Bimbi obesi, la cura si chiama affetto

Claudio Risé, da “Il Mattino di Napoli” del lunedì, 19 aprile 2010, www.ilmattino.it

Uno dei segni più chiari dell’amore per i bambini è l’attenzione dei genitori a che mangino cose buone, che non fanno male, ed in quantità equilibrata, né poco né troppo. Da questo punto di vista (e da altri), non sembra che l’Occidente ami davvero i suoi figli.
Dovunque infatti, in Europa e Nord America una buona percentuale di loro è soprappeso, quando non obesa, perché mangia troppo, e male. Un’abitudine che rischia di ridurre di molto (circa il 30%), il loro potenziale di vita.
In Italia, un quarto degli allievi di terza elementare è sovrappeso, e più della metà di questi sono obesi.
Nell’insieme della popolazione infantile, uno su tre ha problemi derivanti da alimentazione eccessiva, e di cattiva qualità.
Come mai i bambini sono così voraci, e scelgono così male i loro cibi? E perché noi non li aiutiamo a mangiare meglio?
I due problemi sono legati tra loro, e la loro origine è comune, ed è legata al sentimento. Nell’iperalimentazione dei bambini (come in quella degli adulti), c’è una forte componente affettiva: i bambini (come gli adulti) mangiano troppo quando non si sentono sufficientemente e/o adeguatamente amati. Ciò li spinge anche a mangiare male, e a prediligere quei cibi, come le merendine e gli snack più pericolosi, ricchi di zuccheri, grassi, e sostanze euforizzanti, che “alzano” il tono dell’umore e creano dipendenza: senza di loro il bambino diventa triste e appare privo di energia.
È il toxic child, il bambino tossico, dipendente fin da piccolo dalle sostanze e additivi di cui è sapientemente farcita l’alimentazione industriale fast food. Di lui si sta occupando l’attuale Amministrazione americana del Presidente Obama per cambiarne le abitudini alimentari e diminuire così l’enorme spesa sanitaria derivante dalla diffusione del diabete e delle malattie cardiovascolari fin dalla giovinezza, forse la conseguenza più vistosa di questo mangiar troppo, e male.
D’altra parte, una delle prime manifestazioni dell’amore per i figli, presente anche fra gli animali (i quali sono peraltro aiutati da una più forte capacità istintiva nell’evitare i veleni), è appunto la cura nell’insegnare ai piccoli a mangiare bene, e nella misura giusta.
È dunque per insufficienza di affetto verso di loro che i ragazzini mangiano troppo, e per la stessa ragione gli adulti si occupano poco e male del cibo dei figli: un circolo vizioso che non aiuta certo a migliorare la situazione.
L’affettività, scarsa e di qualità scadente, della società postindustriale spinge tutti, giovani e adulti, a cercare di “compensare” la frustrazione emotiva con molto cibo consolatorio e immediatamente eccitante, senza però migliorare la qualità dei propri rapporti affettivi, cosa che ci chiederebbe di ingozzarci meno e concentrarci di più sull’ascolto dell’altro.
Questa insufficiente presenza di cuore da parte degli adulti verso di loro rischia di portare i ragazzini, quando saranno più grandi a problemi di insufficienza cardiaca. Così come la lentezza e debolezza dell’attenzione dei grandi rischia di produrre nei ragazzi, quando saranno cresciuti, problemi circolatori e diabete: eccessi di grassi e zuccheri e difficoltà ad assimilarli e trasformarli.
È il problema delle società avanzate, dell’Occidente: troppo grasso cattivo, ed eccessiva zuccherosità, nello stile di vita e nelle relazioni. Per mascherarne la sostanziale aridità affettiva, la mancanza di passioni e autentiche tensioni, capaci di trasformare l’abbondanza in energia.
Un problema alimentare, che nasce da un deficit affettivo, e produce una condizione esistenziale. Poco piacevole, e pericolosa.

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9 Responses to Bimbi obesi, la cura si chiama affetto

  1. Valentina says:

    Per dare affetto a un bambino bisogna cambiare il modo di guardarlo (oppure decidersi finalmente a guardarlo). Se un figlio è un proprio prodotto e non un altro, non si riesce a dargli affetto. Se è visto soltanto come un soggetto obbediente, idem. Tutta l’educazione si riduce a un impartire ordini, in genere con questa dinamica alienante (ad esempio sul cibo): figlio che mangia troppo – genitore che ordina di mangiare meno – figlio che mangia ancora di più – genitore che non compra più le merendine – figlio che mangia tutto quel che trova – genitore che gli dà una punizione di altro tipo (es. per una settimana non guardi la tv) – figlio che si vendica lasciando in disordine la camera – genitore che dà altra punizione che ritiene più severa (es. ti porto a scuola in ritatdo, così ti vergogni davanti a tutti) – figlio rabbioso che cerca di vendicarsi del genitore con altri comportamenti (es. non studiando più, non lavandosi, lasciando tutte le luci accese, ecc).
    Questa è la dinamica senza amore che vige in casa nostra.

