimbi, i loro genitori, i propri stessi familiari, gli educatori), che rappresentano variabili imprevedibili, a differenza dell’ufficio, dove si è tenuti a comportamenti più o meno standard.
Il fatto è che stare e crescere i bambini è una situazione completamente diversa dalla professione. Il lavoro è caratterizzato dal fare: si compiono delle operazioni, sulla base delle proprie competenze, per ottenere risultati concreti: aumenti di stipendio, carriera, visibilità, prestigio. Accogliere e crescere i bambini ha invece al proprio centro non un fare, ma un essere: essere con loro, per loro, trasmettergli questa consapevolezza, su cui si fonderà poi tutta la loro sicurezza nello stare con gli altri, nella società (gli altri bambini, gli educatori, i maestri).
Nell’essere con i bambini (non il «lavorare» per loro), ogni risultato dipende innanzitutto da quanto pienamente tu sei con loro, ed essi lo percepiscono. Se il bimbo avverte con certezza la sensazione che tua madre è con te, ti ama per come sei e non a seconda di quanto ti mostri plasmabile dalle sue richieste, ogni problema prima o poi si risolve.
A differenza dell’ufficio, dove le scadenze sono importantissime, qui non significano granché: il bimbo lascia il pannolino quando percepisce che tu non sei più in ansia per questo, e gli vuoi bene comunque.
Perché è così importante per il bambino il fatto che la mamma sia davvero con lui, e non semplicemente lavori per lui? Perché sono stati una cosa sola per nove mesi, e per molti aspetti, sia affettivi che biologici, lo sono ancora. Perciò, per attraversare le varie fasi dello sviluppo e per organizzare il proprio io, il bimbo ha bisogno, e per molto tempo, che la madre sia con lui.
Il padre conta, ma per ora meno della madre: è con lei che il bimbo è ancora in simbiosi. Anche il tempo conta, ma molto meno del come mamma e bambino stanno insieme.
Decisiva è invece questa pienezza e riconoscimento amoroso da parte della madre: il bambino ne ha un bisogno vitale.

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18 Responses to Maternità e lavoro

  1. Giulia says:

    Io, mamma da 15 anni e lavoratrice a giornata piena, ho sempre trovato difficilissimo il passaggio casa-lavoro e lavoro-casa, probabilmente per le ragioni qui sopra illustrate. Infatti, tornata dal lavoro, mi è più “facile” comportarmi come una donna di servizio che andare verso i miei figli e guardarli veramente, accorgermi di loro.
    Tuttavia non credo ci sia una via d’uscita a questa situazione, o almeno io non ne vedo, perchè non penso si possa continuare a pretendere dalle donne/mamme più energie e capacità di quante ne abbiano. E siccome tra un minuto arriveranno i soliti commenti dicerti ometti astiosi e pochissimo cresciuti, che diranno che il femminismo e bla bla bla, che la parità e bla bla bla, che le donne se la sono cercata e altre sciocchezze trite e ritrite, vorrei aggiungere che le mamme come me non lavorano per la carriera, non lavorano per l’indipendenza od altre egoistiche ragioni, ma unicamente perchè oggi uno stipendio non basta a mantenere tre figli. Perciò è inevitabile che una donna rimbalzi a fatica dall’ambiente di lavoro alla casa e da un modo di essere all’altro, spesso col risultato di essere una mamma e una professionista così così.

    Giulia

  2. armando says:

