Serge Latouche: l’economia che ammala

(di Claudio Risé, da Fondazione Liberal , n. 8, gennaio 2002, Fondazione Liberal, www.liberalfondazione.it)

C’è una relazione tra il nostro pensiero economico e il malessere psichico? Qualsiasi coscienzioso operatore della psiche si pone un giorno o l’altro questa domanda, perché coscienza e inconscio denunciano in continuazione la sproporzione tra le preoccupazioni legate ai meccanismi economici, e quelle affettive e istintuali nella vita dell’individuo, e le nevrosi che da questo squilibrio insorgono.
E’ sempre più raro infatti il caso di malesseri prodotti da divieti simbolici (come il complesso di Edipo, su cui si regge gran parte della psicoanalisi classica). Mentre invece sono sempre più frequenti le nevrosi prodotte da dispositivi o orientamenti economici (ad esempio: consuma quanto è socialmente richiesto, e guadagna di conseguenza), a detrimento dei bisogni e desideri affettivi, e/o istintuali.
Curiosamente però, l’approfondimento di questo squilibrio, e delle sue ragioni, è pressoché assente dalla riflessione psicologica, apparentemente impegnata nella costruzione di una babelica nosografia e tipologia del malessere, quasi che il nominarne accuratemente le manifestazioni equivalga a curarlo, o farlo sparire.
Molto più ricco e utile di indicazioni in proposito appare invece il pensiero di altre Scienze umane, in modo particolare quello dell’antropologia e sociologia culturale, di parte delle Scienze politiche, e dello stesso pensiero economico. All’incrocio di queste diverse discipline, e di altre, come la filosofia e l’epistemologia, si colloca l’opera di Serge Latouche, di cui è stato ora pubblicato da Arianna L’invenzione dell’economia, mentre Bollati Boringhieri, suo editore abituale, aveva pubblicato alla fine dello scorso anno: La sfida di Minerva. Razionalità occidentale e ragione mediterranea. I saggi di Latouche pubblicati in L’invenzione dell’economia andrebbero accuiratamente studiati, tra gli altri, dagli psicoterapeuti, per comprendere come fare a liberare il contemporaneo nevrotico “oeconomicus” dalle sue ossessioni dominanti.
Sapere infatti che l’economia viene “inventata” solo da un certo punto in poi, e che come scienza è inotre assai dubbia, dato che non ha un oggetto di osservazione preciso, al di fuori di quelli prodotti dallo stesso discorso economico (come osservava già Fourquet), può aiutare chi soffre delle molteplici coazioni indotte dal “discorso economico” a guardarle con occhio più critico.
Latouche ricorda infatti che di economia non si parla prima di Platone e Aristotele. E si chiede “Significa forse che prima non esistevano pratiche materiali? Naturalmente no, è la risposta, ma queste, principalmente la sopravvivenza della specie e la riproduzione dei gruppi sociali, non vengono, fino a un certo punto, “pensate come una sfera a parte, autonoma”. Dunque: “non esiste qualcosa come la vita economica, bensì la vita tout court”.
Tutta la riflessione di Latouche pone l’economia attuale, i suoi meccanismi e i suoi discorsi, sotto un riflettore più ampio, che tiene conto non solo delle scienze occidentali negli ultimi due secoli e mezzo, ma di tutto il sapere sull’uomo e le sue pratiche materiali, a nostra disposizione , anche quello riferito alle aree del mondo esterne all’“Occidente”, e a periodi storici precedenti.
La progressiva autonomia dell’economia dalla vita nel suo complesso è dovuto secondo Latouche allo sviluppo unilaterale manifestatosi da un certo punto in poi nella ragione occidentale. Egli ricorda che la ragione aveva presso i greci due aspetti: il logos, e la phronesis, la saggezza. Latouche pensa che nel pensiero dell’Occidente moderno, il logos sostituisce del tutto la phronesis e diventa “razionalità calcolante”: quella del calcolo economico. Che tuttavia, avendo perso di vista la saggezza, e la vita nel suo complesso, è sempre meno in grado di spiegarla e rappresentarla. Se non cercando disperatamente di ridurre la vita a calcolo: e quanto innaturale e produttiva di malessere sia quest’operazione è appunto ciò che l’operatore della psiche attento deve constatare ogni giorno.
A questa razionalità calcolante, strumentale, Latouche oppone (ed è quanto fa, in particolare, nella Sfida di Minerva), la dimensione del ragionevole. Quando ci si occupa di esseri umani, osserva Latouche, la razionalità strumentale e calcolante (che può funzionare per acquistare in borsa), non basta più, perché si ha a che fare con dei valori: la libertà, la giustizia e altri ancora. (E potremmo aggiungere con stati d’animo: la felicità, la sofferenza…). Solo se si fosse eliminato ogni valore, o collocandosi all’interno di un solo valore (ciò che è stato chiamato: il “pensiero unico occidentale”), ci si potrebbe affidare alla sola razionalità calcolante.
Di questo allargamento di prospettive, e di conoscenze, rispetto al pensiero economico più citato, fa parte la partecipazione di Latouche al MAUSS, il movimento economico non utilitarista, che prende il suo nome dal sociologo che rilevò come la compravendita, o il baratto non siano affatto state le uniche forme di scambio nella storia umana, ma come il dono abbia svolto una funzione altrettanto, e in alcuni casi più importante.
Anche qui Latouche però non cade mai nell’unilateralità mostrata da alcuni suoi compagni del MAUSS, che teorizzano un modello donativo, in sostituzione del modello utilitario, e si preoccupa invece di salvaguardare ogni forma adottata dall’uomo nelle sue pratiche materiali. Attenzione che appare sacrosanta anche allo sguardo psicologico, consapevole che quanto viene rimosso fatalmente tornerà, ma in forme malate e produttrici di sofferenza.

