Andare a scuola dal lavoro

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 25 gennaio 2010, www.ilmattino.it

Il lavoro potrebbe essere “promosso” anche in Italia, repubblica che – dice la Costituzione – sul lavoro è fondata. Gli sarà (forse) riconosciuta quella funzione formativa della personalità che altri paesi europei (come Germania, Svizzera, Austria), al lavoro attribuiscono da tempo, considerandolo un’integrazione dello studio, non qualcosa di diverso, od opposto. Si discuterà, infatti, in Parlamento, in questi giorni, se aprire all’apprendistato l’ultimo anno di scuola dell’obbligo.
Abbiamo qui già descritto il disagio dei ragazzi, a volte respinti da una scuola percepita come astratta senza però poter accedere con dignità ad esperienze formative nel lavoro, finora loro vietate. È così cresciuto un esercito fantasma di 130 mila ragazzi fra i 14 e 16 anni, che non studiano e non lavorano. Giovani esposti dunque ad ogni rischio: dalla depressione, alla droga, alla microcriminalità, allo sfruttamento puro e semplice; come le cronache mostrano.
Questa popolazione giovanile potrebbe finalmente ricevere la formazione oggi più richiesta dalla società: uno studio finalizzato a un lavoro, con il sapere pratico richiesto dalle aziende, ma raramente ricevuto a scuola.
Bisognerà certo controllare con attenzione che non ci siano raggiri, e sfruttamenti. Diventerà possibile però affrontare una fetta di quel malessere giovanile che nasce in buona parte proprio dal sentirsi inutili e inadeguati, dunque “fuori posto” nella società.
Il benessere psicologico, infatti, è legato fin dai primi anni di vita al sentire che ciò che si fa ha un valore, e un senso. Per questo il bambino ama che si guardino e si apprezzino i giochi che fa: non perché è un “narcisista”, come lo definisce a volte un linguaggio che riduce la psicologia a classificazioni veloci, ma perché ha bisogno di sentire che quel gioco ha un senso ed è approvato anche dall’adulto che si sta occupando di lui. Quel modo di giocare diventa così un’esperienza sociale, e conferma la sicurezza e l’autostima del bambino. Quando, più tardi, il rapporto tra scuola e adolescente va in crisi, materie e insegnanti non riescono più a interessarlo, e d’altra parte loro non si interessano a ciò che invece potrebbe appassionare l’allievo.
Si apre così un problema grave: la formazione del ragazzo generalmente si arresta. E la crescita della personalità, oltre a rallentarsi, si stacca dalla società allargata, per accettare al massimo socialità parziali: il branco, la banda, il piccolo gruppo. O addirittura chiudere con ogni socialità reale, come gli Hikikomori, gli “accartocciati”, i ragazzi che si chiudono in camera.
Per evitare questi rischi, già da un secolo fa, le scienze dell’educazione hanno raccomandato di integrare precocemente la scuola col lavoro e attività fisiche e manuali, che mettano il ragazzo in condizione di farsi apprezzare anche per altro, oltre al pensare. Nei paesi anglosassoni con Dewey, in quelli europei con Ferrière, Maria Montessori, Rudolf Steiner (esperienze queste ultime due poi esportate in tutto il mondo), si è così cercato di unire pensiero e pratica, teoria e manualità, scuola e lavoro.
In Italia non è accaduto, anche per il suo ritardo nell’alfabetizzazione e nell’industrializzazione. Ora però la scuola è frequentata per fortuna da tutti, e deve garantire il diritto al lavoro di tutti, anche di chi non ha interesse (per ora) ad andare all’Università, ma a trovare un lavoro tecnico professionale (che del resto abbonda, e non trova candidati: 20 mila tecnici mancanti nella sola Lombardia).
Urge equilibrio tra formazioni teoriche e pratiche, come in Europa è moneta corrente.