    Mio figlio, ormai ultratrentenne, è cresciuto in una famiglia dove per madre e padre la parola “casalinga” era tabù, simbolo di oscurantismo e emarginazione femminile. Vi erano insomma tutte le condizioni ambientali affinchè non assorbisse i così detti “sterotipi di genere”. Ebbene, ricordo con chiarezza perchè la cosa mi colpì molto, che a cinque anni disse una sera che le mamme dovevano stare a casa.
    Il bisogno di madre da parte del figlio piccolo di cui dice Claudio, è radicato profondamente , anche se recenti e interessate teorie vorrebbero che i genitori fossero intercambiabili o peggio quasi superflui.
    Ne discendono alcune conseguenze: se l’ottica deve essere quella del bene del bambino (e non della carriera della madre, o del PIL nazionale) occorre 1)costruire le condizioni materiali affinchè la presenza e l’attenzione materna ci siano concretamente (mantenimento posto di lavoro, permessi, quoziente familiare, etc,)
    2)Sempre nella stessa ottica, poichè l’importanza del padre cresce col crescere dell’età del figlio, mettere in condizione di seguirlo nella crescita psicologica ed educativa prevedendo appositi permessi dal lavoro in tempi successivi a quelli della madre. Al limite rendendoli obbligatori anche quì fregandosene del PIL. La legge sui permessi di paternità nei primi tre anni è costruita su presupposti del tutto opposti: intercambiabilità dei ruoli, interesse al lavoro femminile, “pari opportunità” di carriera.
    3)Abbattere i nuovi stereotipi culturali secondo i quali una donna che decide liberamente di dedicarsi alla famiglia viene considerata, dalle stesse donne e dalla società, una povera retrograda sottomessa al potere maschile etc. etc.
    4)Far crescere nei padri la consapevolezza della loro importanza per i figli. Anche quì abbattendo un doppio stereotipo: quello dell’uomo fallito se non fa carriera e quello che per il figlio la madre è in assoluto più importante del padre. Sono invece entrambi fondamentali, in tempi e per funzioni diverse, ma entrambi fondamentali.

    Capisco bene che si tratterebbe di un mutamento culturale epocale, da ottenere, se lo si otterrà, in tempi lunghi. Eppure la prospettiva non può che essere questa, se si vuole il bene dei bambini ed anche evitare ai genitori tutto lo stress, i sensi di colpa, il sentimento di fallimento, di cui soffrono attualmente.
    A Giulia vorrei fare osservare, senza alcun sentimento negativo verso le donne, che se in passato una famiglia riusciva a vivere dignitosamente con un solo stipendio e oggi non più, un problema esiste, anzi più di uno.
    L’accesso delle donne al mercato del lavoro, una riserva di manodopera molto estesa, ha comportato per una semplice legge economica un automatico abbassamento generale (in termini reali)dei salari (Marx, anche se non si riferiva specificamente alle donne, parlava di esercito industriale di riserva.)
    Questo fenomeno è affiorato in concomitanza non casuale con un mutamento in senso culturale, per cui a)al centro di tutto doveva essere l’individuo e non la famiglia, considerata accessoria rispetto ai suoi componenti.
    b)di conseguenza il lavoro è stato sempre più visto come l’unica fonte di autonomia e di realizzazione personale (Quale realizzazione personale vi sia nel lavorare otto ore ad una catena di montaggio e poi correre in ansia a casa non riesco a comprendere, ma lasciamo perdere).
    Di tutto questo complesso processo non c’è dubbio che il femminismo sia stato fra i protagonisti, o comunque sia stato usato al di là delle sue intenzioni di far crescere il protagonismo sociale delle donne.
    Forse è anche per questi motivi che certe istanze femministe non riescono più come un tempo a permeare di sè le donne. Credo che alla fine le persone siano più sagge delle ideologie, se non altro perchè costrette a ripensarsi dalla realtà della vita quotidiana.
    armando

  3. Giulia says:

    Armando, d’accordo, ma personalmente non mi va di sobbarcarmi delle colpe “di genere”. Negli anni ’70 io ci sono nata, stavo in culla e non in piazza a manifestare, mia madre era casalinga, io sono cresciuta con l’intenzione di fare la mamma e sono ancora di quell’idea (ma non mi è possibile farlo serenamente). Quel che è accaduto ad opera delle mie antenate – e degli uomini che hanno lasciato che accadesse – di certo fa patire prima di tutto me.