Claudio Risé

3 Responses to Serge Latouche: l’economia che ammala

  1. armando says:

    Caro Claudio,
    Latouche è autore prezioso, nel cui filone inserirei anche Ivan Illich. Purtroppo, come bene evidenzi, questi autori diventano scomodi anche ad alcuni “seguaci”, perchè il loro pensiero non si lascia ingabbiare nelle caselle precostituite di questa o quella parte. Preso, come deve, nel suo insieme e nei suoi nessi con tutti i settori della vita, mette in crisi le categorie di pensiero anche di chi si illude di essere fuori da questo meccanismo solo perchè proclama di combatterne alcuni aspetti, mentre ne accetta con entusiasmo altri.
    armando
    PS a proposito di “consuma quanto è socialmente richiesto e guadagna di conseguenza”, anni addietro quando uno iniziava la professione di promotore finanziario, lo si spingeva a dotarsi di supermacchina, vestirsi in certo modo, fare un certo tipo di vacanza, naturalmente costosa, perchè in questo modo sarebbe stato costretto a produrre molto di più per guadagnare quanto serviva a quel tenore di vita. Terribile! Per forza alla lunga arrivano squilibri, malesseri, stress, depressione e quant’altro.

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  2. Massimo Mezzanzanica says:

    Caro Professor Risé,
    sono d’accordo sull’importanza degli studi di Latouche per comprendere la società contemporanea. Altrettanto importante mi sembra l’opera di Cornelius Castoriadis, in particolare la sua concezione dell’immaginario come dimensione fondante e istituente della società e della politica. A questa concezione, sviluppata da Castoriadis anche attraverso una serrata critica della concezione marxista della storia, si rifà Latouche nella sua critica della “colonizzazione” economicistica dell’immaginario. Mi piacerebbe avere una sua opinione al riguardo.
    Grazie dell’attenzione e un cordiale saluto
    Massimo Mezzanzanica

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  3. Redazione says:

    Sono assolutamente d’accordo. E’ anche per l’integrazione delle intuizioni di Castoriadis che l’opera di Latouche, come dico nella recensione di Bauman, mi sembra avere un spessore ben diverso di quella. celebratissima, di quest’ultimo, pur ricco di intuizioni di immediata suggestione. In particolare è importante il riconoscimento di Castoriadis della psiche profonda e dei suoi significati come motore della dialettica con la società e le sue istituzioni. Grazie, Claudio

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