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5 Responses to Andare a scuola dal lavoro

  1. Quando manca uno scopo non c’è futuro a cui guardare, e quando manca una motivazione o il perchè, tutti i valori si svalutano e resta il “nulla” nel quale molti dei nostri giovani si trovano a vivere.
    Perchè un esercito di ragazzi tra i 14 e i 16 anni non studia e non lavora diventando potenziali ragazzi a rischio? Perchè la scuola, che insieme alla famiglia dovrebbe fornire le istruzioni per un buon inserimento nella società e nella vita, non funziona come invece dovrebbe. L’educazione di questi ragazzi viene vista come un puro dato quantitativo, fatto di nozioni e di voti, di tutte le dimensioni che riguardano la loro creatività, le emozioni, i desideri e i piaceri, non viene per nulla tenuto conto.
    Ritengo la scuola una delle cause del disagio giovanile; dove sono finiti quegli insegnanti in grado di COMUNICARE CON FASCINAZIONE? Ci siamo dimenticati una cosa semplice ma molto importante: la materia che abbiamo amato di piú è stata quella che i nostri insegnanti ci hanno fatto amare! Si impara per via erotica e non intellettuale, vale sempre.
    Può essere un’ora di filosofia, piuttosto che un’ora di elettronica o di igiene alimentare. E’ su queste basi che lo studente motivato può guardare al suo domani lavorativo e ben venga l’apprendistato!

  2. daniela says:

    Io ricordo con profonda stima (ora, ma sotto sotto anche allora) insegnanti del liceo che ci tenevano che la materia fosse conosciuta con un alto grado di qualità. Non “che l’alunno fosse bravo”: il risultato poi era quello ma l’impostazione era diversa. Si entrava dentro la materia, senza tanti effetti speciali per interessare la classe, se non darti il piacere di raggiungere e toccare con mano i livelli che poteva raggiungere la tua concentrazione su qualcosa e i suoi effetti. Una bellissima sensazione. Parlo degli anni 90, mica tanto tempo fa.

  3. armando says:

    “Si impara per via erotica e non intellettuale, vale sempre.” ha scritto Carmen. Bellissima definizione dell’apprendimento. Il compito primario dell’insegnante dovrebbe essere quello di affascinare gli allievi e di appassionarli alla propria materia. La trasmissione di nozioni è naturalmente molto importante, anch’essa fondamentale, ma senza suscitare passione quelle nozioni, seppur apprese con fatica, saranno presto dimenticate. Lo ho constatato personalmente quando mi sono imposto di imparare cose di cui in realtà poco mi importava.
    Non so quanti insegnanti conoscono oggi quell’arte, certo che non sono aiutati da una scuola sempre più burocratizzata e che, mi sembra, lascia poco spazio alla loro creatività. Figurarsi a quella degli allievi!
    La nostra scuola sconta poi un altro difetto, peraltro imputabile a tutta la società. Ha svalutato all’eccesso il lavoro manuale contrapponendolo come “inferiore” a quello intellettuale e quindi scansato dai giovani. Ma lavoro manuale e cultura possono, anzi devono, coesistere. Per motivi pratici, perchè non è più vero che basta il titolo di studio per assicurare un avvenire ai giovani, ma anche per soddisfazione personale. Saper mettere le mani su un congegno meccanico per un uomo, o per una donna essere capace di districarsi fra aghi e fili, credo accrescano la propria autostima, oltre all’ammirazione della/del compagno. E’ un peccato che antichi saperi vadano perdendosi, ed un impoverimento individuale e sociale. Una buona scuola non dovrebbe trascurare questi aspetti.
    armando

  4. daniela says:

    @Armando. Condivido l’apprezzamento per il lavoro manuale. Credo che il suo valore, prima ancora che nella trasmissione di antichi saperi, sia nel prendere contatto con il proprio corpo e con le sue possibilità di trasformare e creare la realtà. In fondo anche questo è un antico sapere.

  5. armando says:

    Del tutto d’accordo Daniela. Elaborato dalla mente (altrimenti resterebbe ad uno stadio evolutivo “primitivo” e solo istintuale) il “sapere” del corpo, col corpo e tramite il corpo, è il vero “sapere”. E lo è perchè riunisce e coniuga le due polarità dell’uomo, che non è solo materia o solo spirito o ragione.
    armando

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