    Giulia

  4. Fai figli! No meglio che non li fai!
    Se fai il primo figlio a vent’anni sei guardata come una extraterrestre. Lo studio, il lavoro, la carriera, ti rendi conto quante rinunce? Se decidi di farlo piu’ tardi allora è troppo tardi e ti piglia l’angoscia di non riuscire a procreare…Certo che, al giorno d’oggi, chi decide di fare tre figli deve tenere conto di quella che è la propria struttura familiare nonchè del partner che si ritrova, perchè è pur vero che le possibilità del part time non sono quelle dei Paesi scandinavi, che gli assegni familiari fanno sorridere e che gli asili nido sono insufficienti, ma qualche colpa ce l’abbiamo pure noi madri e mogli.
    Gli uomini italiani collaborano pochissimo, anzi aggravano le fatiche delle compagne, ma è anche vero che le donne italiane sono piu’ restie delle scandinave e delle inglesi a condividere gli obblighi domestici.
    Posso parlare personalmente. Io, pur avendo un marito sempre partecipe, ho deciso per un figlio unico perchè ho dato troppa (?) importanza all’essere madre, perchè ho voluto esserlo al massimo e mi rendo conto, e questo ha a che fare con la propria personalità e carattere, di non essere “easy going” cosí come le inglesi o le scandinave. E chi mi dice che questo non sia un bene? Io non ho nulla da recriminarmi è sostengo quanto dice lo filosofo-psicologo Erich Fromm: “Il bambino, nei primi anni decisivi della sua vita, sperimenta la madre come un potere fonte di nutrimento e protezione che avvolge tutto.La madre è cibo, è amore, è calore è terra. Essere amati da lei significa essere vivi ed essere al sicuro.”

  5. armando says:

    Certo, Giulia, che non devi sobbarcarti colpe di genere. Ne abbiamo già troppe personali per assumerci anche quelle non direttamente nostre. La mia riflessione non vuole colpevolizzare nessuno, ma evidenziare i problemi. Scrive ad esempio Carmen che in Italia il part time non è di facile accesso come in altri paesi. Vero. Eppure potrebbe essere un buon strumento, come il quoziente familiare per ridurre le imposte sulla famiglia. Ma tutto questo si scontra con una opposizione ideologica. Emma Bonino, ad esempio, si è dichiarata contro il quoziente perchè, dice, avrebbe la conseguenza di non incentivare il lavoro femminile. Non si vuole perseguire la libertà di selta, dunque, ma imporre uno schema ideologico.
    Carmen tocca poi un altro punto importante: uomini non collaborativi e donne gelose del loro “regno”.
    Come spesso accade le cose si incrociano. Da una parte una maschilità proprio mal concepita perchè il “tasso di virilità” dipende da ben altro che dal non fare la propria parte in casa. Anzi, lasciare che faccia tutto lei genera spesso, quasi sempre direi, una forma di dipendenza materiale e anche psichica dalla compagna, la quale d’altro canto potrà al tempo stesso lamentarsi ma anche esercitare un potere silente sul suo uomo, ridotto (ed autoridottosi) a “figlio”.
    Credo il modo di concepire la maternità chiami in causa anche la concezione di paternità e più in generale l’essere donna e l’essere uomo.
    E su questo mi sembra che stiamo vivendo un tempo di grande incertezza e insicurezza.
    armando

  6. cesare says:

    Ho sempre negli occhi le madri del Burundi, povere e, nei loro coloratissimi vestiti, eleganti e dignitose come dee, attorniate da quattro, cinque e più bambini chiassosi e fidenti nella loro mamma. Camminano insieme lungo il ciglio della strada sconnessa, al confine con coltivazioni di alberi di banane e datteri. La madre porta sul capo frutta, verdura, tessuti, vasi di ogni tipo. Ti guardano un pò curiosi, un pò tristi, un pò gioiosi. Salutano ridendo, divertiti della tua faccia bianca e dell’auto su cui viaggi, segno del tuo mondo di ricchezza, ai loro occhi spropositata. Queste donne, queste madri, tutti loro in gruppo, restano nel cuore: immagine della forza irresistibile e trascendente della Vita e del suo affascinante mistero.

  7. claudio says:

    Sono d’accordo con Cesare. La maternità è spesso vissuta con troppi disagi da parte di alcune donne occidentali, quasi fosse un’impresa ardua da affrontare e che ti taglia fuori dal mondo, forse perchè ti taglia fuori dal mondo adolescenziale e materno-protettivo. Quel sorriso della donna del Burundi, anche se non accompagnato da benessere e comodità occidentali, descrive meglio di tutto che la maternità dona gioia e benessere mentale, anche passando magari attraverso il dolore del parto, oggi cosi spesso evitato con il cesareo, e anche al mondo maschile, cosi spesso affascinato dalla donna creatrice, alla quale vuole, che lo si voglia o no, dare un valore anche trascendente, e non solo considerarla un socio in affari.