    Vale

  2. Redazione says:

    Cara Vale, attenzione, questo non è un rapporto educativo-affettivo, è un rapporto sadico. Mi rendo conto che una definizione non risolve la cosa, ma occorrerebbe fargli capire i possibili guai che ne seguiranno. Coraggio, Claudio

  3. Tre anni fa scrissi un capitolo di libro sulle malattie legate all’alimentazione ed ero giunta alla conclusione che mangiare male sia un problema di tipo essenzialmente economico: le schifezze costano meno e sono distribuite di più.
    Questa è anche un’opinione abbastanza comune, soprattutto perché l’obesità è molto più diffusa nei Paesi poveri che nei ricchi.
    Effettivamente, però, mi restava il dubbio sul perché fosse tanto frequente anche nei Paesi ricchi, dove è più facile “mangiare sano”. Non avevo pensato alla componente affettiva. E’ molto interessante. Forse potrebbe entrarci qualcosa anche una disaffezione a sé stessi, oltre che agli altri?
    Umberta

  4. Redazione says:

    Certamente. Per amarsi occorre sentirsi amati. L’amore nasce sempre dalla relazione, anche quello per sé non si autogenera, ma nasce nella relazione d’amore con la madre. Claudio Risé

  5. michele milossi says:

    della mia generazione (40enni) conosco veramente pochissimi uomini che hanno ricevuto affettività materna e che quindi si autostimano e si autoamano e di conseguenza stimano e amano. Sono d’accordissimo sul fatto che l’assenza del padre – impegnati unicamente nella carriera e nell’aspetto del sostentamento familiare – abbia contribuito a far sentire sole le donne a svolgere il doppio ruolo di madre-padre, non adempiendone nemmeno uno a pieno (mi viene in mente un’affermazione del film “Fight Club”: “noi siamo la generazione cresciuta dalle donne”).
    Ma noi 40enni, insoddisfatti di noi stessi, balbettanti, in crisi perenne, adolescenti (nel senso di disorientati) eterni, misogini se non sessuofobi (o quantomeno incapaci di dare un vero senso al sesso) che minchia possiamo dare ai nostri figli? La mia risposta è: meno danni possibili (magra ma realistica soluzione) – e quanto impegno per farlo!!
    Un saluto michele

  6. armando says:

    X michele. Far meno danni possibili sarebbe già qualcosa, perchè almeno arresterebbe una tendenza iniziata prima della tua generazione, la cui responsabilità maggiore non è da attribuire ai quarantenni, che come dici tu fanno quello che possono con gli strumenti che hanno avuto in eredità. Essere consapevoli della situazione è già moltissimo, a differenza della mia di generazione (maschile e femminile), che ancora si balocca coi miti della rivoluzione sessual/libertaria del 68. Intendiamoci, non che prima di allora tutto fosse giusto e andasse bene. Motivi di ribellione ce ne erano, e tanti. E inevitabili furono eccessi ed errori, come sempre quando grandi energie vengono represse ed esplodono. La cosa grave è il mancato ripensamento di quell’esperienza, l’essere rimasti cristallizzati a quel tempo e attaccati nostalgicamente a quelle idee, nonostante che la realtà ci dica che le conseguenze sono state negative, nonostante sia chiarissimo ormai che quelle idee di libertà belle ma astratte, sono state utilizzate per tutt’altri fini da quelli in cui speravamo e credevamo. Così i sessantenni di oggi hanno lasciato soli i loro figli (i quarantenni appunto)a cavarsela per quel che possono, privi di una sponda, di un termine di confronto o anche di scontro. Misoginia e misandria la fanno da padroni, grazie a padri e madri che non hanno voluto fare i padri e le madri.
    armando
    armando

  7. michele milossi says:

    Armando, ti ringrazio moltissimo per la tua risposta – temo che la discussione poi vada un po’ off topic ma la tua lucida analisi e la tua consapevolezza “generazionale” mi ha molto colpito – grazie ancora e un caro saluto
    Michele

  8. Io says:

    Ho 37 anni, nella mia prima adolescenza passavo i pomeriggi da solo in casa mangiando tronchetti al cioccolato o intere crostate davanti al televisore, avevo un vuoto enorme, alcune volte rischiavo di non vedere i miei neanche la sera.
    Oggi ho una figlia di 3 anni, bellissima, in arrivo un’altra, sono in psicoterapia, quando la sera torno a casa ci parlo, ci gioco, fino ad addormentarmi quasi prima di lei mentre le leggo le favole. Ogni tanto le dico “lo sai che ti voglio bene”, e lei ride. Il passato non lo recupero, ma il futuro è mio.

  9. Valentina says:

    Caro Io, tu hai fatto un lavoro sacrosanto: hai giudicato il tuo passato. Guarda che questa è una cosa rara nelle persone (soprattutto negli uomni della tua generazione). Penso che il tuo sia un ottimo punto di partenza per costruire un futuro con i tuoi figli. Al contrario, buttarsi dietro le spalle il passato senza giudicarlo, sperando che così sparisca dalla tua vita (o, peggio, negando errori e sofferenze) è il modo per non liberarsi mai più dei fantasmi.
    Vale

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