  8. Giulia says:

    E’ proprio vero, se penso a me devo dire che il mio “stato ideale” (nel senso quello in cui mi sento meglio, realizzata e in pace col mondo) è quello col pancione. Allo stesso modo non riesco a pensare ai miei tre parti come un momento doloroso (semmai di intenso lavoro fisico, ma non dolore), quanto come ai momenti più belli della mia vita. Penso che il momento il cui si vede coi propri occhi la creatura che miracolosamente si è formata e cresciuta dentro di sè, sia veramente come trovarsi di fronte a un grandissimo prodigio. Con la prima figlia, soprattutto, non riuscivo a credere che quel bambino, appena nato dalla mia pancia, fosse proprio mio, un uomo vero e proprio, come tutti gli altri, che piangeva e aveva il nasino e le orecchie…una perfezione che, misteriosamente, si era “fatta da sè”, mentre io avevo soltanto aspettato nove mesi senza vedere nulla…

    Giulia

  9. daniela says:

    @claudio. Io non sono ancora mamma ma insomma.. Certo che è un’impresa ardua. Ma perchè NON ti taglia fuori dal mondo materno-protettivo, in nessun senso. Insomma, la maternità non è roba da donne, ragazzi. Di certo non solo!O c’è l’uomo o la maternità non c’è, c’è poco da fare.

    Se l’uomo non c’è, perde senso o perde gioia. Se non c’è un uomo che ti fa sentire la sua donna, che vuole il figlio che ora è parte di te (per la donna non si pone il problema di sceglierlo, il senso di appartenenza scatta volenti o nolenti, anche in caso di rifiuto/aborto che appunto presuppone l’accettazione dell’ esistenza di un nuovo essere), se non c’è nessun uomo che protegge questa dimensione madre-figlio (perchè decide che lo riguarda personalmente), una donna deve inventarsi sia un distacco vero e proprio dal proprio mondo protettivo (sua madre – e chi lo molla, quando non c’è nessun altro a proteggere ?), sia un distacco futuro da suo figlio (che non è nelle sue corde ma in quelle maschili). E magari anche un distacco dal compagno che ti vede come una mammina a 360° . Ah già, devi pure avere un lavoro. Ragazzi, vien voglia di mettere un cartello ai reparti maternità ospedalieri e fisici: chiuso per ferie e bon.

    Il malessere delle donne c’è. L’aborto non mi piace e credo che non lo farei, ma al di là delle polemiche sulle campagne legislative pro aborto, vi invito a comprenderle da un altro punto di vista. Come dire, a livello collettivo la donna dice “Non mi vuoi come tua donna (cosa diversa da tua madre-donna delle pulizie-bambola gonfiabile-socia in affari)? Se tu non lo vuoi, non sono la tua donna e infatti non ho figli da te”. L’aborto mi pare sia la versione femminile dell’impotenza maschile (ora non mi sento il tuo uomo e infatti non faccio l’amore con te), così come vedo dei parallelismi tra la diffusione delle tecniche di inseminazione artificiale e quella del viagra: sostituti tecnologici di corrispettivi ..animali (nel senso di naturali e nel senso di legati all’anima).

  10. claudio says:

    Certo che è una cosa ardua, pensavo solo che alcune donne, diano eccessivo peso all’aspetto economico-gestionale, perdendosi il piacere del lato quasi “magico ” dell’evento nascita, che per essendo estremamente materiale nella sua dinamica, ha la caratteristica come diceva Giulia , del mistero. Personalmente, non ho figli, avrei potuto averne due, ma l’aborto o meglio ancora l’inesperienza non lo hanno permesso. La seconda volta, confesso che mi è dispiaciuto molto. Tuttavia, penso che vada alla donna la decisione se tenere un figlio oppure no.Volente o nolente gli uomini debbono accettare ciò che ella decide; ciò che prepara la donna all’aborto è non solo il vuoto che le si crea intorno, ma anche l’incapacità ad accettare l’evento indipendentemente dalla programmazione. Certe cose forse, data per scontata l’armonia della coppia, andrebbero accettate come dono che la vita ti fa. Ma sicuramente senza amore, che poi è il motore di tutto, la coppia non ci mette nulla a ignorarsi. Bisognerebbe riscoprire sempre più il sesso fatto per amore, sarà così sempre più difficile negare o allontanare i doni che la vita ti fa.

  11. daniela says:

    “C’è un figlio in arrivo: donna a te la facoltà di dire sì o no”. Mi limito ad osservare che questa logica è molto diffusa, sia tra gli uomini che tra le donne. La chiamerei la sindrome dell’arcangelo Gabriele, perchè mi ricorda tanto il ruolo – oggi a quanto pare di grande successo – dell’angelo nell’Annunciazione. Circoscritto ma nobile.

  12. Redazione says:

    Sarà anche nobile (?!?) ma è fuori luogo. L’angelo fa il suo mestiere di annunciatore da parte di Dio-Spirito. Ma il marito-padre ha avuto nella faccenda un’altro ruolo, ben più carnale (anche se non solo). E allora, come mai gli uomini scimmiottano gli angeli, mettendo così facilmente tra parantesi la loro inziativa, per ora sfociata in una potenziale paternità? Credono davvero di essere angeli? O hanno una paura tremenda di essere padri, essendo per ora soprattutto figli ancora obbedienti alla madre, di cui aspettano il responso (mollandole contestualmente anche ogni responsabilità circa il nascituro)? claudio

  13. daniela says:

    Forse non è necessario ma, dopo aver notato i punti interrogativi e ed esclamativi, forse sarà utile specificare che circa la “nobiltà” facevo dell’ironia e che mi riferivo alla pseudo-cavalleria di fare alla donna la domanda che ciascun uomo dovrebbe fare a se stesso.

  14. armando says:

    Quanto mai opportuna la sottolineatura dell’ironia circa l’uso dell’aggettivo “nobile”. Perchè in effetti l’aborto, quantunque necessariamente agito dalle donne, coinvolge in linea madre e padre. Voglio dire che l’assunzione maschile della propria paternità potrebbe contribuire in modo determinante alla sua riduzione, anche in presenza di una legge che in linea di principio esclude anche solo il parere paterno, salvo che la madre non lo desideri.
    Quella che dice Daniela è davvero pseudo-cavalleria, una posizione di ignavia che finisce per ritorcesi alla lunga contro gli stessi uomini in quanto accredita il concetto che “i figli sono della madre”e solo della madre, e che lei è l’unica depositaria della possibilità di farli nascere.
    Tutto concorre a far assimilare come “normale” questo concetto, a partire proprio dalla legge 194 che nella veste attuale è stata fortemente voluta da donne e uomini insieme.
    Ecco un caso in cui gli uomini avrebbero potuto esercitare il potere che si accredita loro in modo del tutto diverso. Non per decidere al posto della donna, naturalmente, ma per far comprendere a tutti che il padre è anch’egli elemento fondamentale nella vita del figlio e della compagna e che, senza di lui, alla lunga madre e figlio sono destinati a molta maggior sofferenza e difficoltà nella vita, a prescindere dai casi singoli.
    armando

  15. claudio says:

    Se una donna ha deciso di abortire nonostante l’opposizione dell’uomo è giusto che lo faccia, a mio avviso,anzitutto perchè il corpo è suo.Ignavia semmai è la posizione di colui che cerca di imporre la sua volontà a tutti i costi in questa decisione. Non mi sento poi affatto l’arcangelo Gabriele.Dovrei forse sentirmi colpevole delle scelte sbagliate della donna ? Un altro modo per colpevolizzare il maschio ? sono d’accordo con chi dice che l’uomo costruisce il processo di creazione di un figlio al pari di una donna, ma se trovi una donna che ha deciso di abortire, per qualsiasi motivazione lo faccia, non trovi ascolto in nessuna istituzione. Giuridicamente il padre del nascituro NON ESISTE. Tu come uomo hai messo il seme ma la legge conferisce alla donna il potere di vita o di morte sul nascituro.
    Poi ho semplicemente riferito una mia esperienza, senza scimmiottare alcunchè, non è nella mia natura, anzi non interverrò più in questa discussione.
    Penso che ci si assume le responsabilità se una donna ha la testa sulla spalle e non usa l’aborto come metodo contraccettivo o perchè deve privilegiare la carriera, magari che non arriva mai. Se cosi non è, meglio l’aborto.Troppo comodo addossare la colpa agli uomini su tutto, magari salvando la donna perchè (questo si, più nobile.)Oggi la donna, che lo si voglia o no, è diversa da cinquanta anni fa, e non è l’anello debole. La madre, poi, mi permetto di dissentire, non c’entra nulla, almeno per quanto mi riguarda. La vedo una settimana all’anno, e non è mai entrata nella mia sfera affettiva, non glielo avrei mai permesso.

  16. daniela says:

    Leggendo l’intervento di Armando e a proposito di responsabilità mi veniva in mente che la pseudo-cavalleria dell’uomo angelo ha tanto successo tra noi donne perchè richiama – ingannevolmente – una fondamentale esigenza femminile: quella che il suo far da “tramite” tra l’intenzione spirituale di creare un futuro (propria dell’uomo) e la corporeità (il bimbo, esito in comune) non venga mai trascurato. E cos’è che fa da tramite? La sua individualità, naturalmente. Non è un caso che Maria fu scelta “tra le donne”, per restare nella metafora dell’Annunciazione. Insomma, per arrivare al grembo materno è fondamentale per ognuna che l’uomo passi PRIMA per il sincero apprezzamento individuale di quella specifica donna, così com’è, nella sua particolare identità. Naturalmente se io sono incerta sul mio valore, difficilmente saprò come fare a non confonderlo con il discutibile potere che la società e gli uomini-angeli mi mettono in mano. Questo compito, riscoprire il nostro valore individuale, il senso che ha per ciascuna e la sua bellezza), mi sembra ciò che da questa discussione emerge, ciò di cui ora le donne si devono assumere la responsabilità e la migliore premessa per dire liberamente sì ad un figlio (per quanto riguarda la nostra parte di responsabilità). E’ difficile. Ma c’è da guadagnare per tutti. Sperèm…

  17. armando says:

    Caro Claudio, il corpo della donna è suo senz’altro, ma quello del bambino è il corpo di un altro soggetto che vive temporaneamente nella madre. E non è lì casualmente, ma perchè al suo concepimento ha concorso il padre. Non è dunque giusto che lo si privi della possibilità di codecidere o almeno di dire quella che è la sua volontà.
    Dopo di che, certamente nessuno vuol colpevolizzare l’uomo per una decisione altrui non condivisa, ci mancherebbe. Ho scritto che se il padre fosse più deciso ad esprimere la sua volontà di tenerlo, credo che una quota di aborti potrebbe essere evitata anche, ripeto, in presenza di una legge che è ingiusta ma che non deve diventare un alibi per non fare tutto il possibile. Gli uomini li colpevolizzo nel momento in cui si sono fatti promotori di una legge suicida, che li scarica dalle proprie responsabilità ed al tempo stesso li annichilisce come padri.
    armando

  18. Giulia says:

    Già, “il corpo della donna”, ma del corpo del bambino nessuno si occupa mai (tantomeno le donne, alla faccia anche soltanto dell’istinto materno)…sembra sempre un problema circoscritto a uomo e donna, ma il punto di vista di quel bambino, cui per esistere – per fortuna ma anche (passatemi la parola) per sfiga – tocca stare 9 mesi in un corpo ospite, non se ne occupa NESSUNO. Il corpo è della donna. Va bene, ma cosa volete che sia ospitare un bimbo per nove mesi in una vita intera? Volano via. Cosa volete che sia, avere il pancione per un po’ di tempo? Cosa volete che sia un parto, anche il più faticoso? Son tutte cose che passano, semmai bisogna farsi aiutare a viverle nel miglior modo possibile. Più che parlare di corpi bisogna imparare (o tornare) ad essere più generosi.

    Giulia

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